Per Giovanni Nencioni

di Nicoletta Maraschio

Il contributo fa parte degli atti del convegno Giovanni Nencioni a dieci anni dalla scomparsa, svoltosi in Accademia l’11 settembre 2018 per ricordare il grande linguista e Presidente dell’Accademia della Crusca dal 1972 al 2000. 

L’incontro dell’undici settembre rappresenta un appuntamento regolare per l’Accademia della Crusca: tutti gli anni, infatti, in questo giorno, data di nascita di Giovanni Nencioni, ci ritroviamo qui per premiare, nel suo nome, una tesi di dottorato in Linguistica italiana discussa all’estero e particolarmente meritevole. Ma l’incontro di quest’anno ha un significato particolare, perché a dieci anni dalla sua scomparsa, vogliamo ricordare lo studioso che ha presieduto l’Accademia per 28 anni (1972-2000), il maestro di tutti noi che è nei nostri cuori e nelle nostre teste ed è nelle stanze della Villa Medicea di Castello dove ha lavorato intensamente per dare nuova vita a questa antica e gloriosa istituzione, con l’obiettivo chiaro di proiettarla nel futuro. Molti dei presenti sono stati testimoni del suo impegno costante, della sua attività indefessa, di una capacità straordinaria di unire rigorosa ricerca scientifica, ampia divulgazione e buona amministrazione.

Tuttavia la giornata di oggi non è soltanto l’occasione per onorare Giovanni Nencioni come presidente dell’Accademia della Crusca. Autorevoli colleghi ci parleranno di altri aspetti della sua personalità di docente e studioso. A me piace solo citare, in apertura, alcuni libri, pubblicati dopo la sua morte, che hanno un valore particolare perché gettano nuova luce sulla sua lunga attività. Prima di tutto una grammatica: Parlar materno. Grammatica per la terza classe. (Edizioni scolastiche Mondadori, 1946) Si tratta della ristampa anastatica, con prefazione di Maria Luisa Altieri Biagi (Accademia della Crusca, 2011) di un piccolo testo scolastico che Nencioni aveva pubblicato, subito dopo la guerra, insieme a Felice Socciarelli, da lui definito “incantevole maestro”. In un articolo di quasi quarant’anni dopo (Perché non ho scritto una grammatica per la scuola, 1984) Nencioni giudicherà “infelice” la sua partecipazione a tale iniziativa editoriale Ma il suo è senz’altro un giudizio troppo severo, come ha riconosciuto molto opportunamente Salvatore Sgroi analizzando il testo (Nencioni linguista (grammatico) “inedito”, 2009). La grammatica rappresenta, innanzi tutto, una dimostrazione precoce di quell’attenzione per la scuola che sarà una costante nella vita di Nencioni. Maria Luisa Altieri Biagi ha sottolineato, nella bella prefazione in testa alla ristampa, che molte scelte di Nencioni e Socciarelli anticipano le indicazioni del programma ministeriale per le elementari del 1985, alla cui stesura lei stessa ha partecipato. Questo programma, unanimemente apprezzato, si chiude con l’affermazione “la grammatica va concepita come sollevamento a livello consapevole di fenomeni che l’alunno è già in grado di produrre o percepire”. Il bambino è anche al centro di Parlare materno e ci sono le cose e le attività quotidiane per lui abituali, spesso rappresentate da piccole, efficaci, immagini esplicative. Maria Luisa Altieri Biagi si sofferma anche sui “silenzi” della grammatichetta: ad esempio in essa non c’è nessun riferimento alla complicata costellazione dei complementi e neppure alla distinzione tra predicato verbale e predicato nominale, fonte ancora oggi di molte discussioni. Bisognerà tenere conto del fatto, ricordato dalla curatrice, che l’“incantevole maestro” Felice Socciarelli aveva fondato nell’Agro Romano la “Scuola di Mezzaselva”, trasformata con l’aiuto di Lucio Lombardo Radice e della moglie, maestra d’asilo, in un centro pedagogico d’avanguardia.

Questa ristampa si deve a un’iniziativa dell’Accademia della Crusca, così come quella di altre due opere postume: le Prefazioni disperse a cura di Luciana Salibra (Accademia della Crusca, 2011) e il volumetto Per un grande vocabolario storico della lingua italiana (Sansoni, 1957/Le Lettere, 2012) che contiene interventi di Barbi, Pasquali e Nencioni, appunto. Domenico De Martino ed io ne abbiamo curato la ristampa e abbiamo scritto una breve presentazione. Quanto alla prima opera, Luciana Salibra nell’introduzione (Nencioni prefatore), anche riprendendo sue precedenti osservazioni, nota che dalle prefazioni scritte da Nencioni per altri “nell’arco della sua lunghissima vita di studi” (più di un cinquantennio), emerge con evidenza “la poliedricità dei suoi interessi, l’impegno civile, la grande disponibilità umana, in particolare l’affetto e l’entusiasmo per i giovani” Ricordo, tra le altre, le prefazioni nencioniane ai libri di alcuni giovani studiosi, allievi suoi o di altri, come Carla Marello, Salvatore Sgroi, Anna Antonini, Emanuela Cresti, Gastone Venturelli. La generosità è senza dubbio un tratto caratterizzante la figura di Nencioni.

Quanto alla seconda ristampa, il volumetto Sansoni conteneva un intervento memorabile di Nencioni Relazione all’Accademia della Crusca sul Vocabolario della lingua italiana che era già comparso due anni prima negli “Studi di Filologia italiana”, il Bollettino dell’Accademia. In quel particolare momento storico, gli anni Cinquanta, di rilancio di molte iniziative culturali, era particolarmente sentita dagli accademici l’esigenza di ridare alla Crusca il suo compito secolare, quello lessicografico e di rifondare quindi su nuove basi il Vocabolario, la cui V edizione era stata interrotta nel 1923 da un decreto ministeriale di Giovanni Gentile. L’impresa , impostata con criteri del tutto nuovi e avviata all’inizio degli anni Settanta per la sua prima tappa (Tesoro della Lingua Italiana delle Origini –TLIO fino alla data simbolica del 1375, morte del Boccaccio), è ora in via di completamento presso l’Opera del Vocabolario Italiano (OVI), che dal 2001 è un Istituto del CNR autonomo, col quale l’Accademia collabora attivamente. Ma si dovrà procedere per le tappe successive. Come molti dei presenti sanno, l’ultima tappa, quella dall’Unità in poi è stata avviata da qualche anno tramite la costituzione di un grande corpus di riferimento. Al progetto, diretto dal Presidente Claudio Marazzini, collaborano sia accademici della Crusca che alcuni colleghi di molte università. Si tratta di un progetto strategico dell’Accademia il VoDIM (Vocabolario Dinamico dell’Italiano Moderno). Proprio nello spirito di questa nuova impresa, Domenico De Martino ed io abbiamo pensato, nel 2012, di ripubblicare il volumetto Sansoni 1957 “come testimonianza e patto di continuità nella tensione scientifica e ideale, in un passaggio di consegne di lavoro” da quei grandi maestri e in particolare da Giovanni Nencioni all’Accademia di oggi.

Ma anche dall’esterno dell’Accademia ci sono state iniziative analoghe. Ne ricordo due. Francesco Bruni ha pensato di ripubblicare, arricchendolo di una densa presentazione, presso il Mulino (2012), un classico nencioniano del 1993, La lingua dei Promessi Sposi. Dal volume più ampio che comprendeva un’analisi linguistica approfondita di altre prose manzoniane, Bruni ha estratto il saggio che riflette maggiormente la lunga e originale interpretazione di Nencioni del capolavoro di Manzoni. Invece, Gualberto Alvino, Luca Serianni, Salvatore Claudio Sgroi e Pietro Trifone nel volumetto Per Giovanni Nencioni (Fermenti, 2017) non solo offrono loro brevi saggi di ricordo dell’illustre studioso, ma pubblicano anche trenta lettere che Nencioni ha scritto, dal 1993 al 2003, a Gualberto Alvino intorno a un personaggio molto caro a entrambi: Antonio Pizzuto È molto bello poter leggere queste lettere di Nencioni e non solo le trascrizioni a cura di Alvino, ma proprio rivedere la sua grafia, così precisa e quasi senza correzioni. Permettetemi soltanto un piccolo ricordo personale. Sono stata accanto a Nencioni alcuni anni come vicepresidente dell’Accademia e ogni volta restavo colpita dalla sua capacità di scrivere, così, di getto senza avere bisogno di correggere quasi nulla. Lo stesso accadeva quando dettava lettere o altri testi. Era veramente una capacità notevole, la sua, quella di elaborare e stendere quasi contemporaneamente, in modo pressoché definitivo, i suoi scritti, almeno lettere, verbali o altri documenti. Non abbiamo purtroppo la possibilità di fare riscontri su altri testi più impegnativi, i saggi, gli interventi a convegni, i libri, perché tutte le sue carte sono andate perdute. Quindi avere qui oggi la possibilità di una raccolta di trenta lettere così significative è un regalo di cui ringraziare di cuore Guadalberto Alvino.

E allora desidero anch’io oggi fare un piccolo dono e insieme una proposta a tutti voi. Nel 2012 quando sono stata a Mosca per le celebrazioni dei 400 anni del Vocabolario, sono andata a trovare l’illustre studiosa russa, grande amica di Giovanni Nencioni, Tatiana Alisova, che mi ha consegnato un pacchettino con alcune pubblicazioni relative a suo marito, il grande musicista Alexander Lokshin (1920-1987) e due lettere di Giovanni che dimostrano non solo la confidenza e l’affetto che li legava, ma ancora una volta la sua grande generosità. Ne riproduco solo l’immagine, perché la chiarezza della scrittura mi esonera da farne una trascrizione.





Aggiungo una piccola istantanea che ci mostra Giovanni e Tatiana probabilmente negli anni Sessanta. Abbiamo ricordato i libri, ma tra le iniziative importanti di Nencioni c’è senza dubbio l’apertura o il rafforzamento dei rapporti internazionali dell’Accademia, fra i quali si colloca la convenzione con l’Accademia delle scienze di Mosca che ha permesso scambi continui tra linguisti russi e linguisti italiani, in particolare accademici della Crusca.

E ora la mia proposta. Giovanni Nencioni scriveva moltissimo, molti di noi hanno certamente alcune sue lettere. Sarebbe bello che una copia (o l’originale!) di queste fosse donata all’Archivio della Crusca, dove potrebbe essere conservata, anche in vista di una eventuale pubblicazione. Del resto la giornata di oggi si chiuderà con un intervento che va nella stessa direzione. Elisabetta Benucci e Rita Romanelli hanno scavato nell’Archivio accademico per cominciare a ricostruire l’attività di Giovanni Nencioni Presidente dell’Accademia. Il loro lavoro è appena iniziato perché le carte sono tantissime e di diverso genere, però è un inizio promettente e di grande significato perché ci aiuterà a capire meglio, in modo puntuale e documentato, l’enorme lavoro che Nencioni ha fatto in quasi trent’anni di presidenza, per rinnovare l’Accademia.