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Il gruppo dei relatori
Mostra "Napoleone e la Crusca"
C. Marazzini, G. Betori, G. Frosini, D. Ragionieri
Una lettera autografa di Alessandro Manzoni

La competenza linguistica dei giovani italiani: cosa c'è al di là dei numeri?


Settembre 2019

Rosario Coluccia

 

Luglio 2019: si sono appena conclusi gli esami di maturità, il nuovo esame di Stato al debutto quest’anno. Si sono diplomati in Italia circa 520 mila studenti, con voti assai variabili, dal 60 (che è il minimo) al 100 e lode (che è il massimo). Ovvio, i ragazzi non sono tutti ugualmente bravi. I risultati variano anche a seconda del tipo di scuola (liceo classico, scientifico, industriale, ecc.), dei contesti ambientali, della dislocazione regionale. Il confronto tra i punteggi di  quest’anno e quelli dell’anno passato, segmentati  per blocchi di voti (promossi con 60; con punteggi compresi tra 61 e 70; tra 71 e 80, tra 81 e 90; ecc.) registra piccoli scostamenti in più o in meno, non rilevanti. Un paio di percentuali merita attenzione. I diplomati finali sono il 99,7%, contro il 99,6% dell’anno scorso. Inoltre, rispetto all’anno precedente, aumenta la percentuale di studenti che si maturano  con il massimo dei voti: i diplomati con 100 e lode sono l’1,6% (nei licei la cifra sale al 2,5%), mentre l’anno scorso erano l’1,3%. La percentuale dei promossi è altissima e aumenta anche il numero degli studenti che ottengono il punteggio massimo. Un sito commenta: "Da questi numeri si può capire che gli studenti italiani migliorano di anno in anno e che, in particolare, i maturandi che hanno appena affrontato la maturità  sono stati davvero bravi rispetto ai colleghi degli scorsi anni".

Ma è davvero così?  Altre verifiche danno risultati contraddittori. Da una decina d’anni nelle scuole italiane si svolgono le cosiddette prove Invalsi ("Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione") che intendono misurare le competenze in italiano, matematica e inglese degli studenti di elementari, medie e superiori. Non sono banali, vige un sistema di controllo piuttosto rigoroso. Dai test Invalsi risulta che alle superiori uno studente su tre non è in condizione di capire un testo in italiano di media complessità, senza contenuti tecnici o astrusità particolari. E dunque. Di fronte a una percentuale di promossi nelle scuole che rasenta il 100%, in altre prove molti studenti ottengono risultati scarsi o scarsissimi, comunque insufficienti.

Si tratta di diversità dovute, semplicemente, a diversi criteri di analisi o (addirittura) a errori di valutazione commessi dai ricercatori? Per capirne di più, conviene allargare lo spettro dei confronti. PISA ("Programme for International Student Assessment") è una sigla che indica un’indagine dell’OCSE ("Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico") che valuta l’efficacia del sistema educativo mondiale. Vengono esaminati circa 540 mila studenti di 15 anni, rappresentativi di circa 30 milioni di coetanei, dislocati in 72 paesi, con tradizioni, storia, economie diverse. Si tratta di numeri molto alti, che non è possibile sottovalutare. La prima indagine PISA si è svolta nel 2000, viene ripetuta  ogni tre anni (l’ultima è del 2018), allo scopo di misurare anche le linee di tendenza, i miglioramenti e i peggioramenti.

Si considerano matematica, scienze e padronanza linguistica (naturalmente la lingua madre cambia paese per paese, nel nostro caso si considera la padronanza dell’italiano). Queste discipline sono alla base delle conoscenze e delle abilità necessarie per una piena partecipazione dell’individuo alla vita della società  moderna, rispondono alla domanda: "Cosa è importante per un cittadino conoscere ed essere capace di fare"? Ai primi posti della più recente classifica troviamo Singapore, Giappone, Estonia, Taipei (/Formosa), Finlandia, Macao (Cina), Canada, Viet Nam, Hong Kong (Cina), Cina. Ce n’è abbastanza per smentire presupposizioni infondate (sull’eccellenza del sistema educativo occidentale tradizionale) e pregiudizi (sulle nazioni ritenute arretrate). L’Italia si colloca più o meno a metà classifica. Non c’è da consolarsi, siamo lontani dai vertici, battiamo paesi con economie povere e spesso dilaniati da guerre recenti; agli ultimi posti si collocano Tunisia, Macedonia, Kosovo, Algeria, Repubblica Domenicana.

Se si scompongono i dati l’allarme aumenta. Esistono differenze tra gli studenti italiani del Nord e quelli del Sud e delle Isole. Confrontati con la graduatoria globale, i primi (Bolzano, Trento e la Lombardia) raggiungono la media più alta, i secondi affondano in classifica nelle ultime posizioni. Gli studenti della Campania sono nella parte bassa, al pari dei ragazzi delle Azzorre e dell’Argentina. E allora converrà riconsiderare con estrema attenzione (non dico con sospetto) i risultati della maturità 2019, che indicano nella Campania  la Regione con il più alto numero assoluto di diplomati con lode (1.287), seguita da Puglia (1.225) e da Sicilia (817); se si considera invece il  rapporto tra diplomati con lode e diplomati totali il risultato migliore viene raggiunto dalla Puglia (3.4%), seguita dalla Calabria (2.6%) e dall’Umbria (2.4%) (la media nazionale è dell’1,3%).

Forse qualcosa non va nei voti alti concentrati in larga parte in alcune regioni. Né ha senso invocare un sorta di federalismo degli esami, assurdamente compensativo rispetto al federalismo di risorse, sanità, retribuzioni (anche dei docenti) che i governatori di Veneto e Lombardia reclamano per le loro regioni, in nome di un’autonomia mal intesa. Non è questo il punto cruciale. Al di là di qualche oscillazione dei voti, il problema di una scarsa conoscenza dell’italiano è generale, riguarda il paese intero.  Alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente.

Fino a pochi decenni fa avevamo un’ottima scuola primaria, un liceo classico dove si studiava con profitto. Oggi le cose sono mutate. La scuola, lasciata sola a combattere i "mali del mondo" (dal riscaldamento globale alla ludopatia, dal ciberbullismo ai disturbi alimentari), si trova in difficoltà di fronte all’obiettivo di garantire una preparazione adeguata a tutti i frequentanti. Inutile lamentarsi dei risultati Invalsi se non si dotano le scuole di biblioteche, se non si fanno arrivare i libri nelle case in cui mancano, se non si investe in modo sistematico nella promozione della lettura. I dati sulla povertà dei ragazzi (economica ed educativa), sul numero dei lettori, sull’abbandono scolastico, sulla disoccupazione giovanile narrano tutti la stessa storia: il fallimento dello Stato nel rimuovere gli ostacoli materiali e morali per la realizzazione di una piena uguaglianza.

Nel gennaio 2017 e nei mesi successivi fece molto rumore il cosiddetto appello dei seicento, sottoscritto da un folto gruppo di intellettuali, scrittori, giornalisti (non solo professori) che si intitolava "Saper leggere e scrivere: una proposta contro il declino dell’italiano a scuola". Se ne parlò molto, a quel tempo, anche con pareri diversi. Condivisa fu la constatazione che il dominio dell’italiano da parte dei giovani è in netto declino. Aggiungo: lo smottamento linguistico non coinvolge solo i giovani, è generalizzato. Errori grossolani pullulano sui media, né va meglio con professioni (magistratura, avvocatura) che pure hanno la lingua, il nostro più importante bene culturale immateriale, al centro della propria attività. L’uso maldestro dell’italiano, anche fuori dalla scuola e dall’università, è incontestabile. L’analfabetismo di ritorno è diffuso, molti adulti ne soffrono. E nulla di serio si propone (né, tanto meno, si fa) per contrastarlo.

Vengo al nodo, non tutti saranno d’accordo. Basta con le facilitazioni, comunque motivate. Bisogna puntare sulla qualità, a tutti i livelli. Invece si bada ai numeri, disinteressandosi dei contenuti, cedendo alle pressioni dell’ambiente e al sindacalismo dei genitori, che rivendicano a priori voti alti per i propri figli. Non cambia all’università. Ci sono corsi in cui molti si laureano in anticipo rispetto agli anni previsti e la media del voto di laurea oscilla tra 110 e 110 e lode. Il Ministero premia questi corsi, ritenendo tali risultati eccellenti (e quindi incoraggia l’imitazione del modello); ma ho forti dubbi che quegli studenti siano tutti dei geni. Si premia l’apparenza, non la sostanza. Non rendiamo un buon servizio agli studenti se mettiamo sul medesimo pregevole piano chi studia duramente, con fatica, spesso in condizioni economiche disagiate, e chi ottiene gli stessi risultati immeritatamente. Ieri si guardava con ammirazione chi, a prezzo di sacrifici, riusciva a raggiungere livelli elevati di preparazione. Oggi invece prevale la convinzione che studio e sapere (privi di prestigio) sono irrilevanti per il successo sociale ed economico (ma non è così, un livello di competenze elevato dà anche vantaggi economici). La spinta generalizzata verso l’alto, indipendentemente dalle qualità e dall’impegno, non fa bene alla nostra  scuola e alla nostra università.

La vera sfida è puntare sull’eccellenza reale, misurandosi alla pari con il resto d’Europa e con il mondo. Sono necessari investimenti strutturali: edifici, palestre, libri, attrezzature e strumenti didattici. Non sarebbe spesa improduttiva. I professori, già chiamati a un lavoro improbo e scarsamente considerato, abbiano voglia di porsi obiettivi ambiziosi, offrendo ulteriore impegno e chiedendo ai ragazzi qualità. Creare una vera unità nazionale nell’istruzione dovrebbe essere scopo primario della politica e obiettivo del paese intero. Servono giovani preparati, all’altezza dei tempi.

La partita  si gioca  nella scuola, lì si vince o si perde tutto. Non ho ricette da proporre. Offro alla valutazione dei lettori solo modesti spunti di riflessione.

  • Chi ha il potere di decidere non ceda alla velleità di varare ulteriori riforme scolastiche. Ogni governo tenta la propria, puntualmente smantellata dal governo successivo. Per qualche anno lasciamo che i professori, vessati dalla compilazione di questionari, di moduli e da adempimenti burocratici vari, possano lavorare tranquillamente, senza novità normative.  La politica, senza clamore, si occupi di aumentare gli stipendi dei professori della scuola (oggi quasi indecorosi), di allestire biblioteche ricche di libri e laboratori ben attrezzati.
  • I professori non rinunzino a esigere dagli studenti cognizioni, nozioni, date (un tempo giudicate essenziali e oggi ritenute inutili). Non è possibile l’apprendimento  se  mancano l’approfondimento e la riflessione individuali.  Capire quello che si legge, parlare e scrivere correttamente richiedono applicazione e studio. Sono insensate le parole d’ordine che invitano i ragazzi a non studiare perché è inutile (essere competenti non serve!) e i professori a non dare compiti a casa (tutto deve concludersi in classe, senza fatica!). Ritorni nella scuola l’esercizio della memoria, facoltà importantissima alla quale abbiamo rinunziato a cuor leggero. Non sto esaltando il nozionismo, sto invitando alla conoscenza.
  • Gli studenti, abituati alla comunicazione spezzettata dei social, allo scorrere frenetico di informazioni e di immagini, alla perpetua connessione in rete, si addestrino a distinguere, confrontare, scegliere nel mare di notizie complesse e contraddittorie disponibili fuori dalla scuola. Con la guida dei professori, cerchino nella scuola e nei libri di testo i percorsi per la loro preparazione.
  • Le università preparino in modo adeguato i futuri insegnanti, che spesso posseggono in misura ancora limitata le nozioni di linguistica indispensabili per un efficace insegnamento dell’italiano. Dopo la laurea è necessario un aggiornamento costante degli insegnanti, di cui dovranno farsi carico ancora le università,  insieme ad Accademie come la Crusca e i Lincei, ad Associazioni come l’ASLI e la SLI, che con grande merito già operano in quest’ambito. Università, Accademie e Associazioni facciano questo con le proprie risorse, senza spese per i partecipanti,  sottraendo gli stessi al diluvio di corsi, corsetti e master di pessima qualità, organizzati da  individui poco seri che dell’aggiornamento nelle scuole hanno fatto un mestiere lucroso.

Il tema riprende, con modifiche, due articoli apparsi in "Nuovo Quotidiano di Puglia", il 4 e il 18 agosto 2019.

 

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Settembre 2019

Intervento di chiusura di Rosario Coluccia

Il tema del mese tratta di insegnamento e di scuola, i docenti intervengono. In maniera lucida, propositiva, non rassegnata, anche se la situazione in cui versa la scuola italiana non induce all’ottimismo. I docenti chiedono concordemente di essere messi nelle condizioni di svolgere al meglio il loro compito, senza proclami e senza nuove ricette magiche. Non hanno buttato la spugna, questo lascia ben sperare. Se la scuola non si arrende, non è impossibile un futuro migliore per la nostra società.

____La triste notizia che in una scuola della penisola gli studenti italiani hanno mostrato di conoscere più l'inglese che l'italiano (v. lettera di Maria Teresa Giuliani) deve farci comprendere la gravità estrema del momento per la nostra lingua, e la necessità di fare qualcosa per salvarla.
____La lingua italiana sta per venir sostituita dalla lingua inglese: è solo una questione di tempo, di quanto durerà quest'agonia.
____I molti suggerimenti presentati, pur interessanti e quasi tutti condivisibili, s'infrangono contro l'analisi lucidissima di uno studente che sentenzia: "è una questione di velocità che l'italiano non ha rispetto all'inglese". E pure una linguista di gran vaglia è costretta ad ammettere che "la velocità dell'inglese ha favorito alcune espressioni" (v. Google: ).
____Per dette ragioni, non solo i marchi commerciali e i titoli dei filmi, ma anche i nomi degli oggetti della vita comune sono ormai in inglese.
____E' inutile allora pretendere competenze linguistiche di una lingua moribonda.
____Ma noi siamo italiani: abbiamo il dovere di salvare la lingua più bella del mondo.
____Per aumentare le competenze linguistiche degli italiani bisogna, allora, intervenire sull'italiano stesso.
____Bisogna riformare la lingua italiana per renderla veloce, creando neologismi brevi, da affiancare, come sinonimi, ai termini tradizionali, in modo che ognuno possa scegliere, di volta in volta, se parlare veloce oppure lento. In tal modo i nostri Classici verrebbero rispettati e l'italiano diventerebbe una lingua più appetibile, sia in Italia che all'estero - visto che il mondo di oggi vuole velocità e nessuno ha tempo da perdere -. Per fare il solito esempio: "hotspot" va tradotto non solo con "centro di identificazione" ma anche col sinonimo breve di fantasia "òspo", in modo che, quando si vuole rallentare, si userà il primo termine ("centro di identificazione"), e, quando si ha fretta, - cioè quasi sempre - si userà il secondo: "òspo".
____La gente non è interessata all'italiano perché è una lingua lenta e, perciò, perdente. Solo la sua velocizzazione può ribaltare la situazione, perché gli italiani, costretti all'inglese dalla cultura dominante - e indotti ad esso dalla sua meravigliosa velocità -, non potranno non chiedersi :"Ma perché devo parlare e scrivere in inglese se in italiano faccio prima?". Oggi, purtroppo, è il contrario perché gli italiani si chiedono: "Ma perché devo parlare e scrivere in italiano se in inglese faccio prima?".
____ Le competenze linguistiche aumentano all'aumentare dell'utilità di una lingua: utilità che, oggi, vuol dire velocità.
____Il risparmio di tempo è anche un risparmio di costi. Come ben sapeva Valentino Bompiani - che pubblicava "à" invece di "ha", risparmiando uno spazio - se le parole vengono velocizzate, abbreviate, i costi diminuiscono.
____Oggi, gli editori, soprattutto di libri scientifici, spingono per la pubblicazione in inglese perché ciò comporta un risparmio notevole di carta e d'inchiostro. Come si fa, allora, a riempire di libri le case - come è stato pur giustamente suggerito - se non mettiamo gli editori nella condizione di poter diminuire i costi e, dunque, i prezzi dei libri?
____Il digitale è necessario nella pubblica amministrazione, ma la scuola è un mondo a parte, perché deve formare le persone. Se gli studenti vanno a scuola alleggeriti dalla cartella o dallo zaino, vengono diseducati allo sforzo fisico, creando solo gente che in futuro vorrà uno stipendio senza faticare. E' chiaro, però, che i libri italiani sono più pesanti di quello che dovrebbero essere proprio per colpa delle parole chilometriche dell'italiano attuale, il quale va velocizzato anche per questo.
____E non è solo una questione di risparmio, è anche l'unico modo per salvare l'italiano dalla prossima, inevitabile, estinzione.
____E' dunque improcrastinabile una riforma che velocizzi l'italiano, con parole più brevi, mantenendone la stessa bellezza - data dal finale in vocale delle parole -, e aumentandone la precisione - col distinguere tra soggetto e complemento oggetto e tra articoli e pronomi ("lo", "la", "li" e "le", ad esempio, sono articoli o pronomi? E' ora di differenziarli!) -.
____*
____La velocizzazione, necessaria per il lessico, sarà indispensabile anche per la scrittura corsiva, oggi lenta e difficile, e per tale ragione abbandonata da alcuni Stati.
____La forma di alcune lettere (a mano, non a stampa) deve, cioè, essere cambiata in modo da rendere il corsivo veramente corsivo, veloce e dunque:
________1: continuo, cioè che non costringa a staccare la penna dal foglio, ad esempio cambiando il corpo della lettera "i" per rendere inutile il rallentante puntino;
________e
________2: antiorario, ad esempio scrivendo la parola \non\ con /uou/, come facciamo tutti quando c'è bisogno di velocità. Sottolineo che stò parlando del corsivo, cioè di una scrittura chirografaria (cioè manuale), non dattilografica (cioè a stampa). La \u\ la scriveremo in altro modo, ma sempre con direzione antioraria. Inutile dire che le lettere (caratteri) a stampa rimarranno come sono, anche se sarebbe meglio differenziare graficamente la /I/ (\i\ maiuscola) dalla /l/ ("elle" minuscola): due lettere che se stampate coi presenti caratteri (privi delle grazie) sono indistinguibili (infatti, sono stato costretto, poco fa, a scrivere "elle" per farmi capire).
____Molto importante per la crescita culturale della nazione - e, quindi, per primo, degli studenti -, è convincere gli editori di rotocalchi e riviste (o imporre loro per legge, visto che lo vogliono capire) di cominciare gli articoli nelle pagine dispari e finirli in quelle pari. Oggi è l'esatto contrario, con la conseguenza che è impossibile fare ciò che ogni persona (e dunque anche gli studenti) dovrebbe fare, e cioè staccare le pagine di un articolo che interessa per costruirsi fascicoli (dossier) su singoli argomenti senza rovinare l'articolo precedente e quello successivo. Questo è un punto molto importante, perché la nete (rete Internet) non basta.
____*
____A scuola deve valere il principio autoritativo: gli insegnanti devono poter svolgere la loro missione senza essere disturbati da studenti molesti e genitori violentemente iperprotettivi verso i loro "cocchetti". Ma la protezione per legge degli insegnanti, non deve far loro dimenticare che se non si ha carisma, se non si riesce a trascinare i giovani, è meglio cambiar mestiere. Certo, il discorso è delicatissimo, ma qualcosa va fatto.
____*
____La scuola non deve insegnare un oggetto già impreciso in sé stesso (la lingua italiana così come è adesso) perché ciò instilla nei bimbi quest'idea: "I grandi non sono precisi, perché devo esserlo io?". Scritture come "scuola", "cuore", "glicini", e "negligenza", essendo diverse da come si pronunciano, tendono a creare dislessia. Inutile far paragoni coll'inglese: sono i padroni del mondo: fanno quello che vogliono.
____Quando una lingua è perfetta, le competenze linguistiche aumentano perché aumenta l'amore per essa.

Siamo due docenti di italiano e latino di un liceo scientifico della provincia di Lecce. Ogni giorno ci relazioniamo con ragazzi e ragazze di una fascia d’età compresa tra 14 e 19 anni, proprio quella presa in esame dalla lucida riflessione del prof. Coluccia. Una riflessione chiara, allarmante, ma non allarmistica, che si propone di individuare i diversi elementi di valutazione per costruire un dibattito serio e costruttivo sul tema “Scuola”. Ciò di cui oggi si ha bisogno, evidentemente, è innanzitutto prendere atto dei punti di debolezza del sistema educativo, di quella “realtà effettuale” dalla quale non si può prescindere per ri-costruire ciò che nel corso degli ultimi anni si è andato sempre più smarrendo e deteriorando.
Gli interventi dei colleghi finora già pubblicati hanno preso in esame, in maniera puntuale e lucida, i vari aspetti della questione; ciò ci conforta nel considerare che i problemi sono largamente condivisi, e ci incoraggia a operare cercando di superare le carenze con cui quotidianamente ci confrontiamo. Naturalmente, ciò non basta. E’ necessario che, se si vuole davvero giungere ad una soluzione, le scelte politiche non siano legate all'avvicendamento dei vari ministri, ma frutto di un progetto ad ampio respiro che ripensi alla riorganizzazione globale del nostro sistema educativo.
Claudia Monetti- Anna Maria Rollo- Docenti Liceo Scientifico Leonardo da Vinci- Maglie (Le)

Ruolo docente e nuovo modello culturale: la competenza linguistica viatico per la trasformazione

Il tema di questo mese e l’acuto intervento del professore Rosario Coluccia che lo introduce inducono gli operatori della scuola - termine a mezzo tra economicismo e tecnicismo -, gli insegnanti - detto invece in termini filologicamente più corretti e meno ambigui - ad un profondo e coraggioso tentativo di ridefinizione del proprio ruolo, tanto più arduo ed ultimativo quanto più necessario e non rinviabile nel tempo dello scollamento fra politica e società civile, fra etica della conoscenza e prassi pedagogica. Uno scollamento ideologicamente nascosto in nome di un efficientismo talvolta di facciata, di una progettualità effimera, nei tempi e nei modi in cui spesso si articola, di breve respiro rispetto alla esigenza, solo di recente avvertita con urgenza, di lifelong learning.

A partire dai dati, attraverso la narrazione di chi si trova a scontare nel quotidiano il fallimento di un agire vissuto in solitudine, fra tentativi ora solo abbozzati, ora avviati anche con soddisfazione, ora repressi sul nascere e frustrazioni - narrazione legittima e tuttavia inadeguata a scalfire la poderosa architettura su cui intervenire - si consuma la certezza di contraddizioni profonde, segni di un tempo di profonde trasformazioni difficili da guidare, da gestire, da comprendere persino, perché interne ad un’idea di cambiamento che non coincide con progresso, che nasconde pericolose fughe all’indietro, cambiamento che precipita nel presente e che svuota le nostre azioni dall’interno in una girandola caotica dove tutto è il contrario di tutto, dove la complessità non è forma di conoscenza del reale, ma giustificazione, e nemmeno tanto ben confezionata, di un’incapacità strutturale alla trasformazione. O di una debolezza della volontà di fronte alla pressione dei nuovi valori, del nuovo sistema di realtà governato, questo sì, dalle parole nuove del terzo millennio che esige, per il suo funzionamento, il rispetto di un modello preciso di gestione dell’esistente in vista di un futuro automatizzato ed ipertecnologico, vicino, a portata di mano, a patto che si sia disposti ad accoglierlo in toto.

Ed allora il ruolo docente rappresenta il banco di prova della tenuta di una funzione sociale da rifondare. Non è sufficiente l’impianto riformistico all’interno del quale far confluire vecchio (ma cos’è il vecchio?) e nuovo (cos’è il nuovo?), tradizione e innovazione in un amalgama dalla tenuta incerta, già viziata all’origine. Si tratta piuttosto di un rovesciamento e di un ripensamento della politica educativa di carattere eminentemente culturale: si tratta di operare un rivoluzione culturale che ridefinisca i rapporti fra le esigenze della società odierna, pur entro la sua complessità e contraddittorietà, e i modi di rappresentazione di quelle istanze. E che non può non passare dalla scuola e dall’università: ripensare scuola e università non per un recupero nostalgico del passato, ma per la costruzione del futuro, non operazione velleitaria e astorica, ma radicata nei problemi e nei bisogni conoscitivi dei giovani d’oggi, spesso nemmeno percepiti, latenti nelle pieghe più riposte della loro insoddisfazione, della loro ansia, del loro appiattimento. Qui si misura la rifondazione del ruolo docente, nello studio, nella ricerca, nella partecipazione, ed anche nella discussione e nella diversità dei modelli di riferimento e delle opinioni, nella costruzione di una alternativa resa possibile dall’urgenza del reale, provocatoriamente vissuta nella pratica della professione e intesa come atto politico (nel senso più nobile del termine) di resistenza per la trasformazione.

Gli ambiti disciplinari sono il luogo elettivo della trasformazione, gli statuti epistemologici delle discipline e il confronto con i contenuti sono il terreno d’esercizio della democraticità dell’impianto generale. Ed allora la competenza linguistica diviene uno dei luoghi per praticare il primato della coscienza di sé e della conoscenza dell’altro da sé. Diviene elemento centrale per dare senso al rapporto insegnamento-apprendimento nel difficile momento della definizione di un ubi consistam, della ricerca di una direzione che muova verso la costruzione di una mentalità ecologica, di un nuovo modello culturale che recuperi l’individuo, le sue radici, la memoria di sé e del suo passato, la sua intelligenza e la percezione del suo stare nel mondo. E richiama i docenti ad una veglia della ragione praticata con gli strumenti della professione di cui le indicazioni offerte come spunto di riflessione nell’intervento del professore Coluccia rappresentano un sintetico, essenziale, agile manuale d’uso, da applicare con rigore e serietà: la comprensione della realtà passa dalla comprensione dei segni attraverso cui essa si manifesta e il tratto linguistico (segno anch’esso) caratterizza e veicola la comunicazione degli altri segni. Il possesso della competenza linguistica è esso stesso atto comunicativo, esercizio della libertà individuale e collettiva, la sua potenza non prevede scorciatoie o semplificazioni, riduzioni o facilitazioni. La consapevolezza dei propri atti linguistici e comunicativi, propri perché interiorizzati nelle forme di coscienza del singolo rispetto alla comunità - sociale, politica, culturale, locale, nazionale, sovranazionale - coincide con la pratica dei diritti inalienabili e si pone a garanzia di qualsiasi processo di trasformazione. Il docente accompagna l’acquisizione di tale possesso, non insegna ad amare la lettura, pone problemi, costringe il suo giovane interlocutore a pensare, ad uscire dagli schemi e dagli stereotipi, ad indagare, con fatica reciproca, ma senza sconti reciproci, senza banalizzazioni di comodo, senza il ricorso ad ideologiche e fuorvianti altre vie dalle quali prendere a prestito modelli e comportamenti, propone anzi una forma di approccio alternativa, perché diversa e peculiare, che lasci spazio al pensare.

La posta in gioco è alta. Senza retorica e demagogia si tratta del futuro dei nostri giovani ai quali è affidato, in parte, anche il nostro futuro. Si tratta della formazione di una realtà istituzionale, economica, sociale consapevole e responsabile, all’altezza delle sfide alle quali è chiamata a rispondere, che trovi nella istruzione il mezzo per governare i processi e nella cultura il luogo della sua affermazione.
Agnese Gianeselli
Bari, 25 settembre 2019

L’articolo del prof Coluccia individua in maniera chiara i problemi in cui si dibatte la scuola italiana del XXI secolo. Una scuola sommariamente democratica che ha smesso di pretendere dai suoi studenti, capace di ribaltare lo spirito costituzionale di una scuola aperta a tutti. Nei fatti una scuola pubblica che non funziona o funziona poco diventa sempre più classista per cui chi può iscrive i figli in istituti privati e per gli altri non resta che l’antica arte di arrangiarsi. Alcune volte con lodevoli risultati ma in generale con un massiccio abbassamento della qualità. I risultati delle prove INVALSI e la classifica dell’OCSE presentano un paese diviso tra Nord e Sud e una mediocrità nelle discipline (matematica, scienze e padronanza linguistica) necessarie alla piena partecipazione dell’individuo alla vita sociale.
Nel testo si fa riferimento alla scuola di pochi decenni fa che ha prodotto risultati apprezzabili e che ha permesso all’Italia un salto qualitativo importante. Ma da alcuni anni le cose sono radicalmente cambiate. Agli insegnanti si chiede, come scrive Alberto Melloni su Repubblica in una lettera indirizzata ad un' immaginaria docente, di essere onniscienti: << Da un lato, infatti, tutti si aspettano da lei l’onnipotenza onnisciente. Lei deve smontare il bullismo e insegnare la grammatica. Far capire la relatività e prevenire la violenza di genere. Trasmettere l’amore al sapere e la cultura della sostenibilità. Gestire i disturbi specifici dell’apprendimento ed essere attore della rivoluzione digitale. Vigilare sul razzismo e sulle equazioni di secondo grado. Iniziare all’arte e combattere l’analfabetismo religioso>> . << Dall’altro gli stessi - continua Melloni - quando sospettano non sia onnipotente, le porgono il loro disprezzo. Perché è stata lei – non tenti di negarlo – che non ha insegnato l’antifascismo, l’autorità, il congiuntivo, le competenze digitali e dunque il razzismo, la cialtroneria, l’analfabetismo di ritorno e la dipendenza da smartphone sono colpa sua. E poi, se non avesse perso tempo a leggere, avrebbe potuto restaurare un po’ di autoritarismo, strappando di mano ai ragazzi i telefonini con la frusta di Indiana Jones, dopo un corso online disponibile sulla apposita piattaforma Edufuffa. E dunque, per queste colpe, lei si merita non solo uno stipendio modesto ma soprattutto il disprezzo sociale e il compatimento>>. Sul filo dell’ironia Melloni coglie le varie problematiche che affliggono la scuola e che secondo il nostro parere affondano le radici nelle riforme volute dai governi sul finire del secolo scorso e che sono continuate fino ai nostri giorni. Negli ultimi vent’anni, infatti, il nostro sistema scolastico è stato sfigurato dall’ostinazione con cui i governi hanno destrutturato scuole e università pubbliche con l’intenzione di colmare il divario tra istruzione e mercato del lavoro: inventariare la domanda delle aziende e orientare su quest’ultima l’intero assetto della formazione. Ciò ha gradualmente convertito il diritto allo studio sancito dalla Costituzione in un servizio a pagamento, adeguato agli investimenti e opportunamente monitorato dagli investitori. La chiave di tutto ciò è il varo dell’autonomia scolastica: dopo quella degli Atenei, abbiamo avuto la legge dell’autonomia scolastica, con cui, nel perseguire il decentramento amministrativo, si istituiscono centri di istruzione separati e in competizione: ogni singola scuola deve promuovere sul mercato una propria «offerta formativa» (POF/PTOF) per il maggior numero di studenti-clienti. Insieme all’autonomia, il governo si adopera, con la legge sulla parità scolastica, per il progressivo definanziamento delle spese per l’istruzione pubblica, cui corrisponde un aumento degli oneri dello Stato verso le scuole private. Successivamente si assiste a corposi tagli, introduzione di test e valutazioni continuate fino alle recenti riforme che prevedono forme di contiguità con il lavoro (Alternanza scuola/lavoro - PCTO) scimmiottando il sistema tedesco senza averne i presupposti. L’annientamento del valore della cooperazione, la precarizzazione dell’insegnamento, il rafforzamento autoritario delle figure apicali e per gli studenti una atomizzazione dei programmi e dei valori formativi, che lascia spazio alle tante diseguaglianze territoriali di censo e di ceto, sono il risultato finale. Scomparsi i libri, cancellato il tempo della riflessione e della condivisione, non resta che una corsa affannosa attraverso scadenze didattiche d’ogni genere, segnate da un tempo riempito a viva forza dal simulacro dell’efficienza. Non possiamo sapere se questo processo sia reversibile considerate le prime dichiarazioni dell’attuale Ministro dell’Istruzione secondo il quale <> e immancabili rimandi al sistema scolastico finlandese. Siamo convinti che il Ministro non volesse far passare l’idea di una scuola come un parco giochi ma l’uso di determinati vocaboli può generare equivoci. <> faceva dire Nanni Moretti al suo alter ego Michele Apicella nel film Palombella rossa. I verbi da declinare sono altri: educare primo fra tutti. <> - scrive Susanna Tamaro in un editoriale sul Corriere della Sera - «richiede però l’esistenza di un principio di autorità, principio ormai scomparso da ogni ambito della vita civile>>.
Ricette sul breve periodo ovviamente non ce ne sono. Certamente ognuno deve fare la sua parte docenti, studenti, famiglie e chi opera scelte politiche. Fanno sperare le parole del Presidente della Repubblica pronunciate qualche giorno fa in occasione dell’inaugurazione dell’anno scolastico. Mattarella ha ringraziato i docenti per aver colmato le carenze organizzative e materiali della scuola italiana consapevole del fatto che solo la scuola può far ripartire quella mobilità sociale che è stata fonte di crescita nel passato.

Ciro Buccoliero – Maria Teresa Greco docenti corsisti Accademia dei Lincei polo pugliese.

Le osservazioni del prof. Coluccia non possono non essere condivise.
Se comparassimo i risultati Invalsi di italiano e di inglese dei ragazzi delle scuole superiori, probabilmente avremmo l’amara sorpresa di vedere che hanno raggiunto risultati migliori in inglese piuttosto che in lingua madre, come è accaduto nella mia scuola.
Dobbiamo quindi riflettere su come insegniamo, su come strutturiamo un curricolo verticale, su come certifichiamo competente e traguardi.
La lingua è strumento di apprendimento, ci consente di acquisire e valutare in maniera critica le informazioni.
La competenza linguistica è il modo modo per apprendere in modo critico e per tutta la vita, per comprendere e interpretare il mondo: rappresenta, quindi, la possibilità di esercitare la cittadinanza in maniera attiva e consapevole. Non può essere solo un problema del professore di italiano.

L'articolo del Prof. Coluccia tocca i punti dolenti del sistema educativo italiano. Personalmente, diffonderei il più possibile i consigli operativi, i quali - se non m'inganno - risultano immediatamente applicabili. Certamente la qualità è l'obiettivo al quale tutti dobbiamo tendere. E faccio un esempio concreto. Nella scuola secondaria di primo grado, spesso, troppo spesso, si trascura l'insegnamento della storia linguistica e letteraria, non solo dei primi secoli, ma anche di epoche più recenti. "Troppo difficile" - si dice. Non è affatto vero! Attraverso Dante, Foscolo o Montale, i nostri ragazzi imparano a dare un nome alle emozioni; imparano - gli italiani del futuro - a comprendere, dando ad essi un nome, i moti dell'animo. I nostri alunni hanno una gran voglia di apprendere: più l'impresa è ardua, più desta interesse e spirito d'avventura. Perché la scuola è anche questo: un'avventura emozionante, un percorso entusiasmante. Nell'augurare a tutti un buon inizio d'anno scolastico, mi permetto di segnalare un'iniziativa nata all'interno del corso di formazione "I Lincei per una nuova didattica nella Scuola: una rete nazionale" (Italiano - Polo pugliese - sede di Lecce): intervistedantesche.blogspot.com.
Buona navigazione!

L'analisi del Prof. Coluccia individua con chiarezza alcuni nodi problematici della scuola e della preparazione degli studenti italiani. Avendo avuto modo di operare in tutti e tre i gradi dell'istruzione scolastica, confermo che che la tendenza al ribasso nelle richieste dei docenti nei confronti degli alunni e ad una valutazione generosa delle loro performance è pervasiva ed è, da un lato, frutto della pressione dei genitori, dall'altro conseguenza della aziendalizzazione della scuola italiana, dove i Dirigenti scolastici, nel timore di perdere utenti e di ricorsi dei genitori, invitano a promuovere anche in caso di impegno nullo da parte degli studenti,
Non aiuta la burocratizzazione della funzione degli stessi docenti, sempre più chiamati a garantire la correttezza formale di documenti sempre più numerosi che il più delle volte non rispecchiano la realtà effettiva. Maggiori investimenti in strutture e sovrastrutture, in una professionalità docente che abbia nelle capacità psicopedagogica e metodologico-didattica i suoi punti di forza e che sia adeguatamente retribuita vanno coniugati con il coraggio di rallentare e puntare, nell'attività docente, sulla qualità piuttosto che sulla quantità (facendo inciampare i ragazzi in problemi di tipo cognitivo, abituandoli alla osservazione, alla riflessione, all'analisi approfondita come presupposto dello sviluppo di una autonoma capacità di comprensione e di sintesi, nonché di una graduale acquisizione di senso critico.

Sono un’insegnante di discipline giuridiche ed economiche in un istituto tecnico di un paese della Campania. Ho apprezzato molto la sua lucida analisi delle condizioni in cui versa la scuola italiana e soprattutto i suggerimenti per cercare di contenere la deriva e invertire la rotta.
Ha espresso in maniera magistrale i pensieri che da anni sono costretta a reiterare, purtroppo senza esito, nei consigli di classe e nei collegi dei docenti.

Mi spiace dirle che facciamo parte di un’esigua minoranza che ha scarse possibilità di veder accolta e realizzata la propria idea di scuola,
Pur essendo ormai quasi alla fine della mia carriera sono enormemente sfiduciata ed addolorata, ma la sua autorevole testimonianza mi è stata di grande conforto. La ringrazio

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