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H. Van Essen, Natura morta con frutta e animali (Olio su rame cm. 19X27)
Mostra "Napoleone e la Crusca"
Alcuni Accademici, dipendenti e collaboratori dell'Accademia

Guardare oltre i confini. Politica linguistica e vocazione internazionale dell’Accademia della Crusca


Ottobre 2014

Claudio Marazzini

 

Si sente dire spesso che i giornali e soprattutto i telegiornali italiani guardano più volentieri alla politica interna che a quella estera, a cui si dà invece spazio maggiore nel giornalismo degli altri paesi d’Europa (cfr. ad es. l’intervento di S. Lepri in “Nuova antologia” luglio-settembre 2004; anche in Rete: http://www.sergiolepri.it/la-televisione-e-la-comunicazione-politica-in-italia/). Non so se sia giusta quest’accusa di provincialismo e di scarsa apertura verso il mondo esterno rivolta ai media e dunque all’opinione pubblica italiana, ma sicuramente l’Accademia della Crusca non segue questa strada e mira in ogni occasione al confronto internazionale. Lo dimostra anche la sua più recente attività. Nei giorni 27 e 28 settembre 2014, l’Accademia ha ospitato il convegno di EFNIL, la European Federation of National Institutions for Language. Il 17 ottobre il sottoscritto, in quanto presidente dell’Istituzione, è stato invitato a Madrid alla cerimonia d’onore per i 300 anni della Real Academia Española (RAE): giornata memorabile, celebrata  di fronte a un pubblico di eccezione e sotto la presidenza della coppia reale (Felipe VI e la consorte Letizia). La cerimonia ha visto la consegna al re, da parte del Director dell’Academia don José Manuel Blecua, della nuova edizione del vocabolario, battezzata “edizione del tricentenario”. Infatti l’Accademia Reale Spagnola fu fondata nel 1713, ma solo nel 1714 ebbe da Felipe V le patenti che le diedero consistenza ufficiale. Nel 1726 uscì il primo tomo del cosiddetto Diccionario de autoridades, il dizionario Diccionario de la lengua castellana, al cui modello non era ovviamente estranea la nostra Crusca. Gli accademici vollero consegnare il volume nelle mani del re Felipe V. Per questo, il 17 ottobre 2014, re Felipe VI, che porta lo stesso nome del predecessore, ha voluto recarsi personalmente presso la sede dell’Accademia per ricevere il vocabolario dalle mani degli studiosi che l’hanno compilato.

 

Non voglio tuttavia offrire alla pagina della Crusca che contiene il “tema del mese” il resoconto di una giornata di mondanità, né voglio insistere sulla celebrazione, per quanto indimenticabile. C’è altro. Queste occasioni pubbliche di confronto internazionale, realizzate ospitando colleghi stranieri o recandosi all’estero, sono servite a mettere meglio a punto alcuni temi fondamentali di politica linguistica, talora legati a ciò che accade anche in Italia, talora diversi. Nell’insieme, ritengo sia il caso di prendere coscienza della necessità di interpretare le questioni linguistiche in un’ottica sovranazionale, ma allo stesso tempo evitando di cadere nella trappola di ritenere internazionale solo quello che accade nel mondo anglosassone e specialmente negli USA. Anche durante gli Stati generali della lingua italiana organizzati dal Ministero degli affari esteri, svoltisi a Firenze nei giorni 21 e 22 ottobre con attiva partecipazione della nostra Accademia, abbiamo avuto modo di ascoltare la proposta secondo la quale la cultura italiana si salva solo traducendo il più possibile in inglese, perché altrimenti gli studiosi stranieri (americani) non ci leggeranno, non leggeranno i nostri scrittori, ignoreranno la nostra saggistica, ivi compresa quella che tratta di Riforma e Controriforma: tesi un po’ paradossale, perché sembra prendere atto come fatto evidente e positivo di un sostanziale diritto all’ignoranza degli studiosi del mondo anglosassone, i quali non sarebbero in grado di gestire i propri studi, visto che Riforma e Controriforma hanno tra le fonti primarie testi italiani, oltre che latini, tedeschi e francesi. Salvare una cultura gettandone a mare la lingua è un’idea distorta, che ovviamente noi non condividiamo. Apprezziamo le traduzioni, ma ancor di più la circolazione internazionale dei libri e delle lingue, la lettura delle fonti originali, facilitata dalla competenza passiva nelle lingue degli altri, una risorsa che non si apprezza abbastanza. Per questo nel libro L’editoria italiana nell’era digitale. Tradizione e attualità, presentato per la "Settimana della lingua italiana" e realizzato con il Ministero degli affari esteri, abbiamo dato spazio non solo all’editoria italiana in Svizzera, ma anche ai libri italiani nati e pubblicati in prima edizione all’estero, in lingue che non sono solo e sempre l’italiano.

 

Veniamo dunque al sodo: che cosa si è imparato, in tema di politica linguistica, nelle occasioni menzionate, in cui la Crusca ha avuto parte e spazio? EFNIL non solo ci ha confermato nell’opinione che il plurilinguismo è meglio del monolinguismo, ma soprattutto ci ha permesso di verificare che la questione dell’inglese nell’insegnamento superiore universitario è stata affrontata in altri paesi in maniera meno conflittuale che da noi. Solo il nostro paese ha avuto bisogno di ricorrere alla magistratura, perché altrove si è provveduto con norme legislative. Molto interessante l’esempio, analizzato in EFNIL, dell’Estonia, uno dei paesi baltici dove si diffida delle lingue di potenze straniere, avendo vissuto l’incubo russo al tempo dell’Unione sovietica, e si mira a un equilibrio tra internazionalità (l’uso dell’inglese) e rispetto delle lingua nazionale. In certi paesi sono stati dunque stabiliti tetti massimi alle ore di inglese nei corsi universitari, in percentuale crescente man mano che si sale dai corsi triennali al dottorato, ma senza mai escludere la lingua nazionale, anzi mantenendo per essa la quota di sicurezza del 50%. Se ne trae una lezione: anziché imporre l’inglese d’autorità, o anziché introdurre meccanismi premiali che burocratizzano il concetto di internazionalizzazione, distorcendolo talora in maniera ridicola o costringendo ad applicarlo dove non ha alcuna ragione di essere (come si è fatto da noi), è meglio affrontare un dibattito in sede legislativa, perché questo è un problema primario di politica linguistica la cui soluzione non può essere lasciata al conflitto tra le parti condotto di fronte ai giudici.

 

Vengo ora alla cerimonia di Madrid, la quale ha dimostrato l’importanza che la corona e il governo spagnolo annettono alle questioni linguistiche. Ho ascoltato con grande interesse i discorsi degli accademici, di natura più strettamente tecnica, e quelli del ministro dell’istruzione spagnolo, ma soprattutto quello del re. Non erano discorsi di semplice circostanza, non erano chiacchiere al vento. Il tema della lingua nazionale, in Spagna come altrove, si lega a quello dell’unità nazionale, e il tema dell’unità nazionale è particolarmente avvertito in questo momento in Spagna, a causa della questione catalana. Alla cerimonia erano presenti anche i direttori delle accademie basca e catalana. Più volte, nei discorsi ufficiali, si è fatto cenno alla “diversità”, anche se lo spagnolo non è stato mai chiamato “castigliano”, ma sempre e solo “spagnolo” (e vedremo tra poco perché). Il tono e il contenuto della cerimonia hanno chiaramente dimostrato che nessuno in Spagna ha intenzione di discutere le autonomie interne delle lingue minoritarie e i diritti che esse hanno ormai acquisito e consolidato. Però è apparso con altrettanta evidenza l’orizzonte in cui la Spagna gioca la partita della lingua: si tratta di un orizzonte extraeuropeo e panispanico. La cosa mi ha molto colpito, perché sicuramente questa scelta, per quanto naturale e prevedibile alla luce degli sviluppi storici dell’Academia Real, mostra di nuovo un punto di debolezza dell’unità che vorremmo veder fiorire in Europa, quella che il rigorismo finanziario e lo spirito guida dei paesi anglosassoni versus i latini spesso rendono difficile.

 

Il nuovo vocabolario dell’Academia Real contiene 93.000 entrate con 195.000 accezioni, e di esse 21.000 sono segnalate come americanismi, cioè hanno una marca che ne segnala l’uso non in Spagna, ma in qualcuno dei paesi americani, compresi gli USA, dove la presenza ispanica è (come sappiamo) fortissima. Ci sono anche 102 accezioni segnate come tipiche dello spagnolo delle Filippine e 30 come tipiche della Guinea Equatoriale (dove la maggior parte della popolazione parla spagnolo). Il vocabolario presenta dunque il lessico generale usato in Spagna e nell’America di lingua spagnola, con rappresentazione degli usi specifici di ciascun paese. Il continente americano è grande, e talora i paesi che adoperano un termine particolare, una qualche parola speciale, sono piuttosto isolati dagli altri. In sostanza l’immagine della lingua che esce da un vocabolario del genere è diversa da quella che si può avere pensando a un tradizionale vocabolario dell’uso: qui si documenta un uso che non è posseduto totalmente da nessuna comunità, ma discende da un’idea astratta di ispanofonia pluricontinentale. Si giunge così a punto notevolissimo: la politica panispanica è stata sempre un obiettivo fondamentale, perseguito con grande saggezza. Oggi lo spagnolo può vantare oltre 300 milioni di parlanti e una posizione tra le prime lingue in assoluto nel mondo, accanto a inglese e cinese. Minoritario in Europa, alle prese con divisioni interne nazionali che hanno fatto emergere le lingue minoritarie, gioca ora le sue carte nella politica rivolta oltreoceano. Lo spagnolo, che in Europa non ha abbastanza peso, ha un peso enorme a livello mondiale.

 

Nel 1956 Dámaso Alonso propose all’Academia Real il programma di Unidad en defensa del idioma, mettendo in chiaro che “la lucha por la ‘pureza’ del idioma pudo ser el santo y seña del siglo XIX, pero hoy ya no puede ser nuestro principal objetivo: nuestra lucha tiene que ser para impedir la fragmentación de la lengua común”, con i paesi d’oltreoceano. Questa politica è stata condivisa dalle accademie di Colombia, Ecuador, Messico, Venezuela, Cile, Guatemala, Costa Rica, Filippine, Panama, Cuba, Paraguay, Bolivia, Nicaragua, Repubblica Dominicana, Argentina, Uruguay, Honduras. Ormai i problemi linguistici dello spagnolo vengono discussi in un contesto internazionale del genere. Si sono svolti congressi comuni in Messico (1997), Argentina (2004), Colombia (2007), Cile (2010), Panama (2013). Molti di questi paesi hanno un’economia emergente, con PIL in crescita. La vecchia Spagna ha dunque bisogno di loro per rivendicare la propria internazionalità, ed essi hanno bisogno della vecchia Spagna, perché sono giovani e non sufficientemente dotati degli strumenti tradizionali di una cultura plurisecolare.

La forza dello spagnolo, in questa prospettiva, è però evidente, e ho sentito nelle parole del re risuonare più volte il concetto di ‘unità nella diversità’. La politica della lingua che qui si delinea è dunque di assoluta evidenza e sarebbe sbagliato non prestarle la massima attenzione e badare come al solito solo all’inglese, anche perché la lingua italiana gode di stima e affetto da parte della consorella Academia Real e trae enormi vantaggi dalla forza che acquisiscono nelle università americane i dipartimenti in cui si insegna spagnolo. Gli americani anglofoni, tradizionali monolingui, sono oggi costretti a fare i conti con un vasto popolo ispanofono, e questo apre spazi anche per l’italiano, perché chi possiede lo spagnolo ha quasi garantita la competenza passiva della nostra lingua. La fratellanza dei popoli latini non va sottovalutata.

 

Tra i popoli latini, è noto che quello francese ha sempre avuto una forte coscienza di sé, delle proprie tradizioni, del proprio ruolo internazionale, indiscusso per circa due secoli. Oggi il francese non si trova più nella posizione di privilegio che ebbe da Re Sole fino al generale De Gaulle. Durante le cerimonie di Madrid, ho avuto l’onore e il piacere di stare accanto a Madame Hélène Carrère d’Encausse, segretaria perpetua dell’Académie dal 1999. Non solo è stata occasione utile per sondare le possibili attività comuni delle nostre accademie, ma anche mi si è offerta la possibilità di una messa a punto su di un altro tema caldo di politica linguistica: Madame Hélène Carrère d’Encausse mi ha fatto notare quanto agiti gli animi in Francia il tema della “lingua al femminile” e mi ha invitato a leggere l’ultimo intervento dell’Académie, provocato da un episodio avvenuto in Parlamento, dove il deputato Julien Aubert (circonscription de Vaucluse) è stato multato con la sanzione di oltre 1000 euro per essersi rivolto alla presidente della seduta, la socialista Sandrine Mazetier, chiamandola «madame le Président». In Francia la questione ha dato luogo a un dibattito furioso, in cui si evocano i principi della libertà e si cita Orwell. Il deputato Aubert si difende contrattaccando: ricorda che Sandrine Mazetier voleva “débaptiser les écoles ‘maternelles’, terme jugé sexiste”.

 

Poiché questioni del genere, ma senza (per ora) sanzioni pecuniarie sono vive anche da noi, potremo dare uno sguardo all’elegante presa di posizione dell’Académie française, che, tirata in ballo in tale questione linguistica e politica, se la cava senza cedere alle sirene demagogiche (http://www.academie-francaise.fr/actualites/la-feminisation-des-noms-de-metiers-fonctions-grades-ou-titres-mise-au-point-de-lacademie). Rileggendo il documento ufficiale uscito dall’Académie (si tratta di una Déclaration), si verifica che il “maschile non marcato”, concetto che oggi stupisce alcuni come una stranezza, è ben noto anche agli Accademici di Francia, che infatti scrivono: “Comme bien d’autres langues, le français peut par ailleurs, quand le sexe de la personne n’est pas plus à prendre en considération que ses autres particularités individuelles, faire appel au masculin à valeur générique, ou ‘non marquée’”. Due padri della cultura del Novecento, Georges Dumézil e Claude Lévi-Strauss, nel 1984 avevano fatto adottare all’unanimità dell’Académie una risoluzione che così si chiudeva: “En français, la marque du féminin ne sert qu’accessoirement à rendre la distinction entre mâle et femelle. La distribution des substantifs en deux genres institue, dans la totalité du lexique, un principe de classification permettant éventuellement de distinguer des homonymes, de souligner des orthographes différentes, de classer des suffixes, d’indiquer des grandeurs relatives, des rapports de dérivation, et favorisant, par le jeu de l’accord des adjectifs, la variété des constructions nominales… Tous ces emplois du genre grammatical constituent un réseau complexe où la désignation contrastée des sexes ne joue qu’un rôle mineur. Des changements, faits de propos délibéré dans un secteur, peuvent avoir sur les autres des répercussions insoupçonnées. Ils risquent de mettre la confusion et le désordre dans un équilibre subtil né de l’usage, et qu’il paraîtrait mieux avisé de laisser à l’usage le soin de modifier”. Erano gli anni in cui si avviavano le discussioni su questi temi: non senza ragione, il volumetto di Alma Sabatini su Il sessismo nella lingua italiana, pubblicato al tempo del governo Craxi dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, risale al 1987. Quel libro introdusse in Italia il tema della “lingua sessista”.

 

In questo come in altri casi, dunque, è bene guardarci attorno: discutere con altre Accademie e con intellettuali di diversa formazione può essere un modo per affrontare i problemi in maniera più ampia e serena, con la piena coscienza che non sono solo temi nostri e che le questioni linguistiche portano non di rado con sé un carico ideale, politico e sociale che coinvolge tutta l’Europa, e che nell’Europa deve contare anche la tradizione mediterranea e latina.

 

©Claudio Marazzini / Accademia della Crusca

 

Giusto guardare oltre i confini. Ma dipende quali. Non so quanto conviene all'Italia andare a braccetto con Francia e Spagna. I Francesi sono sciovinisti. Gli Spagnoli guardano in Sud America. Non in Europa. Forse adesso un papa argentino può fare la differenza. Ma l'Europa che conta davvero è un'altra. La Germania. I Paesi del Nord e dell'Est. Bisogna puntare in quella direzione. Investire di più nello studio dell'Italiano all'estero. Fare cioè concorrenza ai Francesi e Spagnoli. Anche nella politica linguistica serve più realpolitik.

Premessa: non ho avuto il piacere e l'onore di studiare nella mia vita, ma leggo con molta attenzione quello che pubblicate.
Ringrazio molto chi segue materialmente questo sito web perché permette a questi alti contenuti di giungere ai nostri monitor!
Ringrazio anche chi gestisce twitter e facebook. Nella mia ignoranza, vi ho scoperti lì.
Sinceramente noto googlando che il prof. Sgroi è legato all'Accademia.
Questa tipologia di interventi fa sembrare l'accademia terribilmente chiusa su se stessa.
Sì, va bè "siete in contatto" con le altre Accademie e quindi continuate a parlare tra di voi e con paroloni di difficile comprensione?
Questo non dovrebbe essere un luogo di scambio con noi "popolino" che usiamo la nostra lingua?
Forse perché non ho studiato, ma non è il popolino a far evolvere una lingua attraverso gli errori?
Mi chiedo quanto sia giusto che un docente legato all'accademia intervenga.
Apritevi davvero di più! Fa così tanto bene.
Fa bene presidente a confrontarsi con le altre accademie, ma non si dimentichi di confrontarsi con noi!

vorrei scrivere una riflessione sul commento del sig. Tocco (anch'io vi conosco per facebook).
Capisco la sua perplessità per i cosiddetti "paroloni", per esempio non capisco la parola "coserrianamente" che usa il professor Sgroi, ma faccio presente che questo spazio si chiama "angolo di discussione con gli utenti" (c'è scritto all'inizio). Proprio per questo deve essere aperto a tutti. Noi che abbiamo studiato poco ( lo dice lei sig. Tocco all'inizio di se stesso e anch'io), dovremmo anzi essere grati a questi "luminari", a questi "grandi cervelli", a questi "scienziati della parola e della cultura" per condividere con noi le loro emozioni e le loro esperienze e anche il loro linguaggio che ci eleva e ci istruisce dalla nostra bassa posizione che occupiamo (purtroppo). Il linguaggio cambia con i paroloni ma anche con le parole del "popolino", credo, per esempio lei ha usato il verbo "googolare" e io credo che sia una novità proprio del "popolino". Insomma penso che sia giusto poter parlare tutti, anche perché possiamo solo imparare da questi "intellettuali" moderni.

Salvatore Claudio Sgroi:
Un intervento di "Politica linguistica", questo di Claudio Marazzini, si potrebbe dire coserianamente, quanto mai "appropriato", riguardo allo stile, ovvero "adeguato, opportuno e conveniente". Dove lo storico della lingua, nel suo ruolo non solo di studioso, ma soprattutto di Presidente dell'Accademia della Crusca, mostra di saper perseguire una serie di iniziative culturali di grande respiro, che collocano l'Accademia della Crusca nel dibattito e confronto linguistico internazionale. Gli esempi culturali qui indicati sono di grande rilievo e attualità. Il delicato problema dell'insegnamento dell'inglese lingua veicolare nel suo rapporto con la lingua nazionale viene presentato con equilibrio, sull'esempio di politiche linguistiche di altri stati. Il problema del sessismo linguistico per come è esploso recentemente (e paradossalmente) in Francia trova qui una possibile soluzione teorica (e politica) nell'indicazione del genere maschile, tecnicamente, come genere "non marcato", e quindi ineccepibile nell'allocuzione "Madame, le Président". Il rapporto tra lo spagnolo europeo e lo spagnolo atlantico non è certamente paragonabile al rapporto tra l'italiano in Italia e l'italiano all'estero, se non altro in termini di numerosità degli ispanofoni e degli italofoni. Ma Marazzini saggiamente fa notare che i rapporti di amicizia fra Italia e Spagna non possono non avere ricadute positive anche sulla diffusione dell'italiano, vista la intercomprensibilità tra le due lingue favorita dalla comune origine neolatina.

I grandi intellettuali già viaggiavano e si confrontavano nei secoli passati. Quando Montaigne viaggiò per l'Italia, passò dall'Ospedale Sant'Anna solo per conoscere Tasso.
E si potrebbero fare altri esempi, anche più "antichi"!
I grandi intellettuali hanno sempre cercato l'incontro, il confronto e hanno sempre manifestato la volontà di oltrepassare i confini.

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