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Claudio Marazzini, Aline Kunz, Paola Manni
Firenze Libro Aperto 2017, Il "Vocabolario del Fiorentino contemporaneo"

L'italiano della politica


Settembre 2013

 

Vittorio Coletti (Università di Genova, Accademia della Crusca)

Sono molti a sostenere che in Italia il linguaggio politico è molto cambiato. E non a torto. Se in passato la lingua della politica suonava astrusa o troppo compassata o così settoriale da permettersi di infrangere le regole della geometria con le celebri “convergenze parallele”, oggi rumoreggia volgare e schietta, diretta e approssimativa. Prima si cercava di parlare in pubblico meglio di come si mangiava, oggi ci si vanta di parlare come si mangia (col sottinteso che si mangia male). Si è passati da una lingua colta, forte ed esclusiva, a una lingua popolaresca, debole ed inclusiva. Giuseppe Antonelli ha ben sintetizzato questa evoluzione dicendo che si è passati dal “paradigma della superiorità” a quello del “rispecchiamento”, abbassando il livello stilistico del discorso politico a quello medio-basso della lingua quotidiana. Indizio vistoso di queste novità la consuetudine di nominare i leader col nome proprio (Silvio, Beppe, Matteo...), segno equivoco di familiarità e devozione, di vicinanza e sudditanza. Questo cambiamento è andato in parallelo con l'affermazione di una comunicazione politica più orale che scritta. In precedenza, era “scritto” anche il discorso in pubblico (spesso letto); oggi è “parlato” anche un testo scritto (e magari letto di nascosto su un “gobbo” invisibile allo spettatore). Del resto, sono cambiati anche i formati comunicativi e dalla lunga orazione solista dei comizi si è passati al concitato diverbio a più voci dei talk show.

 

Il mutamento si osserva sia nel lessico (con ospitalità anche a parole basse, scatologiche, volgari) che nella sintassi (con prevalenza di costrutti semplificati, frasi nucleari, paratassi spinta nei testi più meditati oppure di periodare ipertrofico e inconcluso, disordinato e sempre riformulato in quelli improvvisati). Molti osservatori, come Gustavo Zagrebelsky (Sulla lingua del tempo presente, Torino 2010), hanno segnalato anche il mutamento di significato di certe parole o l'introduzione di parole nuove, perlomeno di nuovo significato.

 

Per esempio, l'”amore”, di cui si è fatto di recente grande sfoggio (“L'Italia è il Paese che amo”, “amo ancora questo Paese”), è una parola sconosciuta al vecchio linguaggio politico, che parlava preferibilmente di “solidarietà” o di altre virtù sociali. E al posto della novecentesca e ideologica “lotta di classe” è stata riesumata l'ottocentesca “invidia sociale”, che bolla la protesta col giudizio negativo che merita un sentimento basso e casereccio come l'invidia. Sono cambiati anche gli indici di frequenza e “libertà” (da regole, “lacci e laccioli”) è parola più usata di “giustizia”, in precedenza forte soprattutto in unione con l'aggettivo “sociale”. Certe parole come “nuovo” hanno semplicemente cambiato area politica e dopo essere state per decenni sventolate dalla sinistra (il mito del “cambiamento”, delle “riforme”) sono passate (o tornate, è forse il caso di dire pensando alla storia politica del secolo scorso quando l'innovazione linguistica era stata massima nel futurismo guerrafondaio) a destra.

 

Una singolare trasformazione ha coinvolto anche la sfera dello “stato” e della cosa pubblica, con una prevalenza dei contorni negativi (“il peso, il costo dello stato”) su quelli positivi (“servizio pubblico”). Si sono moltiplicati i modi per dileggiare la “vecchia” politica organizzata (“teatrino della politica”, il “dire” contro il “fare”) ed esaltare quella diretta, realizzata con l'affidamento della guida a un leader indiscusso e padronale. Ne è seguita l' accusa di “(neo) populismo” o anche di “peronismo” (dal nome del popolare e dispotico leader argentino J. Perón). Si è cercato di alleggerire e rendere gradevole la lingua facendo ricorso a termini e immagini dello sport (“discesa in campo”, “fare squadra”, “Forza Italia”, “il governo non farà da punching ball”) o dell'informatica (“fare sistema”, “fare rete”) o a espressioni giovanilistiche (“li asfaltiamo” per dire che si vinceranno le elezioni, “Silvio è al game over”, “partito cool”).

 

La lingua della politica non ha cessato di inventare o riesumare o rinnovare parole, come è successo con “ribaltone”, “inciucio”, “larghe intese”, “agibilità politica”; sono parole nuove (“esodati”, “pentastellati”) o adattate a nuovi usi specialmente metaforici (“staccare la spina al governo”, “mettere dei paletti”), con cui ribadisce la sua comprovata attitudine neologica (“IMU”, “TARES”, “patto di stabilità”, “governo di scopo”), specie a livello semantico (“falchi” e “colombe”, “pitonesse”, “rottamazione”). Per altro, si è mostrata sempre più dipendente da altri linguaggi, quello dell'economia (“PIL”, “spread”, “deficit”, “derivati”...) e soprattutto quello giornalistico (“il governo galleggia”, “Letta-bis”, “crisi al buio”), al quale deve persino la tecnicizzazione di pseudolatinismi ironici come “Mattarellum” e “Porcellum” (per indicare il sistema elettorale precedente e quello ora in vigore). Se nel suo livello più informale e diretto ha riammesso i dialetti e gli italiani regionali (“vaiassa”, “gabina”) o i gerghi giovanili (“Bersani spompo”), in quello più colto e formale la lingua politica ha abbondato in forestierismi, dal celebre “I care” alla “moral suasion” dal “question time” alla “spending review”, mostrandosi poco rispettosa dell'italiano perfino nelle sedi più istituzionali.

 

Complessivamente, il potere più forte (o uno dei più forti) appare linguisticamente debole, con più debiti (da altri settori, giornalismo soprattutto) che crediti (con la lingua comune); rivela una certa fragilità sintattica e un profilo lessicale più basso che in passato. Ma non è neppure del tutto afono e qualche volta riesce ancora a proporre e imporre un modello linguistico. Purtroppo non sempre civile (il Vaffaday).

 

Date queste premesse, non sorprende l'interesse dei linguisti per il recente linguaggio politico, attestato da numerosi studi, come quello citato di R. Antonelli (negli atti del convegno Italiano oltre frontiera, Firenze 2000) o quello di R. Gualdo e M.V. Dell'Anna, La faconda Repubblica. La lingua della politica italiana (1992- 2002), Lecce 2004 o di Nora Galli de' Paratesi nel volume collettivo Parole in libertà, Roma 2009). Me ne sono occupato anch'io in un libro che analizza gli Eccessi di parole (Firenze 2012), cioè le parole di troppo, nella grammatica e nella comunicazione pubblica. Manca però ancora un grande vocabolario del linguaggio politico della Seconda Repubblica, delle sue parole nuove e di quelle rinnovate, dei suoi modi di dire. E se cominciassimo a costruirlo qui con l'aiuto dei nostri visitatori?
 

Intervento conclusivo di Vittorio Coletti

Gli interventi sul “tema del mese” hanno in gran parte accentuato, direi aggravato la diagnosi sulla salute debole dell’italiano politico. Naturalmente è difficile distinguere in quasi tutte le lettere, come già nel mio testo introduttivo, tra il giudizio sulla nostra politica e quello sul suo linguaggio. I pareri linguistici quindi dipendono inevitabilmente anche da quelli politici. Ad esempio, l’impressione di debolezza derivata dal fatto, ribadito da Marri, che la lingua della politica sembra spesso dipendere da quella dei giornali, che quasi la sostituiscono nella comunicazione pubblica, può essere interpretata da Veronica Pezzi, almeno a titolo di ipotesi, anche come un segno di forza, perché, per questa via e con queste scelte stilistiche, il linguaggio politico riesce ad imporsi all’attenzione pubblica e quasi a condizionarne il vocabolario. Sono ovviamente vere entrambe le cose, ma quanto farle pesare dipende dalla maggiore o minore distanza (o fastidio) dalla politica di oggi.

Claudio Foresti ammonisce giustamente a non fare tutt’uno della banalizzazione dei contenuti e dello stile del discorso politico e della schiettezza che sembra spesso caratterizzarlo. La schiettezza è un valore, indubbiamente. Bisogna però che a livello di comunicazione pubblica non si confonda la schiettezza con la volgarità, cosa che invece, da ultimo, è avvenuta più volte nei dibattiti in televisione.

Pier Carlo Mandelli ricorda che quello della politica è un linguaggio in azione, calato sempre in contesti sociali, comunitari, e che quindi non è tanto questione di buona lingua quanto di efficacia operativa, concreta, della comunicazione politica. Certo, il bello stile non comporta un rapporto privilegiato con la verità e i valori etici, come Mandelli scrive. Non c’è niente che possa essere detto meglio del falso, purtroppo. Ma che la politica, oltre a puntare all’efficacia della sua lingua, badi anche alla sua proprietà e urbanità non mi sembrerebbe sbagliato, pur senza, per questo, rimpiangere Andreotti.

Non si tratta, lo dico a Giancarlo Rossi, di fissare anche a livello politico una grammatica e neppure un galateo, ma di aver coscienza del fatto che la politica non parla solo attraverso quello che fa e dice, ma anche attraverso come lo fa e dice. Essendo un’attività e un discorso molto esposto, addirittura sovraesposto, è bene che ricordi che perfino nelle parole che usa essa (ho usato il pronome richiesto da Vittorio) indica, insegna, dà l’esempio o, come si diceva una volta, la linea.

Per concludere, vorrei riprendere un’osservazione che, con varia sottolineatura, tutti gli intervenuti hanno fatto: la lingua della politica, proprio per il suo stretto rapporto-dipendenza da quella dei giornali, produce e mette in circolazione sempre parole nuove o significati nuovi di parole vecchie. Nel breve tempo di questo tema del mese abbiamo visto nascere o rinascere in politica parole come “lealisti”, “innovatori”, “governisti”, “mediatori”, tutti e solo per indicare le correnti interne al Pdl diviso in “falchi” e “colombe”. A volte le parole nuove o rinnovate non sono, ancora una volta, propriamente urbane, come le “palle di ferro” del Presidente del Consiglio; ma il sospetto di Fabio Marri che questo sia stato proprio un caso in cui i giornali “mettono in bocca” ai politici la loro lingua è forte.

Vittorio Coletti

PS.
Sul tema appena chiuso segnalo il freschissimo L. Pregliasco, Il crollo. Dizionario semiserio delle 101 parole che hanno fatto e disfatto la Seconda Repubblica, Editori Internazionali Riuniti, 2013: in appendice vi si può leggere il denso, impeccabile saggio del nostro accademico Gian Luigi Beccaria.

Prego M. Rossi, che chiede consigli bibliografici specifici, di scrivermi presso l’Accademia della Crusca.

Lei afferma: "Il mutamento si osserva sia nel lessico (con ospitalità anche a parole basse, scatologiche, volgari) che nella sintassi (con prevalenza di costrutti semplificati, frasi nucleari, paratassi spinta nei testi più meditati oppure di periodare ipertrofico e inconcluso, disordinato e sempre riformulato in quelli improvvisati)".

Ed anche:
"Complessivamente, il potere più forte ... appare linguisticamente debole... ; rivela una certa fragilità sintattica e un profilo lessicale più basso che in passato".

Cio' non mi stupisce affatto dopo aver sentito interviste ai nostri deputati ed essermi reso conto del bassissimo livello culturale ormai dominante nel nostro Paese.
Come ha scritto Giorgio Pasquali, "la parola e' come acqua di rivo che riunisce in se' i sapori della roccia dalla quale sgorga e dei terreni per i quali e' passata", pertanto il livello linguistico dei nostri politici non e' altro che lo specchio dell'infima qualita' della politica italiana.

Quindi non mi aspetto nient'altro da questi indegni rappresentanti del popolo italiano, onusti di prebende, ingordi insaziabili, irresponsabili e semi-ignoranti (in quanto in grado di leggere e scrivere e dotati anche di un titolo di studio, ma incapaci di comprendere il valore della cultura e di un'istruzione seria) che hanno la sfacciataggine di proporre l'eliminazione della storia dell'arte dalle scuole di un paese detentore di oltre il 60% del patrimonio artistico mondiale e l'abbreviazione del corso di studi del liceo, sbalordendo il mondo intero con la loro cialtroneria!

Un'Italiano all'estero profondamente amareggiato

Considerazioni egregie. Magari, però, tolga l'apostrofo da "Un'Italiano", altrimenti l'aulico testo... desinit in piscem.

Sono stufo di tutti questi "inglesismi" usati dalla classe politica e da moltissimi giornalisti. Non fanno altro che "disinformare" gli italiani. Sinceramente faccio fatica a seguire ciò che mi stanno comunicando perchè, nel bel mezzo della notizia, spunta fuori l'inlglesismo che non mi permette di capire il senso del discorso.Mi chiedo come mai, voi dell'accademia, non cominciate una vera guerra contro gli inglesismi per difendere la nostra lingua che mi sembra, ormai, imbastardita? Cominciate a farvi sentire che gli italiani vi sosterranno certamente. Spero di ricevere una risposta, altrimenti dovrò ricredermi che ci sia ancora qualcuno che difenda la lingua italiana.
Saluti.

Effettivamente trovo fastidioso l'utilizzo, in sedi istituzionali o in situazioni esposte alla visibilità pubblica, di terminologie assolutamente inadeguate da parte di personaggi di spicco, soprattutto della politica. Con il termine inadeguate voglio intendere al contempo termini forgiati dai mezzi di informazione, come "porcellum" etc., ma anche termini provenienti da altre lingue, come l'inglese (si pensi all'utilizzo del termine "choosy" da parte dell'ex-ministro Elsa Fornero o del termine "stalking" nel linguaggio giuridico)

giornalisti e politici hanno eliminato i pronomi esso-essa.essi -esse. è GRAVISSIMO.sE SI RIFERISCE A UN SERPENTE USANO IL PRONOME LUI invece di esso, se si riferiscono a una pietra la chiamano lei.Usano egli come complemento e lui come soggetto.
Il signor Dalema in televisone, quando era ministro, invece di dire ritiriamo il nostro contigente militare dall'Afagnistan disse:ritiriamo lenostre forze armate.Spesso anche nei grandi giornali si tutti i sabati e nonn tutti i sabato.Perché non si puniscan?

Forse sarebbe il caso di utilizzare uno stile di scrittura consono al sito che si sta visitando. Prima di criticare il lessico altrui, si cerchi di migliorare la propria ortografia.

Richiesta al Prof. Vittorio Coletti. Sono affascinata dalla differenza della tipologia del linguaggio usato da politici e da giornalisti che seguo abitualmente. Per esempio: il Prof. Giuliano Amato e il Prof. Gianni Cuperlo, si esprimono in modo che definirei 'piano', chiaro, raffinato ma semplice, efficace, un linguaggio dai toni bassi in tutti i sensi, sempre dentro il pentagramma. Di contro, apprezzo molto l'espressività di Enrico Mentana e di un altro giornalista de La7, Marco Fratini, spontanea, stringatissima e ritmata. Le sarei immensamente grata se volesse suggerire ad una profana attratta dalle parole, un libro che spieghi le varie tipologie del linguaggio e la loro efficacia. Grazie comunque. M.R.

Riascoltando i discorsi dei lustri passati non posso far altro che esprimere nostalgia. Nostalgia per il carattere educativo che la parte migliore delle classi dirigenti, esprimeva. Direi che la frattura linguistica si é consumata con il crollo della prima repubblica che e' stato non solo un ricambio di teste, ma anche di testa. Persi progressivamente i principi e i riferimenti civili, e lo sproloquio lo manifesta perfettamente, assistiamo a grande confusione.

Da un lato la retorica appartiene al proscenio della politica, all'ambito teatralizzato del dibattito, in cui si iscrivono l'uso e l'abuso di locuzioni intese più spesso a suggestionare che a persuadere. D'altra parte, il linguaggio - dunque anche il linguaggio della politica - ha un carattere eminentemente prasseologico: regole d'uso e i modelli comunicativi non solo mutano nel tempo, ma prendono corpo entro contesti di attività e consuetudini la cui natura è eminentemente sociale. Per questo "media, politica, tecnica e pubblicità" non sono "fonti autoritarie", come ritiene Giancarlo Rossi, in grado di imporre modelli comunicativi senza mediazione alcuna, ma attori del gioco di costruzione linguistica, cui partecipa con pari diritto, autorità ed efficacia, la "bocca popolare". Il caso dei media sociali indicato da Veronica Prati è, in tal senso, assai rilevante. Infine direi che l'estetica del buon eloquio non ha alcun rapporto privilegiato né con la verità né con i valori etici che si vorrebbero a fondamento della politica, la quale non è un insieme di "contenuti", genericamente, ma è, ancora una volta, prassi e azione (e comunicazione) efficace, ovvero quanto di più distante da un dibattito tra puristi. Davvero rimpiangiamo Andreotti?

La politica è "cosa seria".
Il linguaggio politico è oramai attaccato quotidianamente dalla banalizzazione, dall'approssimazione e dalla schiettezza.
L'impoverimento del lessico evidenzia l'impoverimento dei contenuti della politica.
Ho 24 anni e mi trovo a rimpiangere il modo di parlare di Andreotti, di Moro e di De Mita.
È auspicabile un ritorno ai vecchi usi.

Prima di tutto ti saluto con un gentile " Ciao!". Gentile perché non ci conosciamo.
Concordo con l'idea di impoverimento e banalizzazione dei contenuti della politica. Non concordo sul considerare anche la schiettezza una banalizzazione. La ritengo al contrario una qualità, che unita alla capacità di sintesi nei discorsi , li rende eccellenti.
Anche perché la schiettezza richiede coraggio e chiarezza .
Comunque il discorso è interessante e su queste basi si potrebbero confrontare i nostri parlamentari, di destra, di sinistra, di centro e i pentastellati.

Grazie al professor Coletti per la bella riflessione. Mi chiedo però se il cambiamento che ha investito la lingua della politica non sia anche, da un altro punto di vista, un segno di forza. Non ho mai usato tanto quanto nelle ultime settimane la metafora del "rigirare la frittata", per esempio. Oppure del "rottamare", anche in contesti non politici. Mi pare in fondo che il nuovo registro adottato dai politici sia appropriato a un nuovo modo di fare politica (che per esempio si rivolge anche all'elettorato usando internet, dove uno status dotato di una qualche originalità linguistica ha più probabilità di essere ritwittato e sharato e commentato che uno scritto in un italiano più aulico).

Trovo anch'io esemplare l'analisi di Coletti, e la proporrò quanto prima ai miei studenti. Vorrei solo che venisse fatta una distinzione più netta tra il linguaggio 'autentico' dei politici e quello che ne viene riportato dalla stampa, con alterazioni sia per scopi tendenziosi sia per ragioni stilistiche. Giustamente Coletti scrive che la lingua dei politici si "è mostrata sempre più dipendente da altri linguaggi, quello dell'economia (“PIL”, “spread”, “deficit”, “derivati”...) e soprattutto quello giornalistico (“il governo galleggia”, “Letta-bis”, “crisi al buio”), al quale deve persino la tecnicizzazione di pseudolatinismi ironici come “Mattarellum” e “Porcellum”.
In vari casi mi sembra che i giornalisti, più che 'suggerire' le proprie parole ai politici, gliele mettano in bocca anche quando non sono state effettivamente usate. Ricordo che qualche politico (ad esempio Prodi) si lamentò dell'uso del virgolettato, specie nei titoli, che corrisponde a un riassunto arbitrario dei concetti attribuiti all'uomo politico di turno. Ad esempio il citato vezzo di chiamare i politici per nome (Massimo, Matteo ecc.) mi sembra più giornalistico che dell'uso effettivo. E quale capofila di questo abbassamento stilistico verso il parlato, che ritengo un malvezzo (chi ricorda l'Ascoli che affermava improponibili frasi - cito a memoria - come "noi in questi affari di Inghilterra non ci si ficca il naso"?), pongo il quotidiano "La Repubblica", capofila di modi purtroppo imitati dalla maggior parte degli altri giornali: come anni fa fece notare Ornella Castellani Pollidori a proposito di "ed è subito polemica", e -continuo a citare a memoria - molti anni prima il compianto Sergio Raffaelli notò a proposito delle "convergenze parallele", locuzione che Moro non usò mai ma gli venne messa in bocca da Eugenio Scalfari.

E' un piacere leggere la prosa elegante, appropriata, sorvegliata di Vittorio Coletti, che mostra, pur con discrezione e garbo, le virtù bandite dalla neolingua dei cosiddetti politici. Exempla trahunt, verrebbe da dire.
Vorrei porgli un problema, che origina dalla mia professione di architetto. Io credo che la lingua abbia bisogno d'una sorta di piano regolatore, cioè d'una fonte autorevole che non si limiti a registrare l'esistente, ma dia anche indicazioni d'un uso appropriato del lessico e della sintassi.
Non sono nostalgico d'una normativa purista e a volte ridicola, quale vedemmo nel primo regime ventennale, ma ritengo sia un'ingenuità ipocritica credere ancora che le mutazioni della lingua originino dalla bocca popolare, e non, come vediamo specie nel secondo regime ventennale, da fonti autoritarie, quali sono i media, la politica, la tecnica, la pubblicità, nutrite di non eliminabile provincialismo e d'incultura.

io sto con rodotà. a volte meglio rifiutare il dialogo e continuare a pensare prima di parlare

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