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Nicoletta Maraschio professoressa emerita dell'Università di Firenze
Max Pfister e Massimo Fanfani
I partecipanti alla tavola rotonda
Leonardo Bieber, pres. Commissione Cultura Firenze e Domenico De Martino

Il Tema

I luoghi comuni sulla lingua sono duri a morire: meglio però sarebbe non insegnarli alla RAI


Giugno 2017

Rita Librandi

 

Le discussioni sulla lingua appassionano di solito qualsiasi interlocutore, forse perché la lingua costituisce il primo tramite della nostra socializzazione, o forse perché diviene molto presto parte integrante di noi stessi, intrecciandosi con le emozioni, la conoscenza, il sentire e dunque con la vita stessa. Facile pertanto coinvolgere i pubblici più disparati parlando di lingua, ma facile anche essere coinvolti in conversazioni generiche sulla lingua che, al pari dello scambio di opinioni sulle condizioni atmosferiche, tendono a un’eccessiva semplificazione. È infatti usuale che gli argomenti più frequentemente discussi si leghino con facilità a opinioni diffuse e non accertate, opinioni che, nel caso delle lingue, divengono spesso di difficile rimozione, anche di fronte al parere dell’esperto.  Spetta ai linguisti, d’altro canto e a tutti coloro che si occupano in modo scientifico della lingua e della sua storia contrastare, ogni volta che sia possibile, i luoghi comuni, le verità fondate sul sentito dire o le rigidità di chi si lega, a volte per personale affezione, a ferrei convincimenti su norme ormai in disuso. Il parlante, tuttavia, è spesso poco disposto a cambiare un’idea di lingua che è andato consolidando nel tempo: si tratta di una disposizione d’animo diffusa soprattutto tra gli italiani, la cui convivenza antica con le tante lingue della penisola e la storia linguistica assai particolare continuano a generare sentimenti alterni e convinzioni irremovibili sia nei confronti del rapporto tra italiano e dialetti sia sull’applicazione delle norme.

 

Succede, per esempio, a molti linguisti di avvertire la delusione dell’interlocutore quando, rispondendo a una richiesta di quest’ultimo se sia meglio dire o scrivere in un modo piuttosto che in un altro, ammettono come possibili entrambi i modi, sia pure in dipendenza dalla situazione, dal registro o dal contesto. Un disappunto ancora maggiore può capitare di osservare quando si cerca di spiegare le relazioni che intercorrono non solo tra italiano e dialetti ma anche tra dialetti di aree differenti: il parlante medio, infatti, tende ad appassionarsi soprattutto a questo tipo di discussioni, anche per il legame affettivo che lo stringe alla lingua del proprio territorio e che lo induce a rivendicarne orgogliosamente la superiorità di usi e di storia. Complice la nostra tradizione antica di denominare dialetto ogni sistema linguistico presente in una certa area e adoperato in ambiti e contesti ristretti, pochi sono coloro disposti a riconoscere, per esempio, che tutti i dialetti (e non solo alcuni) sono da considerarsi lingue. Molti stentano ad accettare che il discrimine tra dialetti e italiano sia segnato solo da criteri spaziali e da possibilità di impiego (la lingua si distribuisce su tutto il territorio nazionale e si può adoperare in ogni ambito e situazione) e, considerando restrittiva la denominazione dialetto, vorrebbero assegnare il primato di lingua solo ad alcuni idiomi, come, per esempio, il napoletano, il veneziano o il siciliano, che possono vantare un’illustre produzione letteraria.

 

Un altro luogo comune duro a morire è quello secondo il quale il nostro italiano troverebbe non nel fiorentino ma nel senese la propria origine o almeno la propria espressione più «raffinata». Premesso che definire una lingua come più o meno raffinata, o anche più o meno pura, significa esprimere solo un giudizio impressivo, non dimostrabile sulla base di analisi linguistiche, la controversia sul ruolo da assegnare a fiorentino e senese nasce in parte da un’antica rivalità, che si è andata accentuando soprattutto tra XVI e XVIII sec., e in parte dalla difficoltà del parlante medio a comprendere i cambiamenti subiti sia dal fiorentino sia dalle altre parlate toscane nei secoli successivi al Trecento. Se è però comprensibile e in parte giustificabile, come si è detto, ascoltare tanti luoghi comuni nelle conversazioni quotidiane, è molto meno giustificabile sentirli ripetere da studiosi che intendono spiegare a un ampio pubblico passaggi essenziali della nostra storia linguistica. Del maggiore debito dell’italiano nei confronti del senese ci è capitato nuovamente di sentire in una puntata de Il tempo e la storia, una trasmissione, per altri versi ben costruita e particolarmente encomiabile per le sue finalità educative, che talvolta include tra i propri argomenti, affidandoli alla trattazione degli storici, anche la lingua, l’arte e la letteratura. La puntata del 13 marzo scorso, che nonostante fosse dedicata alla nascita della lingua italiana era stata affidata a un illustre storico dell’età contemporanea, era purtroppo insolitamente ricca di imprecisioni gravi, su cui sarebbe eccessivo e forse ingiusto soffermarsi dettagliatamente. Non possiamo, però, esimerci dal sottolineare la sicurezza con cui si dava per autentico un luogo comune infondato e da tempo confinato solo alle conversazioni salottiere. Riportiamo, per correttezza, le affermazioni cui ci riferiamo così come le abbiamo trascritte dalla riproduzione riascoltabile nel sito di RAI Play (http://www.raiplay.it/video/2017/03/Il-tempo-e-la-Storia-La-nascita-della-lingua-italiana-a63a8cc8-b540-4a85-876d-d26a4d23afd7.html):

 

Conduttrice: […] il fiorentino che usano i letterati, i mercanti, i notai per i loro affari, i commerci, è già il nostro italiano?

Professore: Beh diventerà gran parte del nostro italiano, ma anzi si dice non il fiorentino forse il senese è quella [sic] dove questa lingua si è un po’ più elaborata, si è un po’ più raffinata, perché il fiorentino in senso stretto, come diceva Carducci, è un po’ sciocco, cioè un po’, diciamo, insipido, sciocco in questo senso…

Conduttrice: perché proprio il senese?

Professore: … un po’ insipido, basta pensare alla poesia Davanti a San Guido, dove dice appunto che è sciocco questo fiorentino. Il senese è una lingua già elaborata che si estende un po’ in Toscana e diventa…

Conduttrice: quindi una lingua più raffinata rispetto al fiorentino che si utilizzava all’epoca.

 

A parte la citazione palesemente erronea di Carducci, che in Davanti a San Guido, contrappone «la favella toscana» che usciva, con accento della Versilia, dalla bocca della nonna Lucia, alla favella «sciocca» di chi si sforzava di imitare, anche senza essere fiorentino o toscano, le scelte linguistiche manzoniane, la conclusione che trasforma il senese in lingua «già elaborata, che si estende un po’ in Toscana» e «più raffinata rispetto al fiorentino che si usava all’epoca» (ma quale epoca?) lascia veramente senza parole.

 

Gli storici della lingua, e con loro la gran parte degli studenti che frequenta i corsi di laurea in Lettere, sanno bene che la prima codificazione del nostro italiano è da ricondurre alle indicazioni di Pietro Bembo, che nella sua trattazione sulla lingua, pubblicata nel 1525, consigliò con successo agli scrittori italiani di prendere a modello per i propri testi la lingua di Boccaccio per la prosa e di Petrarca per la poesia: da qui muove la nostra prima unificazione linguistica e su quel fiorentino trecentesco, senza alcun intreccio con le vicende del senese, si fonda il nostro italiano. Altra cosa è ovviamente il fiorentino del Quattro-Cinquecento o, ancor più, il fiorentino attuale, che mostra, principalmente nella fonetica ma anche in altri tratti, una distanza palese da ciò che oggi denominiamo italiano standard. Non è questa la sede per dar conto di tali distanze, ma è utile ribadire che le differenze discendono solo dalla lenta, progressiva separazione (peraltro non senza alcuni momenti di nuovo incontro) tra la storia del fiorentino vivo e parlato e la storia dell’italiano. Che poi il senese, per alcuni suoi caratteri mutati in modo diverso dal fiorentino, potesse apparire, per esempio, ad alcuni viaggiatori del Settecento più vicino a ciò che ormai si era autonomamente affermato come italiano non ha nulla a che vedere né con la storia né con l’origine di quest’ultimo.

 

È evidente che non tutti gli studiosi sono tenuti a conoscere con precisione tematiche che non rientrano tra i loro oggetti di studio, ma dispiace constatare come passaggi della nostra storia linguistica, che sono anche passaggi essenziali della nostra storia culturale, non siano patrimonio condiviso almeno dagli intellettuali. Certo i luoghi comuni sulla lingua, come si è visto, sono duri a morire anche tra i parlanti colti, ma proprio per questo non è tollerabile che siano trasmessi come insegnamento in trasmissioni intenzionate a educare o almeno ad accrescere le conoscenze degli spettatori attraverso una divulgazione che vorrebbe essere alta e documentata. 

 

 

    In aggiunta ai due precedenti esempi del sintagma "giudizio impressivo" di Giorgio Bárberi Squarotti 1965 e di Adriana Chemello 1995, per un lettore 'curioso' che guardi al di là del proprio naso, si può precisare riguardo all'origine di tale uso che si tratta di un anglicismo. Gli ess. di "impressive judgement" sono peraltro documentati a iosa in Google.

    A proposito del "giudizio impressivo" che ha puristicamente impressionato il lettore Pasquale Ruta, vorrei solo far notare che tale sintagma non è poi tanto abnorme. Stando a "Google libri", ricorre per es. in autori quali
    (i) Giorgio Bárberi Squarotti, "Teoria e prove dello stile del Manzoni" (1965):
    "Si pensi alle descrizioni, fortemente ideologizzate, del fermento popolare per la carestia e l'alto prezzo del pane, dove il Manzoni appone continuamente il suo giudizio impressivo accanto agli eventi che ne vengono serrati in una necessità di ..." (p. 116);
    e (ii)
    Adriana Chemello "Libri di lettura per le donne: l'etica del lavoro nella letteratura" (1995):
    "Un giudizio impressivo e fortemente sintetico si esplica attraverso il sensorio degli occhi: «La gratitudine e la semplicità del suo amore vi [scil.: dagli occhi] tralucevano come da limpido specchio»"

    Purtroppo l'ineffabile professor Villari qualche puntata più avanti ha dato l'assalto anche a Manzoni con amenità del tipo "Manzoni era stato spettatore della Rivoluzione Francese" (a quattro anni di età? va bene il genio precoce, ma non esageriamo ... ), oppure: "La Storia della Colonna Infame fece parte integrante della prima edizione del Romanzo, cioè il Fermo e Lucia" (peccato che Manzoni abbia tenuto sia Fermo che Lucia ben chiusi nel cassetto della sua scrivania, manoscritti e mai pubblicati, vita natural durante sua, e che la Storia della Colonna Infame sia uscita con la seconda edizione del Romanzo (1840-42),che, come la prima (1827), aveva già il titolo definitivo "I Promessi Sposi"....) .Noi che amiamo la RAI, in particolare RAI3, continuiamo a esserle grati per questi programmi che danno respiro alle nostre giornate, ma riterremmo giusto che materie così importanti e delicate fossero trattate sempre da specialisti. Soprattutto nell'ipotesi che ci siano anche degli studenti in ascolto. Grazie, scusate lo sfogo.

    Vedo che sui social giustamente questo tema rimbalza a destra e a sinistra (si veda a esempio il post sul gruppo facebook «La lingua batte», 20 like e un commento, per non parlare dei tanti commenti proprio sul facebook della crusca, 117 like e 3 commenti).
    E ne capisco bene il motivo: ognuno deve fare il proprio lavoro.
    Perché la rai non si è affidata a uno storico della lingua?

    Sono d'accordo su quanto esposto dalla professoressa ognuno deve occuparsi delle cose di sua competenza.

    Concordo con Librandi sulla sostanza del suo intervento. Mi era capitato di vedere la puntata della serie RAI "Il tempo e la storia" dedicata alla nascita dell'italiano e, devo ammetterlo, ne ero rimasto piuttosto sconvolto. Sconvolto prima di tutto dalla scelta dell'ospite per trattare quel tema; sconvolto dalla sicumera dell'ospite nell'esprimere giudizi di storia linguistica piuttosto bizzarri e inauditi ("Dante non ha inventato nulla"; "il senese, non il fiorentino, è all'origine della lingua italiana"; "il ruolo di Manzoni va ridimensionato", cito a memoria, mi pare che il senso generale comunque sia corretto). Ha ragione Librandi: tutta la puntata era costruita su giudizi impressionistici. Ecco, appunto, impressionistici, non "impressivi" come scrive il severo recensore (o dovrei dire la severa recensitrice o recensora?) che boccia la puntata RAI.
    Cito Librandi: "Premesso che definire una lingua come più o meno raffinata, o anche più o meno pura, significa esprimere solo un giudizio impressivo, non dimostrabile sulla base di analisi linguistiche... ".
    Da quanto risulta dai lessici dell'uso (i "De Mauri" in primis), l'agg. IMPRESSIVO significa: "atto a comunicare un impulso o a trasmettere un movimento | fig., capace di suscitare un'impressione, impressionare, commuovere".
    Ora, si può escludere che il recensore (o la recensora o recensitrice) volesse far riferimento ai giudizi che "comunicano un impulso" (???) o "che impressionano, che commuovono". Evidentemente i giudizi messi alla berlina sono quelli che si basano sull'impressione, quelli superficiali, non comprovati da alcun dato documentario (infatti il giudizio sarebbe "non dimostrabile sulla base di analisi linguistiche"). Quindi sono giudizi impressionistici, non impressivi.
    Certo, "I luoghi comuni sulla lingua sono duri a morire: meglio però sarebbe non insegnarli alla RAI"; giustissimo, mi pare che "meglio però sarebbe" avere anche più accortezza nell'uso del lessico, tanto più per un recensore accademico di puntate sbagliate, tanto più alla Crusca.

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