Agenda eventi

L M M G V S D
 
1
 
2
 
3
 
4
 
5
 
6
 
7
 
8
 
9
 
10
 
11
 
12
 
13
 
14
 
15
 
16
 
17
 
18
 
19
 
20
 
21
 
22
 
23
 
24
 
25
 
26
 
27
 
28
 
29
 
30
 
31
 
 
 
 
 
Le prime quattro edizioni del Vocabolario (foto di G. Tatge, Regione Toscana)

Costì e costà, costassù e costaggiù


Quesito: 

Antonio T. ci chiede se l’avverbio costì sia ancora vitale nella lingua italiana mentre Ludovico C. Di Colle Val d’Elsa chiede se costì e costà siano forme italiane o dialettali. Infine Antonio R. da Grosseto chiede se costì, costà, costassù e costaggiù, che normalmente usa, si possano considerare parole italiane.

 

Costì e costà, costassù e costaggiù

 

Costì e costà sono due avverbi di luogo usati oggi prevalentemente nei dialetti e nelle varietà regionali toscane mentre in passato sono stati impiegati anche nella lingua letteraria. Derivano dal latino eccu + istic e istac e hanno un forte valore deittico. Il procedimento che si chiama in linguistica deissi spaziale serve a descrivere e rappresentare lo spazio nonché orientarsi in esso e indicare punti precisi: a tal fine l’uomo si serve di segni non linguistici (i gesti, gli sguardi) e di strutture linguistiche come gli avverbi di luogo (come qui ) ma anche gli aggettivi e pronomi dimostrativi (come questo, codesto e quello). La varietà toscana ha due triadi di avverbi di luogo:                      

qui-costì-lì

qua-costà-là

La norma della lingua italiana, fondata sul fiorentino, ha assunto questi due sistemi deittici in cui qui e qua corrispondono a un punto vicino a colui che sta parlando, costì e costà indicano invece un punto vicino a colui che ascolta e lontano da chi parla, e si riferiscono a un punto dello spazio esterno e lontano a entrambi gli interlocutori. La vicinanza all’interlocutore e lontananza dal parlante viene tuttora espressa in Toscana anche attraverso l’aggettivo e pronome dimostrativo codesto, il cui uso si sta invece perdendo in italiano. Il sistema deittico toscano, questo-codesto-quello, è basato sulle distanze tra le persone e dunque viene chiamato in linguistica generale, che ricorre spesso alla terminologia inglese, person-oriented.

Le grammatiche rilevano una differenza di significato tra le due triadi avverbiali: mentre qui-costì-lì indicano un punto preciso e puntuale, qua-costà-là hanno valore sia per un punto sia per un’area meno circoscritta e più ampia, nonché vaga. I dizionari contemporanei più aggiornati (Garzanti 2017, Devoto-Oli 2018, Zingarelli 2019) continuano a registrare gli avverbi costì e costà indicandone però l’uso regionale (toscanismo) o l’uso squisitamente letterario. Il GRADIT (ediz. 2007) li registra come regionalismi mentre il GDLI (vol. III, 1964) non marca alcun uso, considerandoli parole italiane (negli anni Sessanta la dipendenza dello standard dal modello toscano era più forte).

Le prime Grammatiche dell’italiano, risalenti al Cinquecento, basano la trattazione degli avverbi di luogo sull’uso toscano e letterario inserendo esempi d’uso tratti da Dante e da Boccaccio. Così fanno Bembo e altri grammatici, tra i quali però spicca un gruppo (comprendente Trissino e Gabriele) che rileva l’assenza degli avverbi costì e costà in Petrarca:

in Petrarca veramente nel suo poema non pone né Costì, né Costà, come voci troppo Tosche; ma usando in loro vece Lì, et Là, disse parlando egli con Laura che era in cielo. [...] (Giacomo Gabriele, Regole Grammaticali 1545) [grassetto mio].

Sempre nel corso Cinquecento vi sono altri grammatici, di origine non toscana, che descrivono sistemi deittici binari formati dai binomi qua-là e qui-, escludendo costì e costà: il friulano Liburnio (1521), il modenese Castelvetro (1563) e il viterbese Ruscelli (1581). Dunque i primi testi di riferimento per la norma dell’italiano si dividono tra quelli che accolgono gli avverbi costì e costà (come le Prose del Bembo, che diventeranno un punto di riferimento imprescindibile) e quelli che invece, avvertendo tali avverbi propri dell’uso regionale toscano, preferiscono usare solo le coppie qui- e qua-. A livello letterario, gli avverbi in questione, come già accennato, sono usati da autori fiorentini o toscani. Ad esempio Dante e Boccaccio:

 

Dante: Io stava come ’l frate che confessa / lo perfido assessin, che poi ch’è fitto, / richiama lui, per che la morte cessa. /Ed el gridò: - Se’ tu già costì ritto, / se’ tu già costì ritto, Bonifazio? (Inferno XIX, vv. 49-53); Allora stese al legno ambe le mani; / per che ‘l maestro accorto lo sospinse, / dicendo: - Via costà con li altri cani! (Inferno VIII, vv. 40-2).

Boccaccio: Il che udendo Calandrino e veggendo che veduto era, pieno di cruccio e di dolore cominciò a dire: - Ohimè, malvagia femina, o eri tu costì? (Decameron VIII, 3); io ho tacitamente udito ragionare a molti che ’l duca e Ascalione per non vedere la mia morte se ne sono venuti costà, e so che essi t’hanno contato tutto il mio disavventurato caso (Filocolo, ed. Battaglia, p. 140).

 

Costì e costà sono usati anche nelle Lettere di Santa Caterina da Siena, in quelle di Machiavelli, di Guicciardini, di Leon Battista Alberti, di Galileo Galilei, nel Morgante di Pulci, nei testi teatrali di Machiavelli, Grazzini, Guarini. Come si può notare questi avverbi (indicanti la vicinanza all’interlocutore) vengono usati in testi appartenenti al genere epistolare (in cui ci si riferisce spesso al luogo in cui si trovano mittente o destinatario) o al genere teatrale in cui la deissi spaziale gioca un ruolo determinante.

Costì e costà si ritrovano anche nel Malmantile del fiorentino Lorenzo Lippi (1606-1665) e nelle commedie del fiorentino Giovan Battista Fagiuoli (1660-1742). Non mancano esempi, tratti da autori più moderni, in cui gli avverbi vengono usati in opere narrative per lo più in brani caratterizzati dal discorso diretto, come ad esempio nelle opere del grossetano Fucini (1843-1921), del pisano Pelosini (1833-1896) o di Collodi (1826-1890):

Si voltò, e in un angolo della sala, fra un canapé e una scansia di noce, vide Giovanni accoccolato per terra [...] Che cosa fai costì per terra? – domandò Roboamo (Carlo Collodi, La storia di un furbo, in Narratori dell’Ottocento e del primo Novecento, vol. II, p. 58); che mi fareste il piacere di darmi un po’ di pane? – Aspettami costì che torno subito – rispose il vecchino (Idem, Pinocchio, Narratori II, p. 172); Ma poi si credé bene di non farne nulla; perché venendo costà, bisognava presentarsi a codesto ministero secondo l’ultima edizione del galateo, cioè in abito nero e cravatta bianca (Idem, Gli ultimi fiorentini, ibidem, p. 133).

Nel Novecento si trovano anche nelle narrazioni del senese Tozzi (1883-1920) e del fiorentino Pratolini (1913-1991):

Tra gli olivi ci si vedeva appena; e la terra era già bruna. – Che vuole? Me lo dica di costì. Non venga in qua troppo (Federigo Tozzi, Con gli occhi chiusi, in Narratori dell’Ottocento e del primo Novecento, vol. V, p. 1005); [...] poi prendendo slancio con le mani attaccate al calesse, si buttò accanto a Pietro, a cui gridò: - Vai più costà (Ibidem, p. 1007).

Mi ritrovai, senza saper come, ritto in piedi accanto alla donnina rattrappita delle noccioline, quando una voce d’uomo, evidentemente a me diretta, mi restituì la coscienza [...]: “Cosa fai costì? Perché non entri?” aveva domandato la voce (Vasco Pratolini, Diario sentimentale, Firenze, Vallecchi, 1956, p. 40).

La fiorentina Oriana Fallaci in Se il sole muore, un testo diaristico del 1965, usa prevalentemente costà:

«Ancora no. Sono appena arrivata mamma. Son in un motel.» «Oh, come ti invidio! Dimmi, è bello costà?» «Bellissimo, mamma. Stupendo» [...] «Dove, al ciliegio?» «Soprattutto al ciliegio. Si buttano sui rami secchi. Mi scaldo le mani a sparare. Fa un freddo al capanno. E costà?» «Qui, fa caldo, pa’» (Oriana Fallaci, Se il sole muore, Milano, BUR, 1965).

Fuori dalla Toscana, nel XVI secolo vi sono autori che, attenendosi scrupolosamente alla norma bembiana, usano gli avverbi in questione. In particolare bisognerà ricordare il ferrarese Ariosto:

NIBBIO: Anzi vorresti in altro simile//a quel che resta costà dentro, ch’utile//poco avrete di me (Negromante, atto II, scena 2)

BONIFAZIO: Ma ecco la sua fante: a chiamar credovi venga. S’aveate dianzi guasto il stomaco, costì mangiando potrete acconciarvelo (I Studenti, atto II, scena IV)

Anche nell’Ottocento autori non toscani fanno altrettanto: costì e costà sono presenti nelle Lettere del padovano Ippolito Nievo, in quelle del napoletano Antonio Ranieri a Fanny Targioni Tozzetti e nelle Operette Morali di Leopardi. Il neotoscanista Niccolò Tommaseo, di origine dalmata ma laureatosi a Padova e vissuto molto tempo tra Padova e Milano prima di arrivare a Firenze, usa costì e costà in Fede e bellezza:

- Poverino! A me me lo domanda il come? Eh via, si vergogni costì. Dica un poco: le voleva o non le voleva bene a codesta ragazza? [..] – Ma poi? – oh che? Mi dica di grazia, così la non campa? Sentiamo quanto ci vuole al giorno per lei solo costì?” (Niccolò Tommaseo, Fede e Bellezza, Venezia, Tipi Gondoliere, 1840, p. 100).

Sempre tra i non toscani bisogna ricordare l’uso di costì da parte del romagnolo Pascoli all’interno delle sue poesie. Ad esempio in Foglie morte appartenente ai Canti di Castelvecchio:

Dentro ogni cocco all’uscio/ vedo dei gialli usignoli/ tu che costì nel guscio / di più covar ti duoli, che ti pèriti più? // Fuori le alucce pure, / tu che costì sei vivo!

Anche l’agrigentino, poi romano d’adozione, Pirandello inserisce costì nella tragedia Diana e la Tuda e in alcune sue novelle, come per esempio in Spunta un giorno:

Forse questa notte, mentre dormivi placidamente, ti sarai sentito pinzare come da un insetto costì nel collo, e avrai alzato una mano a grattarti, seguitando a dormire e a sorridere nel sonno. Perché si vede: tu hai l’aria di non credere alla minaccia di un suicidio. Hai, costì presso, il capo abbandonato di lei e, ridendo, guardi altrove.

D’altra parte, se pure questi avverbi vengano usati da toscani e non toscani, nella storia letteraria italiana vi sono autori sia toscani (come Petrarca) sia non toscani (come per esempio Tasso), che non utilizzano costì e costà evidentemente perché ritengono tali forme marcatamente toscane.

Nel corso del Novecento fino ai giorni nostri costì e costà scompaiono progressivamente dai testi letterari e in generale dall’uso, tant’è che le sporadiche attestazioni risalenti al XXI secolo sono in testi marcatamente toscani, spesso (anche se non sempre) ipercaratterizzati dal punto di vista dialettale. Nei quotidiani infine, la consultazione degli archivi disponibili consente di affermare che gli avverbi in questione compaiono raramente e le sporadiche occorrenze si trovano in citazioni letterarie e riflessioni di carattere metalinguistico oppure hanno una connotazione ironica, sono esempi di un italiano altisonante e polveroso.  

 

Passiamo ora a costassù e costaggiù. Come abbiamo potuto notare, i due sistemi qui-costì-lì e qua-costà-là descrivono una deissi che si svolge su un piano orizzontale e non arrivano a indicare (se non con l’aiuto di gesti) tutti i possibili punti dello spazio. Dall’intersezione del piano orizzontale con quello verticale (su/giù) nascono altre combinazioni avverbiali che in fiorentino sono:

quassù/quaggiù

costassù/costaggiù

lassù/laggiù

Nella lingua italiana di oggi, mentre quassù/quaggiù, lassù/laggiù vengono usati, non viene usato il secondo termine di distanza costassù ‘nel luogo vicino a te in alto’/costaggiù ‘nel luogo vicino a te in basso’. Infatti per quanto riguarda i dizionari contemporanei, il Devoto-Oli 2018 non inserisce costassù e costaggiù, che continuano ad essere presenti nel Garzanti 2017 (come toscani) e nello Zingarelli 2018 (come toscani o letterari). La storia letteraria di costassù e costaggiù è del tutto simile a quella di costì e costà e il loro impiego arriva fino agli anni ’60-’70 del Novecento: li si ritrova in testi come il Giornalino di Giamburrasca di Vamba del 1911, in traduzioni di testi di letteratura straniera (ad esempio in quella di Marcella Bonsanti a La lettera scarlatta di Hawthorne uscita per Sansoni nel 1965), ma anche in romanzi più recenti, in cui vengono usati per restituire il parlato di personaggi toscani:

“Da costaggiù il tubo non sembrava conciato tanto male” [...] “Dipendesse da me, potresti starci anche due giorni costassù” (Luciano Simonelli, Cento miliardi di dollari, La grande pioggia scintillante, Simoncelli Electronic Book, 2011).

A parte gli usi letterari, monitorando Twitter, in cui la lingua spesso contiene modalità proprie del parlato, si nota che costassù e costaggiù vengono impiegati prevalentemente da utenti toscani, spesso con evidente intento ipercaratterizzante:

E cc’ero io, meledetta befana, costassù costì l’è la mi casa (tweet di Taopapagòpuli, 6/1/2012)

Il mi cittino guarda che la settimana prossima si va a tirà du calci al pallone con la ramo...non fa il bischero costassù! (tweet di Tutta Marta 2/8/2012)

O te come tu stai? L’è un bè pezzo che un t’incocciavo! Icchè si dice costaggiù? Qui si comincia a bubbolare, specie la notte (tweet di Daniela Ridolfi, 21/10/2010)

Che avete finito d’intramestà voi costaggiù a i’ mulino? un c’è più una schiacciata co i’ fumo (tweet di @allegragella, 3/9/2013)

In alcuni casi l’uso di questi avverbi è attribuito a parlanti anziani, in una prospettiva non più attuale:

nonna al telefono: “PIPPO tutto ok costaggiù?” AHAHAHAHHAH SCUSATELA E’ PISTOIESE! U.u #seitoscana (tweet di nomad., 9/11/2013)

Nonna fa 96 anni e io sono lontana. Vorrei scrivere un post mieloso, ma so cosa mi direbbe: “ma ti levi un popoino, to’ttera, costaggiù” (tweet di Lila, 12/3/2013)

I parlanti toscani usano questi avverbi in contesti del tipo tutto a posto costassù? Che ci fai costassù? Come va costassù?, con una netta preferenza per costassù invece di costaggiù (dalle occorrenze stesse di Twitterconfermate da quelle su Google: costassù 11.100 VS costaggiù 5.340 ricerche del 4/6/2018).

D’altra parte è interessante notare che molti tweet denunciano l’estraneità di queste forme al di fuori dei confini linguistici della Toscana:

A me ha sempre destabilizzato il costassù (tweet di Vombato Disadattato, 23/11/2017)

costaggiù” lo lessi una volta su uno dei classici di Topolino e da allora ogni 4-5 anni lo devo usare (tweet di marrpiga, 28/5/2015)

Concludendo, costassù e costaggiù sono impiegati ormai soltanto nelle varietà tradizionali toscane. Ascrivibili invece all’italiano letterario (fino alle soglie dell’Ottocento) e all’italiano regionale toscano sono costì e costà, che possono ricorrere anche in testi di autori non toscani con intento ironico e affettato.

Potremmo concludere con un tweet, scritto da una ragazza che vive tra Roma e Milano, che descrive molto bene l’incertezza circa la sopravvivenza dei nostri avverbi:

Vi giuro che sto scoprendo oggi degli avverbi stupendi, mai sentiti, siriusly: costì, costà, costaggiù, costassù :D (tweet di Martina, 1/2/2013);

 

 

Nota bibliografica:

 

  • Marina Benedetti, Davide Ricca, The Systems of Deictic Place Adverbs in the Mediterranean: some General Remarks, in Mediterranean languages. Papers from the MEDTYP workshop (Tirrenia, June 2000), a cura di Paolo Ramat, Thomas Stolz, Bochum, Universitätsverlag Dr. N. Brockmeyer, 2002, pp. 13-32.
  • Greta Brodin, Termini dimostrativi toscani: studio storico di morfologia, sintassi e semantica, Lund, Greerup, 1970.
  • Narratori dell’Ottocento e del Primo Novecento, a cura di Aldo Borlenghi, 5 voll., Milano – Napoli, Riccardo Ricciardi, 1961-1966.
  • Roman Sosnowski, Deissi spaziale nei testi teatrali italiani del XVI secolo, Cracovia, WUJ, 2010.
  • Alexandra Corina Stavinschi, Sullo sviluppo del sistema dimostrativo italo-romanzo, in Laboratorio sulle Varietà Romanze Antiche, 2009, 3(1), pp. 1-289.
  • Izabela Anna Szantyka, Il funzionamento dei pronomi dimostrativi in italiano e in francese – elementi di un’analisi contrastiva (ricerca in corso), in Actes du XXVe Congrès International de Linguistique et de Philologie Romanes (3 - 8 septembre 2007), Maria Iliescu, Heidi M. Siller-Runggaldier, Paul Danler (a cura di), vol. V., Berlin – New York, De Gruyter, 2010, pp. 549-58.
  • Laura Vanelli, La deissi, Grande grammatica italiana di consultazione, Lorenzo Renzi, Giampaolo Salvi, Anna Cardinaletti, a cura di, vol. III, Bologna, Il Mulino, 1995, pp. 261-35.

 

A cura di Miriam Di Carlo
Redazione Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca

 

 

4 settembre 2018