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Claudio Marazzini, Ludovica Maconi, Vittorio Coletti, Maria Agostina Cabiddu
Lo spettacolo dell'Ora Nona
Le foto dello spettacolo della Compagnia delle Seggiole

La luce si apre o si accende?


Quesito: 

Molti ci chiedono se è corretto o lecito dire e scrivere apri/chiudi la luce o altro apparecchio elettrico.

 

La luce si apre o si accende?

 

Le domande sottintendono e in qualche caso esplicitano l’idea che l’espressione appropriata per la luce o altro dispositivo elettrico sia accendi/spegni (come col fuoco) e apri/chiudi sia un’estensione non del tutto esatta o indebita. In sostanza è davvero così: si apre o chiude un rubinetto, come quello dell’acqua o del gas, da cui, per metonimia, il comune aprire o chiudere l’acqua o il gas. Ma quando si apre o chiude il gas se ne consente o blocca l’erogazione, mentre, se per gas intendiamo (altra metonimia) la fiamma che esso può produrre, è più appropriato dire che si accende o spegne. Insomma, apri il gas è un gesto diverso dall’accenderlo e così chiuderlo rispetto a spegnerlo.

Il caso del gas potrebbe aiutarci a risolvere il problema della luce: se si apre e chiude il rubinetto del gas, come quello dell’acqua, ma se ne accende o spegne la fiamma, la luce, più prossima alla fiamma che all’acqua, si accende o spegne e non si apre o chiude. Così qualunque altro congegno elettrico: scaldabagno, ventilatore, televisore ecc. E tuttavia si può capire perché nel linguaggio familiare avanzi l’uso di aprire e chiudere la luce, classificato, specie aprire, come “familiare” da vari dizionari (GRADIT, Sabatini-Coletti, Zingarelli, Treccani), ma anche registrato senza restrizioni (Devoto-Oli, Garzanti). Per spiegare questo slittamento semantico si può ricordare che l’interruttore della luce è simile a un rubinetto dell’acqua che si apre o si chiude. Ma, singolarmente, un circuito elettrico fa passare la corrente quando è chiuso, e non la fa passare quando è aperto; di conseguenza, per “aprire la luce”, a rigore, bisognerebbe “chiudere l’interruttore”, impedirgli cioè di “interrompere” la corrente; e per “chiuderla”, bisognerebbe “aprirlo”. Nonostante questa contraddizione tecnica, la somiglianza tra interruttore e altro dispositivo di erogazione (rubinetto) ha favorito l’estensione alla luce elettrica di un gesto come quello di aprire o chiudere, che però non è appropriato, neppure tecnologicamente. L’atto che regola la luce elettrica nasce e resta per la lingua nel campo semantico del fuoco e della fiamma, gli elementi primari della luce: si accende e si spegne. E così è nell’italiano scritto.

Significativamente tra i 100 romanzi del secondo Novecento raccolti nel Primo Tesoro di Tullio De Mauro, solo uno, se ho visto bene: M. Tobino, Il Clandestino, 1962, usa aprire e chiudere la luce, mentre gli altri la accendono o spengono. L’archivio di “Repubblica”, che va dal 1984 a oggi, attesta solo un caso di aprire e otto di chiudere la luce (pur nei piccoli numeri la differenza avverte che, della coppia, ha più probabilità di affermazione chiudere) contro centinaia di accendere e spegnere. Google libri porta poche attestazioni di aprire echiudere la luce, e tutte recenti. Solo un po’ più documentato sembra l’uso scritto di aprire e chiudere la radio (il Primo Tesoro attesta aprire la radio in Cassola e in Pratolini, ancorché, nel secondo, in alternanza con accendere; in Malaparte e Bassani c’è richiudere), ma pure con questo apparecchio prevalgono i più corretti e formali accendere e spegnere. Stessa cosa con televisione e televisore: per un caso di aprire il televisore (Parise), ce n’è più d’uno di accendere, esclusivo, come spegnere, con televisione. Ad accendere e spegnere la luce (o la radio ecc.) sarà dunque bene cercare di attenersi, scrivendo, anche se l’uso dei sostituti impropri avanza nel parlato, perché, per lo più (ahimè) il termine più generico si fa largo ai danni di quello più specifico.

Infine, una considerazione su questo tipo di fenomeni. Più che di un vero e proprio errore, si tratta di un’improprietà. La grammatica delle forme è infatti pienamente rispettata. Non così quella delle conoscenze. Ma questa è assai mobile e spesso riempie le forme corrette di elementi incompatibili nell’enciclopedia del sapere acquisito, come quando uno dicesse “bevo terra”: la terra, eventualmente e per fortuna raramente, si mangia, non si può bere, perché non è liquida. Le metafore però nascono in questo modo e spesso sono e restano invenzioni singolari di un poeta; ma a volte finiscono per avere così successo da non essere più avvertite come tali e lessicalizzarsi, come è anticamente accaduto con le “gambe del tavolo” e più recentemente proprio con la “corrente”, che prima era solo dell’acqua e poi è diventata anche e pacificamente quella “elettrica”, annettendosi materiale verbale del dominio liquido.

 

Vittorio Coletti

 

12 aprile 2019