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Max Pfister e Massimo Fanfani
I partecipanti alla tavola rotonda
Leonardo Bieber, pres. Commissione Cultura Firenze e Domenico De Martino
29/09 C. Marazzini e B. Albanese

Latino o inglese?


Quesito: 

Rispondiamo a tutti coloro che, sottoponendoci questo o quel caso specifico, ci chiedono se si debba mantenere la forma originaria del plurale per i latinismi giunti per tramite di altre lingue o se invece questi termini non siano da considerare alla stregua degli altri forestierismi.

Latino o inglese?

In un bel libro di ormai venticinque anni fa, Gian Luigi Beccaria, con il suo stile amabile e accattivante, si era divertito a costruire cinque pagine di testo di senso compiuto infarcito di ben 175 latinismi diffusi e usati nell’italiano comune: da gratis, alibi, placet, ad hoc, non plus ultra, hic et nunc fino a pro memoria, honoris causa, referendum, imprimatur e moltissimi altri. Il gioco aveva lo scopo di mostrare, in una divertente e improbabile concentrazione, quanto ancora parole ed espressioni latine entrino nella nostra lingua quotidiana e come spesso passino inosservate, tanto sono naturali, fatte della stessa pasta dell’italiano. O meglio: è l’italiano che si è formato dal latino parlato che, già a partire dall’epoca imperiale, si è differenziato dal latino classico e si è progressivamente trasformato dando vita alle lingue romanze, tra cui appunto l’italiano. Due sono state le trafile principali attraverso le quali il lessico latino è andato a costituire gran parte del patrimonio lessicale dell’italiano:

1)      Parole di tradizione ininterrotta che dal latino, attraverso un processo di continue e progressive trasformazioni, sono arrivate fino ad oggi.

2)      Parole di tradizione colta o interrotta che ci sono arrivate in una forma molto più vicina a quella originale perché recuperate in ambiti dotti e reintrodotte in italiano senza sostanziali adattamenti formali, inevitabile quando invece le parole circolano nel parlato.

Nel primo gruppo, quantitativamente molto consistente, rientrano parole di base, che vanno a formare buona parte del lessico fondamentale: casa, dare, fare, tavola, chiaro, cielo, mare, terra, vedere, acqua sono solo pochissimi esempi di parole italiane derivate dal latino per via ininterrotta; in alcuni casi, come quelli appena esemplificati, le modifiche formali sono state molto limitate per cui è abbastanza facile risalire alla forma latina originaria; in altri casi le trasformazioni sono state più profonde per cui, ad esempio, non è così immediato riconoscere nell’italiano coppia l’esito del latino copula.

Al secondo gruppo appartengono parole di ambiti particolari: da sempre il latino ha influenzato il volgare in ambito religioso e giuridico, ma soprattutto il latino (insieme al greco) è stato ed è tuttora un serbatoio di risorse lessicali a cui le scienze e le terminologie tecnico-specialistiche continuano ad attingere. Si tratta di una riserva a disposizione di molte lingue vive: l’italiano in particolare, ma in generale tutte le lingue romanze, e non solo queste, hanno “pescato” in tempi e per motivi diversi da questo mare magnum arricchendo così di latinismi le nostre lingue vive.

Tra queste lingue, l’inglese ha un ruolo del tutto particolare: se è noto a tutti che, a partire dal Novecento, è stata la lingua che ha veicolato il maggior numero delle nuove parole entrate nelle altre lingue, forse non è altrettanto risaputo che, dopo l’italiano, l’inglese è la lingua che maggiormente, nel corso della sua storia, ha sfruttato il latino per il recupero e la coniazione di nuove parole, tanto da farla definire da Tullio De Mauro “la più latinizzata e neolatinizzata lingua del mondo non neolatino”. La circolazione e l’accoglimento di parole ed espressioni straniere non è certo una novità, nuovo semmai è stato il ritmo accelerato e la concentrazione nel tempo con cui il fenomeno si è manifestato negli ultimi decenni; da sempre le lingue entrano in contatto e si modificano a vicenda e, a seconda del prestigio e dell’influenza culturale ed economica di alcuni paesi, le rispettive lingue assumono maggiore o minore capacità di penetrazione nelle altre. L’inglese è attualmente senza dubbio la lingua della comunicazione sovranazionale, oltre a essere la lingua di alcuni settori specifici ormai pervasivi nelle nostre società. Insieme agli anglismi veri e propri, l’inglese ha contribuito a rimettere in circolazione anche alcuni latinismi che, nel tessuto dell’italiano, legato al latino da così stretta parentela, tendono a essere appaiati, nella pronuncia e nel trattamento morfologico, ai tanti e familiari latinismi recuperati dall’italiano per via diretta. Alcuni linguisti hanno proposto la dicitura di xenolatinismi per indicare queste parole formate con materiali latini in lingue diverse dall’italiano e passate poi all’italiano sotto forma di prestiti: latinismi indiretti quindi che, prima di arrivare a integrarsi nel lessico dell’italiano, sono passati da altre lingue (inglese, ma anche francese come ad esempio deficit e tedesco, come album) che hanno impresso loro pronuncia, talvolta modificata rispetto a quella originaria latina, e regole di trattamento morfologico.

A prescindere dalle etichette che possiamo attribuire ai fenomeni, l’aspetto che più interessa per il nostro discorso è proprio lo statuto particolare che riveste il latino per l’italiano rispetto a tutte le altre lingue: i latinismi accolti direttamente nella lunga storia dell’italiano (complessivamente più di 35.000 marcati come tali nel GRADIT) non sono stati sentiti come veri e propri prestiti, ma come “eredità di famiglia”, un patrimonio a disposizione di cui non c’era da rendere conto a nessuna lingua viva. Diverso, da questo punto di vista, l’accoglimento di latinismi già adottati da altre lingue e talvolta adattati alle loro regole fonomorfologiche.

I dubbi espressi dai nostri interlocutori riguardano proprio questo processo che, nell’ultimo secolo, ha avuto un’ampiezza straordinaria perché accompagnato da un aumento esponenziale delle possibilità di comunicazione e quindi di contatto tra le diverse lingue. Le incertezze sono state sicuramente accresciute sia dalla progressiva perdita di familiarità con il latino, che viene studiato meno e incontrato raramente (anche se più di quanto molti si accorgano) nelle nostre abituali pratiche quotidiane, sia da una sempre maggiore confidenza, talvolta scambiata per competenza, con l’inglese, la sua pronuncia e le sue regole. La convergenza di questi due fattori può spiegare realizzazioni ibride e decisamente divertenti come sine die pronunciato “all’inglese” sain dai, su cui già da qualche anno si è giustamente rivolta l’ironia di alcuni giornalisti.

Sui latinismi, in particolare quelli accolti per via indiretta con mediazione dell’inglese, i due interrogativi più ricorrenti riguardano pronuncia e formazione del plurale.

Nessun problema di pronuncia quando i latinismi, seppur arrivati all’italiano attraverso l’inglese, non presentino varianti e vi siano giunti in una veste fonetica immediatamente riconducibile a quella latina: parole come ultimatum, quorum, forum, memorandum (spesso ormai abbreviato in memo) non suscitano dubbi riguardo alla pronuncia e possono essere tranquillamente scambiate e usate come latinismi diretti.

Vediamo invece alcuni tra i latinismi indiretti che sembrano porre maggiori problemi per la pronuncia o per il trattamento morfologico:

mass media e summit, sono due tra i più diffusi e conosciuti latinismi di mediazione inglese. Sulla loro origine, sui significati e sulla coesistenza delle due pronunce possibili (“alla latina” o “all’inglese”) tra i parlanti, si è già ampiamente trattato in una scheda pubblicata nel nostro sito a cui si rimanda; 

tutor: la parola latina tutor, -oris sta alla base di due forme coesistenti nella lingua comune: l’italiano tutore (attestato sin dal 1300), e il latinismo non adattato tutor rientrato però attraverso l’inglese nel XX secolo. L’italiano tutore viene usato nei significati di ‘persona a cui è affidata la tutela di un minore o di un incapace’, di ‘protettore e difensore’, di ‘docente nominato dal preside con l'incarico di aiutare l’insegnante vincitore di concorso a orientarsi nell’attività scolastica  durante il periodo di prova’ e di ‘docente universitario che segue fin dall’inizio il lavoro di uno studente guidandolo nel suo curriculum’; in agraria è usato come sinonimo di ‘sostegno’ (quindi palo, canna o pianta che serve per sostenere altre piante) e, in medicina viene usato per indicare ‘un apparecchio ortopedico, variamente modellato in acciaio, cuoio, materie plastiche con finalità di sostegno, correzione e sussidio funzionale’ (Vocabolario Treccani). C’è poi tutor, nella forma originaria latina, che è “rientrato” in italiano nel XX secolo attraverso l’inglese che veicola però soltanto il significato specifico di ‘insegnante che, negli studi universitari, segue e guida uno o più studenti in seminari, dottorati o altre attività di ricerca’ o ‘persona di riferimento per chi è all'inizio della carriera in determinati ambiti professionali’. Quindi soltanto nel contesto scolastico-universitario può porsi il problema della scelta tra le due parole, ambito in cui, peraltro, è attualmente molto più diffusa e frequente la forma tutor. Si tratta di una parola presente nei recenti dizionari dell’italiano, indicata come invariabile perché assunta come forestierismo ormai stabilizzato, che non prevede pertanto, in italiano, la forma plurale della lingua d’origine (inglese tutors); nei contesti che richiedano il plurale meglio senz’altro ricorrere alla forma adattata tutori piuttosto che ricostruire il plurale originario latino tutores, del tutto estraneo alla lingua italiana.

 Audit, con pronucia all’inglese /ɔdit/ e con il significato di ‘revisione’ è attestato in alcuni dizionari italiani (tra cui il GRADIT) come anglismo anche se ha come base il verbo latino audire ‘ascoltare’. Si tratta di un’acquisizione senza dubbio recente per l’italiano: infatti, anche se nei più recenti dizionari di neologismi (come nel Treccani del 2008, la voce audit civico) inizia a essere indicato come invariabile al plurale, quindi trattato come anglismo ormai pienamente accolto in italiano, altri dizionari dell’uso contemporaneo, come il GRADIT (2000), contemplano ancora il plurale inglese audits.

Forum è entrato in italiano a metà del Novecento per mediazione dell’inglese con il significato di ‘dibattito pubblico’ che si è poi esteso anche a quello di ‘luogo aperto di discussione in rete’. La pronuncia, come abbiamo già accennato, non dà problemi (si mantiene quella latina), ma ci si può chiedere invece quale sia la forma del plurale: come molti altri forestierismi ormai radicati nell’italiano, al plurale forum resta invariabile e questo grazie al suo transito dall’inglese che lo ha “parificato” al trattamento degli altri anglismi.

Sponsor, ‘garante, mallevadore’ è una parola latina arrivata in italiano dall’inglese che nell’uso corrente mantiene la pronuncia originaria del latino, ma resta invariabile al plurale come un forestierismo ben acclimatato.

Auditorium, un acquisto decisamente di vecchia data e già studiato da Bruno Migliorini nella sua Lingua italiana d’oggi, anch’esso mediato dall’inglese, è invariabile e quindi mantiene la stessa forma al plurale, ma si differenzia dal caso precedente per aver dato luogo alla forma adattata auditorio/auditori, non troppo usata, ma possibile anche al plurale.

Nei normali processi di semplificazione e di analogia che operano nelle lingue vive, non stupisce che sia in atto l’estensione dell’invariabilità, nella direzione quindi della soluzione più “economica”, anche ad alcuni latinismi passati in italiano per via diretta come ad esempio curriculum che prevede il plurale curricula (oltre alle forme adattate all’italiano curricolo e curricoli), ma che negli ultimi anni ricorre più frequentemente nella forma invariabile; corpus nel significato di ‘raccolta’ che ormai molti dizionari (tra cui il Treccani) registrano come invariabile, mentre in contesti specialistici è ancora possibile incontrare e usare nella forma del plurale corpora. Anche iter, referendum, e solarium prevalgono nella forma invariabile: in rete (in una ricerca non particolarmente raffinata ma indicativa su Google effettuata il 6 marzo 2013) il rapporto tra la forma gli iter (plurale invariabile) e gli itinera (plurale latino) è di 10 a 1 con circa 52000 occorrenze della prima a fronte delle circa 5000 della seconda; referendum ricorre esclusivamente nella forma invariabile, mentre per solarium, che i dizionari sono pressoché concordi nell’indicare come invariabile, ha un numero notevole di attestazioni in rete nella forma plurale latina solaria anche se, a una prima analisi, moltissime tra queste occorrenze sembrano corrispondere a denominazioni di aziende del settore delle energie rinnovabili.

Dalle considerazioni fin qui esposte emerge abbastanza chiaramente quale sia il comportamento meno rischioso nel trattare i latinismi più diffusi nella nostra lingua, siano di derivazione diretta che  indiretta: per quel che riguarda la formazione del plurale, che ci viene segnalata come l’incertezza più ricorrente, usando la forma invariabile è decisamente meno probabile sbagliare.

Questo non significa che automaticamente possiamo considerare i latinismi alla stregua di tutti gli altri forestierismi, ma che senz’altro, anche per queste parole, stanno operando meccanismi di semplificazione e uniformità di trattamento morfologico. Si consigliano invece maggiori cautele, con verifiche di volta in volta sui dizionari, per i termini tecnici, propri di ambiti specialistici che possono restare esclusi dalle normali modificazioni delle parole più frequenti e diffuse nell’uso comune.

 

Per approfondimenti:

 

  • G. Luigi Beccaria, Italiano antico e nuovo, Milano, Garzanti, 1988.
  • T. De Mauro, La fabbrica delle parole, Torino, Utet Libreria, 2005.
  • Enciclopedia dell’italianoTreccani, Roma, Istituto dell’Enciclopedia italiana, s.v. Latinismi.
  • M. Fanfani, Sugli anglicismi nell’italiano contemporaneo (XIII) [audit, auditing, auditor], in «Lingua nostra», LVI, 1995, pp. 14-17.
  • M. Fanfani, Sugli anglicismi nell’italiano contemporaneo (XIV) [auditorium], in «Lingua nostra», LVII, 1996, pp. 72-92.
  • C. Giovanardi e R. Gualdo, Inglese-italiano 1 a 1, Lecce, Manni, 2003.
  • B. Migliorini, La lingua italiana d’oggi, Torino, ERI, 1967 [seconda edizione riveduta aggiornata e ampliata; I ed. 1957].

 

A cura di Raffaella Setti
Redazione Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca

 

18 marzo 2013