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I partecipanti
Fabio Boni, Claudio Marazzini, Cristina Giachi e Aureliano Benedetti
Il presidente Marazzini a Siena per le "Passeggiate d'autore"

L'Articolo

I social network e la lingua italiana, tra neologismi e anglicismi


Articolo

Paolo D'Achille

L'articolo che proponiamo nasce come comunicazione orale per il convegno Viva i Social, abbasso i Social. Cittadini, pubbliche amministrazioni e la "rivoluzione" dei Social Network (Firenze, 17 marzo 2016). In quell'occasione Paolo D'Achille, docente di Linguistica italiana presso l'Università di Roma Tre e accademico della Crusca, per la quale è anche responsabile del servizio di Consulenza Linguistica, ha rappresentato l'Accademia di fronte alla Prefettura di Firenze, affrontando molti aspetti linguistici del tema dei social network e presentando al pubblico alcune delle attività che la Crusca svolge in rete.

1. Premessa

 

Ringrazio anzitutto il Prefetto Alessio Giuffrida e il Dottor Fabrizio Stelo per aver voluto coinvolgere l’Accademia della Crusca, che qui indegnamente rappresento, in un convegno dedicato ai social. Questo invito potrebbe stupire quanti considerano la Crusca come l’ente custode della tradizione linguistica italiana e forse essere valutato quasi come una deliberata provocazione, fatta per mettere insieme “il diavolo e l’acqua santa” e vedere l’effetto che fa. Sembrerebbe anche scontato in partenza che l’Accademia prenda posizione per l’Abbasso i Social! del titolo e non per l’Evviva! In realtà le cose stanno un po’ diversamente: la Crusca da tempo si occupa infatti anche dell’italiano contemporaneo e, come vedremo, è oggi molto meno lontana dal mondo dei social di quanto si potrebbe credere.

Molti interventi che mi hanno preceduto hanno già affrontato, se pure marginalmente, alcuni aspetti linguistici e questo facilita il mio compito; io, naturalmente, mi occuperò specificamente dell’italiano dei social, per proporre soltanto qualche breve riflessione, non dedicata esclusivamente al tema dei neologismi e degli anglicismi, presenti nel titolo.

Parlando di social ci troviamo subito di fronte a un anglicismo; anzi, a rigore dovremmo parlare piuttosto di uno pseudo-anglicismo, perché l’inglese presenta l’ordinamento sintattico “determinante + determinato”, tipico delle lingue classiche e germaniche, e non quello “determinato + determinante”, che è proprio delle lingue romanze; pertanto, diversamente che in italiano, in inglese la testa dei composti e delle polirematiche è l’elemento che si trova a destra e non a sinistra della sequenza scritta (pensiamo a week-end rispetto al nostro calco fine settimana) e che, di norma, non può essere omesso o sottinteso. Quindi, abbreviazioni come social per social network, così come night per night-club, silver per silver plate o la più recente (e discutibilissima) stepchild per stepchild adoption, costituiscono per lo più “adattamenti” italiani delle parole o espressioni inglesi, anche se appaiono in qualche modo riconducibili a quella tendenza alla brevità che la nostra lingua ha sviluppato di recente anche per influsso dell’inglese e soprattutto dell’anglo-americano.

D’altra parte social, come vari altri anglicismi penetrati in italiano negli ultimi anni, sembra “intraducibile”, e non perché non esistano in italiano possibili equivalenti: ogni lingua in quanto tale ha la possibilità di esprimere qualunque concetto, e va tenuto presente che meditate proposte di traduzione di parole inglesi sono state avanzate da Giovanardi/Gualdo/Coco 2008 e più di recente da alcuni comunicati del gruppo Incipit, di cui fa parte il Presidente dell’Accademia, Claudio Marazzini, con altri accademici (tra cui io stesso). Il problema è che molti anglicismi si legano a invenzioni, concetti, tecniche, stili di vita che provengono d’oltre-Manica, e più spesso d’oltre-Oceano, che l’opzione per il termine straniero intende esplicitamente richiamare. Nella fattispecie, in qualche studio linguistico (per es. in Palermo 2016) al posto di social network è stato usato “reti sociali” (e rete sociale come corrispondente italiano di social network è presente anche nel GRADIT), ma si tratta di usi circoscritti, mentre nello spagnolo, molto meno aperto dell’italiano all’accoglimento di anglicismi non adattati, redes sociales ha larga circolazione; non c’è dubbio, però, che in italiano questa espressione possa dar luogo a equivoci, perché era stata già usata in sociologia e psicologia – sia al singolare sia al plurale, e sempre, peraltro, per influsso dell’inglese – almeno dalla fine degli anni Ottanta con un significato più ampio, mentre oggi l’anglicismo non adattato si riferisce specificamente al web.

 

 

2. L’italiano nella rete

 

Ci si chiede da più parti se i nuovi mezzi di comunicazione di massa (quelli che vengono definiti come nuovi media, per distinguerli dai mass media tradizionali, come radio, televisione, ecc.) stiano cambiando l’italiano, una lingua che più di altre si è mantenuta stabile nel corso dei secoli, per una serie di ragioni che non posso ricordare qui. Il problema, in realtà, è più generale: riguarda non solo l’italiano ma un po’ tutte le lingue e deve inserirsi all’interno della cosiddetta “comunicazione mediata dal computer” (CMC), che ha profondamente modificato le modalità di costruzione e di fruizione del testo e ha complicato il quadro dei canali di diffusione del messaggio verbale. Sebbene il termine “diamesico” sia stato introdotto, in epoca piuttosto recente, proprio all’interno della linguistica italiana (Mioni 1983), e non sia sempre unanimemente accettato sul piano teorico (Pistolesi 2015), la consapevolezza delle differenze tra il parlato e lo scritto risale già all’antichità (per una rapida sintesi sulla questione rinvio a D’Achille 2014). D’altra parte, la tradizionale opposizione “diamesica” tra parlato e scritto, non totalmente riconducibile a quella “diafasica” tra informale e formale, era stata già messa in crisi nel corso del Novecento dalle innovazioni tecnologiche dei sopra citati mass media (telefono, radio, cinema, televisione), tanto che nel 1982 – un anno prima che Mioni coniasse il termine “diamesico” – Francesco Sabatini (che poi sarebbe stato Presidente dell’Accademia della Crusca) aveva individuato una terza categoria, da lui definita “trasmesso”, che condivideva alcuni tratti con il parlato e altri con lo scritto (Sabatini 1982). In questa terza categoria si può inserire anche la comunicazione attraverso la rete, con alcune precisazioni: io stesso, riprendendo il termine di Sabatini, ho distinto il “parlato trasmesso” dei mass media tradizionali dallo “scritto trasmesso” dei nuovi media (D’Achille 2010), sui quali, del resto, esiste ormai una bibliografia assai nutrita, anche con riferimento all’italiano (cfr. da ultimo Pistolesi 2014 e i contributi raccolti in Lubello 2016).

Vorrei soffermarmi su alcune delle denominazioni italiane che sono state date alle manifestazioni di “scritto trasmesso”. La prima che cito è quella di “parlar spedito” (Pistolesi 2004), che è stata riferita a manifestazioni anteriori all’avvento dei social, come la posta elettronica, gli sms o le chat-line: si tratta, a giudizio della studiosa, di un parlato realizzato attraverso il computer (e dunque di una comunicazione orale espressa mediante il codice grafico).

Più recente la altrettanto suggestiva denominazione di “scrittura liquida” (Fiorentino 2011), che sottolinea il fatto che questi testi scritti non sono più affidati a un supporto solido (come è avvenuto per secoli, dalla pietra alla parete, dalla pergamena alla carta), ma a uno non del tutto “materiale”, che ha fatto perdere alla scrittura (ma anche alla lettura) certe caratteristiche che sembravano ad essa connaturate. Altrettanto recente la definizione di “italiano digitato” (Antonelli 2009; 2011), che fa opportuno riferimento all’uso della tastiera; ma ormai, come è stato notato giustamente, per “alcuni supporti di scrittura anche ‘digitare’ è antiquato: si pensi alla tastiera in modalità swipe in uso su telefoni e tablet, per cui dovremmo parlare di ‘scivolare’” (Palermo 2016: 26 nota 2). Certo però parlare di “italiano scivolato” rischierebbe di far nascere equivoci o di implicare un giudizio negativo su queste nuove forme di scrittura, che d’altra parte sembrano in qualche modo meritare questa valutazione perché comportano inevitabilmente – parlo anche sulla base della mia esperienza personale, di “non nativo digitale” – una crescita di refusi non sempre sanati grazie al correttore automatico.

Lo stesso Antonelli, ancora più di recente, ha parlato di e-taliano (Antonelli 2014; 2016), etichetta che sembra destinata ad avere successo e che gioca abilmente sull’uso di e- (pronunciato /i/), che in inglese è ormai da considerare un nuovo prefisso nel senso di ‘elettronico’ e che talvolta viene premesso con questo valore anche a parole italiane (si parla normalmente di e-books, ma si trova anche e-libri) e che del resto è stato già usato qualche anno prima per e-pistola, per indicare il messaggio di posta elettronica (Schwarze 2008). In effetti l’etichetta e-taliano sembra voler tener conto della presenza, in qualche modo ineluttabile, degli anglicismi nell’italiano della rete, ma anche auspicare una resistenza della nostra lingua, che pure, necessariamente, ne risulterà un po’ alterata.

Posso così passare a una breve riflessione sul particolare impatto che ha avuto sulla lingua italiana la comunicazione in rete e soprattutto quella dei social, caratterizzata dalla brevità dei messaggi e dalla rapidità con cui si predispongono.

Com’è ben noto, l’italiano è diventato, gradualmente ma progressivamente, una lingua davvero usata nella comunicazione parlata solo a partire dall’Unità d’Italia; in precedenza (al di fuori della Toscana) aveva avuto una dimensione prevalentemente (se pure non esclusivamente) scritta. Ebbene, per sua stessa natura, il testo scritto richiede sempre molta più esplicitezza di quello parlato; nel caso dell’italiano, inoltre, il costante contatto col latino e la forza della tradizione letteraria che aveva eletto per modello della prosa il Decamerone di Boccaccio hanno determinato la decisa preferenza per un periodare ampio e sintatticamente complesso, orientato verso l’ipotassi (con possibilità di scendere a vari gradi di subordinazione) più che verso la paratassi (con coordinazione o giustapposizione di frasi indipendenti, poste sullo stesso piano). Questo tipo di scritto è stato a lungo preferito non solo (e direi non tanto) dalla narrativa, ma anche (e forse soprattutto) dalla trattatistica, dalla saggistica e in parte anche dalla lingua della burocrazia (su cui cfr. da ultimo Lubello 2014). Riferendoci a questa, ci ricolleghiamo così al tema del rapporto tra le nuove forme di comunicazione e la Pubblica Amministrazione, che con esse ha dovuto fare i conti, rivedendo stilemi e modalità di scrittura che erano divenute tradizionali. Per le ragion indicate, l’avvento della comunicazione in rete per l’italiano è stato, per così dire, più “traumatico” che non per lingue come l’inglese e il francese, che hanno acquisito da tempo una tradizione di scrittura molto più lineare e paratattica.

 

 

3. I social

 

Ho fatto riferimento alla comunicazione in rete perché i social rientrano in questa, costituendone delle tipologie particolari. Un primo elemento di caratterizzazione è il loro rapporto con l’utenza giovanile (in parte, forse, anche giovanilistica); spesso, anche se non propriamente nelle forme e nei tipi di social di cui stiamo occupando in questa sede, la lingua dei social ha tangenze con la cosiddetta lingua dei giovani, una varietà diafasica dell’italiano che è venuta prepotentemente alla ribalta (ed è divenuta oggetto di analisi linguistiche) negli anni ottanta del secolo scorso, anche se, per la verità, ci sono degli antecedenti importanti a partire almeno dagli anni cinquanta, con i giovani snob di Milano rappresentati da Renzo Barbieri e da Franca Valeri e con i borgatari di Roma immortalati da Pier Paolo Pasolini. In ogni caso, la lingua dei giovani è stata vista negli anni ottanta come una varietà importante nell’italiano contemporaneo, che dimostrava come giovani non più dialettofoni usassero l’italiano anche per fini ludici, in situazioni comunicative nelle quali in passato si ricorreva al dialetto. Questo, peraltro, è ben presente sia nell’italiano dei giovani, sia nella lingua dei social, che mostra anzi una decisa tendenza al plurilinguismo.

In generale, si può dire che dei due social più importanti, Facebook (FB) e Twitter, il primo è una sorta di “vetrina” personale e pubblica al tempo stesso. Pertanto i messaggi postati su FB non sono necessariamente brevi (o almeno non sono brevissimi) e mostrano, tutto sommato, una certa accuratezza formale, come avviene in genere in tutti i testi scritti, esposti sempre a una “valutazione sociale”. Twitter è invece depositario di commenti rapidi e brevi, che avvengono quasi in “tempo reale”, quasi nel momento stesso in cui i fatti si verificano (o subito dopo), e che quindi sono chiaramente caratterizzati da una scrittura poco meditata, meno attentamente programmata, che ha l’immediatezza propria della comunicazione parlata. Tra questi due social, dunque, ci sono delle differenze non irrilevanti anche sul piano linguistico: FB, rispetto a Twitter, richiede una maggiore pianificazione testuale, e anche la scelta di un registro un po’ più formale.

 

 

4. Aspetti linguistici

 

Ho parlato prima della “smaterializzazione” della scrittura, prodotta e fruita in modalità assolutamente nuove; ma nella rete lo scritto ha perso anche altri suoi tratti caratteristici: il tempo di programmazione anche lungo e la possibilità concessa allo scrivente di intervenire nel testo in fieri, correggendolo e modificandolo. Il testo affidato alla scrittura può durare nel tempo e raggiungere destinatari lontani; questo spiega perché lo scritto, nelle sue forme tradizionali, ricorra molto di rado alla deissi spazio-temporale: avverbi come qui, adesso, oggi, ieri e domani sono molto rari perché a distanza di tempo perdono il loro significato. Pensiamo al testo scritto che è forse quello più vicino alla comunicazione parlata: la lettera privata, non a caso definita come un “dialogo a distanza”. Ebbene, nella lettera è d’obbligo la data (e anche il luogo), perché altrimenti i riferimenti temporali in essa contenuti perderebbero ogni significato. Tra i testi scritti soltanto le scritture esposte commemorative richiedono la presenza di deittici spaziali che li legano indissolubilmente al posto dove sono collocate. Non può che trovarsi a Milano, al n. 5 di via Manzoni, questa lapide: «QUI | NEI PRESSI DELLA CASA DEL MANZONI | NACQUE | IL 14 NOVEMBRE DEL 1893 | CARLO EMILIO GADDA»; spostata da lì, prederebbe almeno una parte del suo significato.

Inoltre, come già ho avuto modo di accennare, nei confronti della scrittura in passato c’era una fortissima valutazione sociale. Proprio per questo la scuola italiana ha sempre prestato molta attenzione (qualcuno direbbe troppa in passato, e forse oggi troppo poca) agli errori ortografici: chi incappava in qualche errore del genere, faceva la figura dell’ignorante e rischiava di compromettere la propria carriera. Ma nella scrittura digitale la fretta della composizione ci fa essere molto meno attenti a questi aspetti; non forse gli errori ortografici, per la cui presenza è dirimente il diverso grado di istruzione degli scriventi (ma nel caso degli accenti e degli apostrofi chi è senza peccato scagli la prima pietra…), ma certo le cacografie, gli scambi di lettere, i non sequitur e le incompletezze sintattiche sono tratti abbastanza generalizzati, nei confronti dei quali i lettori mostrano una notevole tolleranza. Anche la separazione delle parole, a cui la scrittura è arrivata gradualmente nel corso della sua storia, sembra oggi messa in discussione: abbiamo visto come negli hashtag le frasi debbano essere scritte tutte di seguito, con una riemersione della scriptio continua che le lingue di cultura, nel loro processo di standardizzazione, hanno abbandonato, e anche con un avvicinamento alla continuità fonica che è propria dell’oralità.

Conseguenze molto importanti sul piano testuale ha poi l’assenza di rilettura, operazione fondamentale nella produzione scritta: i testi dei social vengono riletti rarissimamente e questo fatto segna un discrimine molto forte rispetto alla scrittura tradizionale (che in certi casi prevedeva anche il passaggio dalla brutta alla bella copia). Naturalmente, la necessità della rilettura è tanto più importante quanto più il testo è ampio, semanticamente ricco e sintatticamente complesso; privato di questa operazione, il testo può risultare ambiguo, poco chiaro o perfino incomprensibile, fallendo così il suo scopo comunicativo. Ora, sarebbe opportuno rileggere tutto ciò che affidiamo alla rete, ma è importante almeno distinguere tra testi di carattere privato, in cui possiamo fare a meno di ripercorrere con gli occhi quello che abbiamo digitato, sicuri della cooperazione (e della comprensione, in tutti i sensi) del destinatario, e testi destinati al grande pubblico (in particolare quelli della pubblica amministrazione), che devono necessariamente risultare comprensibili e chiari e che pertanto richiedono la rilettura prima dell’inserimento o dell’invio. Altrimenti, è forte il rischio della presenza di quello che nella teoria della comunicazione si chiama “rumore”, che impedisce l’effettiva ricezione del testo.

È stato giustamente detto che la scrittura in rete è caratterizzata, rispetto alla scrittura tradizionale, dai tratti della dialogicità, e della interattività, considerati propri del parlato faccia a faccia: il testo scritto è normalmente opera di un singolo ed è, per così dire, monologico, mentre i messaggi in rete sono tendenzialmente dialogici, richiedono una collaborazione attiva del ricevente. Non di rado la stessa struttura complessiva del testo si ottiene attraverso la ricomposizione dei singoli interventi, che sviluppano uno stesso tema. Tipica della scrittura in rete è anche la tecnica del quoting, termine che è stato tradotto con quotare (registrato nel GRADIT come quotare2, datato 2004-2005, visto che esiste già un quotare1 con ben altro significato. Quoting e quotare2 vengono dall’inglese quote ‘citazione’, anglicismo che si usa nei social, così come già nella posta elettronica, nei newsgroup, nei forum ecc., per indicare il brano di un messaggio che viene ripreso in un intervento successivo per essere discusso o commentato. La possibilità di citare testi precedenti non era ovviamente ignota alla scrittura tradizionale, ma l’uso del quoting nella scrittura in rete è così ampio e generalizzato da poter documentare come il testo in rete non sia prodotto da un singolo una volta per tutte, me venga rielaborato continuamente da più persone.

Sul piano poi propriamente sintattico si è parlato di “destrutturazione”, dovuta un po’ ai limiti di spazio, un po’ alle modalità rapide e talvolta irriflesse della scrittura in rete, un po’ alla frequente implicitezza dei testi, che fanno riferimento a conoscenze condivise tra gli utenti, a cui si può semplicemente alludere. Di certo nella testualità in rete i legami sintattici tra le varie parti del testo risultano molto indeboliti, con indubbie conseguenze sul piano della comunicazione. Notevole, invece, anche se molto variabile da testo a testo, è la presenza di segnali discorsivi, che hanno, come nel parlato (e al riguardo è tuttora d’obbligo il riferimento a Bazzanella 1994), un forte valore coesivo. Drastica anche la semplificazione della punteggiatura; anzi, in questo caso il passaggio alla comunicazione in rete ha segnato il tramonto del punto e virgola, che non si usa praticamente più (e il cui uso tende conseguentemente a ridursi anche nella scrittura cartacea). A segmentare il testo sono piuttosto, oltre alla virgola e al punto (con funzioni non sempre ben distinte), i punti esclamativi e interrogativi (tra loro spesso sommati) oppure le emoticon, le “famigerate faccine poste quasi sempre alla fine della frase che finiscono per diventare una particolare forma di punteggiatura espressiva” (Antonelli 2007: 149).

Nelle scritture dei social, alla crescente diffusione di nuove modalità grafiche (molte delle quali costituiscono, di fatto, il ritorno di abitudini che la “galassia Gutenberg” aveva fatto tramontare: la citata scriptio continua, particolari forme di tachigrafia, ecc.) corrisponde un intero inventario di regole ortografiche (uso corretto degli accenti e degli apostrofi, segmentazione delle parole negli a capo, ecc.) che sono finite quasi nel dimenticatoio o comunque nei confronti delle quali c’è oggi molta più disinvoltura. Ma forse ancora più rilevante, sul piano generale, è la frammentarietà testuale: mentre il testo scritto, per essere appunto un testo, deve avere requisiti come la coerenza, la coesione, l’unitarietà nello svolgimento di un tema di fondo, ecc. (rimando per questi aspetti al fondamentale contributo di Sabatini 1990, nonché alle più recenti trattazioni di linguistica testuale: Palermo 2013 e Ferrari 2014), il testo nella rete, e in particolare nei social, costituisce, di fatto, un frammento isolato che acquista un pieno significato solo all’interno nel suo contesto, ma non ha l’autonomia propria del testo scritto.

Rispetto a tutta questa tematica e a queste profonde trasformazioni strutturali, forse le novità lessicali dell’italiano dei social, che sono giustamente quelle che più risaltano e che quindi sono state messe anche nel titolo del mio intervento, sono forse, se non secondarie, meno rilevanti e, per così dire, meno “rivoluzionarie”.

 

 

5. La Crusca nella rete

 

Prima di proporre qualche neologismo e qualche anglicismo proprio dei social, vorrei dire qualcosa della presenza in rete dell’Accademia della Crusca, che, come ho detto all’inizio, giustifica la mia presenza qui, rimandando, per un’informazione più ampia sul tema, a quanto ha scritto di recente al riguardo Marco Biffi, docente di Linguistica Italiana presso l’Università di Firenze, a cui è affidato il sito dell’Accademia (Biffi 2011) e che ringrazio per avermi fornito per quest’occasione qualche ulteriore dato. L’Accademia è presente in rete dal 1996 (e nel sito della Crusca è possibile, tra l’altro, consultare le varie edizioni del Vocabolario); il sito è stato aggiornato prima nel 2002 e poi nel 2011-2012. All’interno del sito si colloca il Servizio di Consulenza linguistica (Setti 2011), di cui sono stato nominato responsabile dal 2015: i quesiti arrivano alla Consulenza soprattutto per posta elettronica, e non di rado segnalano usi (e abusi) linguistici rilevati nei vecchi e nuovi media. Nel sito della Crusca c’è anche una specifica sezione riservata ai neologismi, dove si raccolgono le segnalazioni che via via pervengono e si selezionano le voci da trattare. Le risposte ai quesiti vengono fornite sul sito o nel periodico «La Crusca per voi» (di cui vengono pubblicati due fascicoli l’anno), ma è tutt’altro che infrequente il caso di risposte individuali (come quella fornita da Maria Cristina Torchia relativa a petaloso, che ha avuto di recente grande risonanza mediatica). Gli anglicismi (sulla cui diffusione si registrano manifestazioni di insofferenza in molti messaggi che arrivano all’Accademia) sono ora oggetto di studio (e di intervento: sei comunicati effettuati nel giro di pochi mesi) da parte del gruppo Incipit, costituitosi di recente e formato non solo dal Presidente Claudio Marazzini e da alcuni accademici (tra cui io stesso), ma anche da altri studiosi, non solo italiani. Infine, con maggiore aderenza al tema dei social, l’Accademia è presente sia su Facebook sia su Twitter.

Le pagine ufficiali di Facebook e Twitter (così come quella di Youtube) sono in rete dal novembre 2012. La pagina Facebook è gestita da Stefania Iannizzotto, mentre quella di Twitter da Vera Gheno. Non c’è stata una delibera esplicita del Direttivo o del Collegio degli accademici, ma l’attivazione è stata prevista all’interno della progettazione del nuovo sito web nel 2011. Le motivazioni sono state di ordine comunicativo e “politico” (ricordiamo che l’Accademia è diventata un ente pubblico) e sono, sostanzialmente, le seguenti:

1) i social consentono di raggiungere fasce più larghe di pubblico, per attirarle sui contenuti del sito ufficiale e, più in generale, per diffondere una migliore conoscenza dell’italiano;

2) la presenza diretta ed effettiva dell’Accademia sui social, con un registro appropriato, volutamente “leggero” (a volte anche scherzoso, ma sempre controllato), ha evitato una possibile, indebita appropriazione del nome dell’Accademia da parte di esterni che avrebbero potuto (intenzionalmente o meno) recare danno all’immagine della Crusca. Che si potesse correre questo rischio può essere documentato dal fatto che qualche mese fa su Facebook un gruppo di burloni ha lanciato la notizia che la Crusca avrebbe concesso al millesimo visitatore del sito la possibilità di fissare una nuova regola grammaticale dell’italiano: la presenza dell’Accademia nel social ha consentito di gestire nel modo migliore questo episodio, interloquendo direttamente con il millesimo visitatore e chiarendo con garbo che si trattava di uno scherzo.

Naturalmente, sui social le due ricercatrici dell’Accademia non forniscono risposte a domande di carattere linguistico (i richiedenti vengono indirizzati all’apposito servizio), ma interagiscono con gli utenti proponendo temi e contenuti tesi a valorizzare le pagine ufficiali del sito dell’Accademia, a farne conoscere le attività (convegni, incontri, conferenze, pubblicazioni, dedicate spesso anche all’italiano di oggi), a fornire indicazioni sul patrimonio storico della Crusca (biblioteca, archivio, suppellettili).

 

 

6. Tra anglicismi e neologismi: tipologie ed esempi

 

E veniamo finalmente all’aspetto lessicale, per trattare in breve degli anglicismi e dei neologismi (i due àmbiti sono tra loro connessi) presenti nei social. La grande diffusione degli anglicismi nell’italiano contemporaneo e in particolare nei vari settori legati all’informatica e alla comunicazione, ma anche alla musica e all’economia, si spiega certo con l’indubbio prestigio internazionale dell’inglese (o meglio dell’anglo-americano) in questi campi (in passato, invece, è stata la nostra lingua a diffondere internazionalmente nel Medioevo termini economici come banca, banco, conto e, per secoli, termini musicali). Nell’italiano di oggi la presenza degli anglicismi è particolarmente evidente perché – diversamente che in passato – si tende ora ad accogliere le parole straniere così come sono, senza ricorrere, di norma, a quegli adattamenti o a quei calchi che, ancora fino alla metà del Novecento, erano frequenti (per cui la beefsteak è diventata la bistecca, lo skyscraper il grattacielo, ecc.) e grazie ai quali tentano tuttora di resistere alla penetrazione dell’inglese Paesi come la Francia e la Spagna, che hanno una tradizione di politica linguistica diversa da quella italiana (e anche, va detto, un “mercato internazionale” in America latina e in Africa che l’Italia non ha). Naturalmente, nonostante l’indubbia crescita (specie presso i giovani che frequentano i social) della conoscenza dell’inglese, la presenza in questa lingua di fonemi e di grafemi estranei al sistema dell’italiano comporta pur sempre adattamenti, più o meno consistenti, sul piano della pronuncia e si rilevano ancora alcune incertezze nella grafia (specie al momento dell’ingresso dell’anglicismo), specie quando ci sono di mezzo lettere come h o k: accanto alla corretta grafia rosa shocking si trovano tuttora, in rete, attestazioni di rosa schoking e rosa schocking (vero è che il colore è un po’ passato di moda…). L’assenza di adattamento, peraltro, non risolve il problema dell’attribuzione del genere ai nomi che non si riferiscono a persone (un mail o una mail?), né quello della segnalazione del plurale (la -s finale viene non di rado mantenuta pure quando le parole compaiono in contesti italiani, con qualche “scivolamento” anche al singolare: pensiamo a un fans o una clips). L’adattamento è comunque d’obbligo nel caso dei verbi (che vengono tutti inseriti nella prima classe, con l’infinito in -are).

L’inglese fornisce inoltre la base per derivati italiani: se i numerosi verbi in -are che partono da forme inglesi (come stoppare, mixare, ecc.) si possono considerare adattamenti e non derivati, sono indubbiamente derivati italiani verbi “parasintetici” come sbudgettare (‘superare la cifra messa a bilancio’) o nomi d’agente formati con suffissi come -tore e -ista che non hanno corrispondenti oltremanica (o oltreoceano). L’inglese ha poi certamente contribuito a diffondere in italiano l’uso delle sigle, molte delle quali incomprensibili al parlante comune perché ricavate dalla locuzione inglese che viene “abbreviata”, la quale, anche se presenta le stesse iniziali delle corrispondenti parole italiane, le ordina in modo diverso: si cita spesso, al riguardo il caso dell’AIDS, divenuto in francese e in spagnolo, ma non in italiano, SIDA, con la testa del composto (la parola corrispondente a sindrome) nella posizione iniziale propria delle lingue romanze. Ma hanno matrice inglese anche accorciamenti come macro,memo, info, demo e, infine, app, tutte facilmente comprensibili perché, trattandosi di voci di origine latina, possono generalmente ricondursi anche alle corrispondenti parole italiane (app accorcia application, ma va bene anche per applicazione; demo riduce demonstration e non dimostrazione, ma non crea particolari difficoltà al parlante italiano è abituato a oscillazioni tra e e i (resurrezione/risurrezione, ecc.) e si trovano ben in sintonia con la tendenza del linguaggio giovanile a retroformazioni (come spaghi da spaghetti, Fiore per Fiorello, ecc.); neppure la finale consonantica di app disturba, sia perché ormai è ampiamente accolta, per esempio in sigle nostrane (pensiamo solo al gip ‘giudice per le indagini preliminari’ e alla tac ‘tomografia assiale computerizzata’), sia perché fin dai primi contatti con la lingua scritta ci si trova di fronte ad abbreviazioni come pag. ‘pagina’, sec. ‘secolo’, tra le quali c’è, guarda caso, anche app. ‘appendice’ (e l’omonimia spesso facilita, anziché ostare. l’accoglimento di nuove parole: pensiamo a inputare, omofono di imputare, o a tossico, accorciamento trisillabo di tossicodipendente, omonimo di tossico ‘veleno’). Anche la diffusione, nell’italiano di oggi, delle parole macedonia, formate con “pezzi” di due o più parole, è dovuta spesso al modello angloamericano, che ci ha dato, per esempio, il genere televisivo dell’infotainment: informazione (info(rmation)) + intrattenimento ((enter)tainment). Ne vedremo un esempio alla fine.

In ogni caso, andrebbero considerati gli apporti, oltre che dell’inglese, di altre lingue (ridotti, ma pure non trascurabili) e dei dialetti, che continuano ad arricchire l’italiano, soprattutto (ma non solo) nel campo della gastronomia e dell’enologia; anzi il dialetto sui social è abbastanza presente (più su twitter che su facebook, stando ad alcuni sondaggi). Il recupero dei dialetti svolge poi spesso una funzione che oggi definiamo “identitaria”: interessante è il caso (su cui cfr. Giammaria 2012 e Passacantando 2012) del capoluogo abruzzese: dopo il terremoto, L’Aquila ha in certo modo “riscoperto” il dialetto, il cui uso era considerato marginale, o comunque non molto apprezzato, e che invece è diventato, anche nella rete, uno strumento per ritrovarsi, per ricostruire virtualmente una vita comunitaria di fronte a una città devastata e a una cittadinanza smembrata.

Bisogna infine valutare gli aspetti semantici e pragmatici: eventuali slittamenti di significato rispetto alla lingua o al dialetto d’origine; funzione del termine straniero o dialettale, che può essere ora ludica, ora snobistica, ora eufemistica.

Naturalmente, un’analisi accurata dei neologismi usati nei social dovrebbe fare attenzione alla distinzione (in realtà spesso problematica) tra neologismi destinati a entrare stabilmente nel lessico e occasionalismi destinati rapidamente a sparire o comunque a conservare un sentore di “stranezza” che li farà percepire come parole non perfettamente integrate. Nella già ricordata risposta al piccolo Matteo che aveva segnalato alla Crusca il suo petaloso forse si sarebbe dovuto aggiungere che questa neoformazione sarebbe stata accolta nei vocabolari solo se il suo uso sarebbe durato nel tempo: non basta infatti che la parola nel giro di quindici giorni abbia una grande presenza nei social (come è avvenuto in questo caso) per potersi insediare durevolmente nel lessico italiano. Non supereranno certamente il quarto d’ora di celebrità molti derivati da nomi propri di personaggi dello spettacolo, della politica, dello sport, che sono entrati nella cronaca ma che non passeranno certo alla storia.

Vediamo ora qualche esempio concreto di voci, facendo spesso ricorso alla documentazione e ai commenti presenti nel sito della Crusca (sia tra le risposte date dalla consulenza sia nei commenti ai neologismi).

Un termine molto in uso è nei social è spoilerare, dall’ingl. spoiler; sia l’anglicismo non adattato (entrato in italiano con vari significati, nei linguaggi dell’automobilismo, dell’aeronautica, a partire dal 1981 secondo il GRADIT), sia il verbo (un derivato italiano), a partire dal 2004 (sempre per il GRADIT) hanno assunto rispettivamente il significato di «informazione che mira a rovinare la fruizione di un film, un libro e sim. rivelando la trama, la conclusione, l’effetto sorpresa, ecc. a chi partecipa a un newsgroup, a una mailing list, a una chat» e di «scrivere e diffondere spoiler in rete». L’italiano avrebbe sicuramente le risorse per esprimere questi concetti con termini integralmente nella nostra lingua (anche semplicemente conferendo nuove accezioni a parole già esistenti), ma in Internet ciò non è avvenuto perché usare anglicismi e trarne direttamente verbi è un modo più rapido e veloce; questo spiega, tra l’altro, la diffusione dell’inutile forwardare, sicuramente (e totalmente) sostituibile con ‘inoltrare’ o ‘girare’.

Casi analoghi a spoilerare sono quelli di buggato ‘che non funziona a causa di qualche errore di programmazione’ (in inglese questo errore è detto bug), flammare,usato in rete nel senso di ‘scrivere messaggi offensivi’, ‘discutere con gli altri usando tono molto accesi’ (dall’ingl. flame, propriamente ‘fiamma’) e killare (ma qui è probabile che si tratti dell’adattamento del verbo inglese to kill), frequente nei videogiochi nel senso di ‘uccidere’; anzi, se qualcuno usa uccidere può venire redarguito e in effetti, anche se al primo impatto killare disturba, lo si può considerare un tecnicismo motivato dall’eufemismo. Larghissimo uso ha poi whatsappare, dato il successo di usare l’economico programma WhatsApp per inviare messaggi (eventualmente con il corredo di foto, ecc.) dai telefoni cellulari; in questo caso troviamo anche (ed è un documento di creatività ludica, forse autoironica) la grafia whazzappare, con la z (pronunciata, evidentemente, sorda) invece della sequenza ts per influsso di zappare (whazzappare richiama così l’espressione vai a zappare!, tuttora usata, come ricorda il GRADIT, in senso spregiativo, «per accusare qcn. di incapacità nel compiere un’attività, un lavoro impegnativo o delicato»).

Dedico almeno un cenno a un termine che non rappresenta un anglicismo non adattato, ma un interessante mutamento semantico connesso alla rete: si tratta di virale. L’aggettivo (formato da virus con -ale) era da tempo diffuso in ambito medico nel senso di ‘relativo a virus’, ‘causato da un virus’ (il GRADIT lo data 1961, ma le prime attestazioni di epatite virale che ho reperito grazie a Google Libri risalgono almeno all’inizio degli anni Cinquanta: da notare che in un caso l’espressione traduce il francese hépatite à virus). Sulla base del fatto che le malattie virali sono molto contagiose, e anche in seguito all’uso nel linguaggio dell’informatica di virus nel senso di «insieme di istruzioni che, introdotte direttamente o mascherate all’interno di programmi apparentemente innocui, sono destinate a danneggiare i dati memorizzati di un elaboratore» (GRADIT), ecco che (come ha ben documentato Vera Gheno nel sito dell’Accademia, trattando anche di meme: v. Gheno 2014), virale ha sviluppato il nuovo significato di ‘che tende a diffondersi capillarmente’, ‘condiviso in rete da milioni di utenti’, tanto che da virale è stato formato il derivato viralità.

Chiudo l’esemplificazione con una parola macedonia che è stata recentemente segnala alla Crusca come neologismo: si tratta di twitteratura, che consiste, come si legge nel sito Rizzoli Education in «un metodo sperimentale per la rielaborazione e la riedizione di opere della letteratura “in 140 caratteri”, ovvero in tweet». Immagino che non sarà facile concentrare in tanto poco spazio i grandi romanzi-fiume ottocenteschi, ma certo l’iniziativa dimostra come anche la letteratura, la scuola, i saperi tradizionali debbano fare i conti con i social e le nuove, velocissime forme di comunicazione.

 

 

7. Conclusioni

 

È stato notato come la comunicazione in rete ha avuto alcuni effetti positivi sull’italiano, contribuendo ad “alleggerirne” alcune strutture sintattiche complesse, che compromettevano (a volte anche volutamente) e tuttora compromettono la comprensione dei testi scritti a un pubblico non costituito da letterati, burocrati o scienziati. Se l’italiano contemporaneo tende alla brevità, liberandosi dal peso di una lunga tradizione di ipotassi (e di prolissità), è anche merito della rete, che ha contribuito a modernizzare la nostra lingua, con effetti benefici soprattutto per la pubblica amministrazione.

Ci sono però due problemi da non sottovalutare, relativi tanto alla comprensione quanto alla produzione dei testi, e che dunque riguardano l’uso tanto attivo quanto passivo della lingua. Per quello che riguarda in particolare la produzione di testi, dobbiamo pensare alla generazione di coloro che sono stati suggestivamente definiti come i “nativi digitali”; in futuro si potrebbero avere “nativi digitali” anche sul piano della scrittura materiale; se la scuola primaria lascia cadere la pratica della scrittura manuale affidandosi alla tastiera (del computer o dei cellulari), questo non solo potrebbe avere delle pesanti ricadute sul piano cognitivo (e c’è chi ha lanciato l’allarme al riguardo), ma potrebbe anche trasformare la scrittura in rete come l’unico tipo di scrittura possibile.

Ho prima valutato positivamente la brevità, ma il testo breve comporta spesso, inevitabilmente, presupposizioni, inferenze, allusioni, sottintesi, ellissi e richiede dunque la collaborazione, l’interazione col destinatario. La brevità e la chiarezza possono essere ottenuti con l’eliminazione di passaggi logici importanti, con conseguenze rischiose: molti messaggi brevi sono solo apparentemente neutri; in realtà, sottintendendo molte cose, orientano decisamente il ricevente nell’interpretazione dei fatti secondo il punto di vista dell’emittente. Se il testo che scriviamo vuole consentire a chi legge di farsi una propria opinione, o anche se vogliamo convincere gli altri alla bontà delle nostre ragioni, abbiamo bisogno di testi argomentativi che abbiano una maggiore discorsività, che chiariscano i rapporti di causa-effetto, che esplicitino con chiarezza i propri riferimenti e collegamenti logici. Di testi di una certa lunghezza, quindi. Le forme di scrittura della rete e dei social non possono dunque essere trasferite o applicate a tutte le altre modalità di scrittura, così come, d’altra parte, la rete non può essere considerata l’unica fonte a cui attingere le informazioni. Il rischio che in futuro i nativi digitali diventino degli «ignoranti informatissimi» (l’espressione, di Massimo Gramellini, è stata ripresa da Palermo 2016) c’è; ed è un rischio da non correre.

 

 

Riferimenti bibliografici

 

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03/11/2017

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