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Le prime quattro edizioni del Vocabolario (foto di G. Tatge, Regione Toscana)

Qual è il problema? L’ortografia!


Gennaio 2019

Paolo D'Achille

 

La riproposta sulla pagina Facebook dell’Accademia di una risposta di Raffaella Setti pubblicata sul sito della Consulenza il 30 settembre 2002 circa la corretta grafia di qual è ha riacceso il dibattito su questa regola ortografica: un dibattito talmente ampio da trovare spazio anche nella stampa satirica. Non sono mancati inviti o richieste all’Accademia di modificare questa regola, che del resto spesso viene violata e che sembra quindi “fuori moda”. Ci è parso opportuno, allora, riprendere e allargare un po’ il discorso per riflettere da un lato su significato e valore dell’ortografia, sul rispetto delle regole ortografiche attualmente in vigore, sulla possibilità e l’opportunità di modificarle, dall’altro sul ruolo che spetta all’Accademia in generale e al Servizio di Consulenza in particolare.

Il termine ortografia (dal lat. orthographia, a sua volta dal gr. orthographía, formato da orthós ‘diritto, retto’ e graphía ‘scrittura’) significa ‘scrittura corretta’ e si riferisce all’uso scritto di una lingua secondo regole stabilite, che riguardano tanto la rappresentazione dei suoni attraverso una (o più) lettere dell’alfabeto, quanto la separazione delle parole, l’uso di apostrofi, accenti, segni di punteggiatura, caratteri maiuscoli e minuscoli, ecc. Ogni lingua, quando passa da un uso esclusivamente orale a un uso scritto, tende a stabilire e a fissare determinate regole, sia per evitare possibili ambiguità interpretative (che possono dipendere dai numerosi omonimi che ogni lingua presenta, particolarmente insidiosi se relativi a parole “grammaticali”), sia anche per consentire il riconoscimento della lingua stessa e della comunità che la usa. L’ortografia ha avuto spesso, nella storia delle lingue, un valore che oggi definiremmo “identitario”.

Tutte le lingue scritte (compresi i dialetti italiani che hanno una lunga tradizione letteraria, come il veneziano e il napoletano) hanno delle loro regole ortografiche e anzi la fissazione di queste regole sembra spesso essere il primo passo per la costituzione della norma grammaticale (lo abbiamo visto anche di recente, nel caso delle cosiddette “lingue regionali”). Le proposte ortografiche (che possono essere avanzate anche da singoli individui e che potrebbero seguire criteri diversi e persino contrastanti) per diventare regole devono essere accolte, condivise, adottate concretamente, insegnate e diffuse. L’ortografia si sviluppa soprattutto all’interno dei processi di standardizzazione, che riguardano anche altri livelli di analisi linguistica (la morfologia, la sintassi, il lessico) e infatti un momento fondamentale nella storia dell’ortografia è stato costituito dall’invenzione della stampa, in seguito alla quale tutte le principali lingue europee hanno fissato il loro standard anche ortografico. Per l’italiano la stampa fu determinante nell’adozione della grafia, di carattere prevalentemente fonetico e non etimologico, propria della tradizione scrittoria in volgare di area toscana, alla cui diffusione contribuì anche il Vocabolario degli Accademici della Crusca. Un altro momento importante è stato quello postunitario, con la nascita della scuola pubblica, che ha fissato le norme ortografiche relative ad accenti e apostrofi, il cui uso da allora è stato definitivamente regolamentato.

I criteri logicizzanti allora adottati non sono sempre di immediata applicazione né di assoluta coerenza. Per fare solo due esempi: perché “su qui e su qua l’accento non va” mentre su e sì? Perché mentre e non accentati potrebbero confondersi con li e la pronomi atoni (li vedo e lì vedo; la mangi e là mangi) nel caso di qui e qua possibilità di confusioni non ce ne sono. E perché per la resa dell’apocope sillabica di poco si prevede l’apostrofo (sono un po’ stanco; di patate ne prendo ancora un po’), mentre per quella di piede o piedi l’accento (a piè pagina; saltare a piè pari)? Forse perché in questo secondo caso l’apostrofo non sembra “garantire” l’accentazione sulla e, data la presenza della i, o forse anche per influsso di più. Ma che qualcuno potesse (o possa) leggere pie’ come pìe (con omofonia con il plurale femminile dell’aggettivo pio) mi sembra estremamente improbabile, mentre a proposito di qui e qua si potrebbe obiettare che l’assenza di omografi non impedirebbe comunque di accentare i due avverbi, sia per rendere graficamente la loro tonicità, sia per analogia con e (ancora nel primo Ottocento, infatti, accentarli non era considerato errore).

Possiamo dunque ammettere che il sistema ortografico attuale non sia completamente coerente e possiamo senz’altro concordare sul fatto che l’attenzione nei confronti dell’ortografia da parte della scuola sia stata perfino eccessiva e abbia per molti decenni generato un diffuso senso di “paura di sbagliare” quando si scrive (tale disagio nelle scritture semicolte del passato, come le lettere di soldati e emigrati, viene spesso espresso esplicitamente, con le “scuse per gli errori” indirizzate ai destinatari). Non c’è dubbio, però, che proprio alla scuola, all’interiorizzazione di quello che Teresa Poggi Salani ha efficacemente indicato come “l’italiano delle maestre”, si debba l’attuale stabilizzazione dell’ortografia standard, che viene applicata anche nei più diffusi correttori automatici dei programmi di scrittura. Il mancato rispetto di queste regole dimostra quanto meno una scarsa familiarità dello scrivente con l’universo della lettura e dei libri: è infatti soprattutto così che si interiorizzano molte norme ortografiche.

L’ortografia italiana di oggi presenta relativamente pochi elementi di criticità, tra i quali rientrano certamente sia l’apostrofo dopo l’articolo indeterminativo un (riservato al femminile: un’ora, ma un attimo, come un minuto) sia, appunto, l’assenza dell’apostrofo nella sequenza qual è. Come scrive Raffaella Setti nella risposta della Consulenza citata all’inizio, qual è non è da apostrofare perché “si tratta di un'apocope vocalica, che si produce anche davanti a consonante (qual buon vento vi porta?) e non di un'elisione che invece si produce soltanto prima di una vocale (e l'apostrofo è il segno grafico che resta proprio nel caso dell'elisione)”. Questa è in effetti la motivazione per cui la norma impone di non mettere l’apostrofo, ed è la stessa per cui prescrive un attimo e non °un’attimo, riservando l’apostrofo soltanto all’articolo indeterminativo femminile (laddove, nel caso dell’articolo determinativo, abbiamo da un lato l’ora e l’attimo e dall’altro il minuto). Anzi, posso segnalare che in passato c’è anche stata la proposta di “omologare” i due casi, ammettendo l’apostrofo tra qual e è nel caso che segua un nome femminile, quindi distinguendo qual è il compito da qual’è la risposta?. Nutro forti dubbi sul fatto che questa soluzione potesse risolvere il problema. In ogni caso, senza entrare nel merito della motivazione tradizionale, che non è del tutto convincente, rilevo che la risposta di Setti si conclude in questo modo:

È vero che la grafia qual'è è diffusa e ricorrente anche nella stampa, ma per ora questo non è bastato a far cambiare la regola grafica che pertanto è consigliabile continuare a rispettare.

Si ammette dunque che la grafia con l’apostrofo è oggi in espansione, si ipotizza un possibile cambiamento della regola (“per ora”) e si ritiene “consigliabile” continuare a rispettarla. A distanza di oltre quindici anni, queste indicazioni mi sembrano tutte condivisibili.

Tra le varie reazioni alla riproposta del testo di Setti, va segnalata quella di Luca Passani, che collabora al periodico on line “La Voce di New York”, il quale ha scritto alla Consulenza (già prima del dibattito su Facebook, invero) dicendosi “assolutamente convinto che sia giunto il momento di riconoscere il ‘qual’è’ apostrofato come grafia corretta accanto al normativizzato ‘qual è’ da parte dell’Accademia della Crusca e dei vocabolari”. Alla base della sua convinzione c’è “la constatazione che, a parte alcune frasi fatte, sia ‘quale’ la parola impiegata oggi (e non l’antiquato ‘qual’) nelle funzioni di aggettivo e pronome, sia davanti a vocale che davanti a consonante (incluse le forme del verbo essere che inizino con ‘e’)”. Passani vorrebbe dunque “avere la possibilità di scrivere il ‘qual’è’ apostrofato (ovvero di utilizzare il ‘quale’ al posto del desueto ‘qual’ [...]), senza dover[s]i ogni volta difendere dal dileggio di coloro che assai raramente hanno una conoscenza della nostra lingua superiore alla [sua]”. Per questo chiede all’Accademia di “aggiornare il suo parere e ammettere il ‘qual’è’ apostrofato come grafia accettabile nell’italiano contemporaneo”.

Va detto che il signor Passani non è il solo a ritenere accettabile la grafia qual’è, e addirittura a preferirla al qual è prescritto tuttora dalle grammatiche: c’è anche qualche linguista, come il collega e amico Salvatore Claudio Sgroi, che ha difeso l’apostrofo con motivazioni analoghe. Osservazioni simili potrebbero valere, del resto, anche per l’apostrofo dopo l’articolo indeterminativo maschile (data la corrispondenza sopra richiamata tra un e il da un lato e uno e lo dall’altro) e in effetti la presenza dell’apostrofo dopo un in questo caso e (per converso) la sua assenza  prima di un nome femminile si trovano spesso, perfino più spesso del nostro qual'è.

Ma, come si è detto all’inizio, l’apostrofo è un elemento esclusivo della scrittura, il cui uso o non uso non investe gli aspetti più profondi e strutturali della lingua e sul piano dell’ortografia contano molto la tradizione e le convenzioni. Infatti, estremizzando la questione e riferendoci al piano dei rapporti tra fonetica e grafia, potremmo anche difendere le grafia quore e squola per cuore e scuola, oppure proporre di fare a meno della q (che non indica una consonante diversa rispetto alla c prima di u davanti a vocale) e di scrivere, sul modello di cuore e scuola, anche cuando, cuasi e così via, senza più guardare alle corrispondenti parole latine (cor, schola, quando, quasi), che hanno determinato la diversa scelta ortografica. Oppure si potrebbe ridiscutere l’uso dell’h, o ancora aggiungere la i diacritica dopo il gruppo gn prima di a, e, o, u  in modo da livellare l’uso a quello di gl, dove la i è obbligatoria. Ma a nessuno vengono in mente proposte del genere, anche perché, rispetto ad altre lingue il cui sistema grafico è molto lontano da quello fonetico (francese, inglese), in italiano i problemi ortografici sono pochi e le regole  “innaturali” da interiorizzare sono assai contenute. Ammetto tuttavia che nel caso di apostrofi e accenti la questione sia un po’ più complessa e che qualche regola in materia potrebbe essere rivista e modificata.  

D’altra parte, però, né l’Accademia della Crusca né alcuna altra istituzione pubblica italiana, al momento, può avere la forza (o la pretesa) di proporre una riforma ortografica che stabilisca regole diverse da quelle che, ormai da oltre centocinquant’anni, si imparano a scuola. Inoltre l’italiano contemporaneo, che da tempo non ha più in Firenze e nell’uso toscano il suo unico modello di riferimento, tende a ridurre non solo le apocopi (come è appunto qual, che resiste solo in frasi fatte come "qual buon vento ti mena?"), ma anche le elisioni (si leggono spesso forme come una iscrizione e non un’iscrizione, gli individui e non gl’individui, mi interessa e non m’interessa), anche perché nello scritto le singole parole vengono percepite come autonome. E dunque è possibile anche trovare la grafia quale è e anzi a questa può senz’altro attenersi, senza timore di incorrere in sanzioni, chi proprio non vuol accettare la regola di qual è senza apostrofo, che comunque può appoggiarsi al trattamento analogo che l’ortografia prescrive non solo per tale, ma anche per buono e malo, che si apocopano pure davanti a vocale (buon viso e buon anno e non °buon’anno; mal animo o malanimo e non °mal’animo).

Nella situazione attuale, in cui grazie alla diffusione degli smartphone si scrive molto più spesso che in passato e le oscillazioni sono abbastanza consistenti, ritengo comunque di poter continuare a consigliare (consigliare appunto, non imporre) ai nostri lettori di attenersi, almeno negli scritti più sorvegliati e formali, alla norma tradizionale; allo stesso modo con cui, probabilmente, un esperto di bon ton consiglierebbe a un uomo di presentarsi a un ricevimento serale in giacca e cravatta e non in maglietta e blu-jeans o in tuta. Naturalmente, almeno al di fuori dell’ambiente scolastico (dove la matita rossa e blu è ancora in uso), di fronte a un qual’è presente in un testo in rete nessuno si scandalizzerebbe, conoscendo le modalità e i tempi attuali di scrittura, il sostanziale abbandono della pratica della rilettura, ecc. Nel caso specifico, poi, è anche comprensibile che qualcuno, come Passani o Sgroi, decida deliberatamente di “violare la norma”, adottando l’apostrofo e  difendendo  la propria scelta. Se questa violazione avrà poi seguito e a poco a poco finirà col prevalere sull’uso tradizionale, la norma ne dovrà tenere conto e sarà inevitabilmente costretta a rivedere le proprie posizioni: è già avvenuto in passato (ma soprattutto ad altri livelli di analisi linguistica), può avvenire anche in futuro. Al momento, però, la grafia qual è sembra ancora maggioritaria. Non si può dunque, a mio parere, pretendere di imporre “dall’alto” l’abbandono dell’ortografia tradizionale. E del resto, vale davvero la pena di condurre una battaglia su un aspetto della lingua così marginale?

 

  • L'andamento delle occorrenze di qual è e qual'è nel corpus di Google Libri, dai testi del primo Ottocento fino a quelli contemporanei (cfr. commento di chiusura di Paolo D'Achille):

              

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Intervento conclusivo di Paolo D'Achille
Devo tirare le fila della discussione perché è ora di cambiare il tema del mese. Coloro che hanno postato commenti (e li ringrazio moltissimo) mi perdoneranno se non riaprirò la questione replicando alle obiezioni e alle riflessioni poste nei singoli interventi. Del resto, non avrei molto da aggiungere rispetto a quanto ho scritto nel testo iniziale. Posso solo ribadire, per chiarezza, alcuni dati, cercando anche di arricchire la documentazione.

Anzitutto, come ho detto, l’ortografia rappresenta una convenzione, che non sempre e non necessariamente si appoggia alle regole fonetiche: lo dimostra chiaramente la differenza di trattamento che hanno gli avverbi di luogo qui e qua, non accentati sebbene tonici, e e , che invece lo sono. Nel tempo l’ortografia può senz’altro cambiare (come del resto cambia la lingua), ma i cambiamenti non possono essere imposti dall’alto: è la progressiva estensione dell’innovazione che ne determina l’accoglimento, il che di solito avviene gradualmente e a volte persino tacitamente. Cercare motivi di ordine squisitamente linguistico per giustificare o rigettare un elemento puramente grafico come l’apostrofo (che – ricordiamolo – la stampa italiana cinquecentesca recuperò dal mondo classico greco) non ha, a mio parere, molto senso.

Inoltre, nella discussione relativa al qual è non si è tenuto nel debito conto, a mio parere, che le abitudini fonetiche variano considerevolmente nelle diverse aree geografiche: la i di scienza può sembrare superflua e inutile nella pronuncia tosco-romana che è alla base dello standard, ma a Napoli viene generalmente pronunciata; lì la grafia etimologica trova un corrispettivo nella fonetica, altrove no. In particolare per quello che riguarda i troncamenti (e le elisioni), poi, c’è una differenza nettissima tra gli usi centrosettentrionali e quelli centromeridionali: andiam via, vengon tutti sono sequenze d’uso normale in Toscana e al Nord, mentre suonano letterarie o antiquate a Roma e nel Sud. Aggiungo un’esperienza personale: da Roma in su vengo nominato come il professor D’Achille, più a sud (ma anche nel mio ateneo, da studenti meridionali) come il professore D’Achille.

Chi sostiene che oggi qual non si usa più troncato, è proprio sicuro di conoscere gli usi reali dell’intera nazione? A me, per esempio, risulta che non solo l’espressione in un certo qual modo (citata in qualche commento), ma anche ogni qual volta sia tuttora largamente diffusa (meno, certo, dell’equivalente tutte le volte che); si può scrivere anche ogni qualvolta, è vero, o persino ogniqualvolta (cfr. la risposta di Giovanni Nencioni sulla “Crusca per voi” del 1988), ma la grafia separata è diffusa e tutt’altro che scorretta (anche perché qualvolta isolatamente non si usa davvero più); invece ogni quale volta ha solo 383 attestazioni in Google (molte delle quali in testi non letterari sette-ottocenteschi). Anche tal dei tali ‘una persona qualunque’ è un’espressione tuttora viva. Inoltre quale troncato ha formato pronomi e aggettivi indefiniti come qualche (qual(e) + che), qualsiasi, qualcosa, qualunque, ecc. Il mantenimento della forma non apostrofata di qual prima di è può servire anche, a chi scrive e parla italiano, a cogliere il legame etimologico tra queste forme. Insomma, continuare a distinguere il caso di quale (che poteva e potrebbe tuttora essere troncato) da quello, per esempio, di povero (che, non potendo esserlo, richiede l’apostrofo nella sequenza pover’uomo) non sembra inutile.

Quanto al fatto che la sequenza apostrofata abbia anche attestazioni autorevoli, non c’è niente di strano, perché la varietà e la variazione sono caratteristiche costitutive della lingua. Ricorderei però che lo standard, l’italiano “normale” (per riprendere un’espressione usata da un grande storico della lingua italiana, Arrigo Castellani), si fonda anche sulla maggioranza dell’uso colto. A un singolo esempio di qual apostrofato prima di è in uno scrittore corrispondono centinaia di esempi di qual è, magari in quello stesso scrittore e comunque in moltissimi altri. Se guardiamo al corpus di narrativa contemporanea (i vincitori del Premio Strega e altri romanzi coevi) raccolto da Tullio De Mauro nel dvd del Primo Tesoro della Lingua Letteraria Italiana del Novecento (PTLLIN), possiamo vedere che qual è ricorre 112 volte in 47 opere diverse, dal 1949 al 2006 (l’ultimo anno considerato nel PTLLIN), mentre la sequenza apostrofata ricorre solo 8 volte in 7 opere diverse, edite tra il 1947 e il 1965. Come dice il proverbio, una rondine non fa primavera! A rafforzare l’uso della grafia qual ci sarà anche il fatto che questa sequenza nell’andata a capo si può segmentare in qual | è, laddove l’uso di evitare l’apostrofo in fin di riga (invalso anche grazie alla scuola) costringerebbe a segmentare la sequenza concorrente in qua- | l’è.

È vero che oggi gli esempi di qual apostrofato prima di è sono numerosi, e la rete ce lo dimostra, ma gli stessi dati di Google possono offrici anche una lettura diversa. Devo al Presidente Marazzini la segnalazione dei risultati di Google Ngram Viewer (al 19 gennaio 2017), che riporto nell’immagine qui sopra, in fondo al testo del Tema.

Se si fa riferimento ai testi scritti in italiano tra il 1800 e il 2000 che fanno parte del cospicuo corpus di Google books, si vede che qual è è stato sopravanzato dalla forma concorrente solo nel periodo 1890-1962 circa, ma poi (dopo la riforma della scuola media unificata) la forbice è nettamente tornata a divaricarsi a favore della grafia qual è, che giustamente, quindi (sommiamo questo dato a quello del PTLLIN), si considera standard.

E che la situazione sia tuttora questa lo dimostrano le reazioni negative del pubblico che si scatenano puntualmente ogni volta che sulla stampa o nella rete compare una grafia con l’apostrofo: è capitato recentemente (devo la segnalazione sia a Luca Passani sia all’amico Salvatore Claudio Sgroi) all’attrice Anna Foglietta, che si è poi scusata dell’“errore”, e al giornalista Enrico Mentana, il quale ha replicato di aver seguito la regola, da lui appresa al liceo, che prescrive l’apostrofo se qual si riferisce a un nome femminile. A questa “regola scolastica”, dettata probabilmente dall’esigenza di uniformare quale agli usi dell’articolo indeterminativo, avevo fatto riferimento anch’io nel mio testo; ne ho poi trovato traccia, grazie a Google books, sulla rivista “Il Leonardo” del 1936, dunque proprio negli anni di maggiore presenza dell’apostrofo nei testi scritti.

Interessanti, per stabilire l’attuale validità della norma tradizionale, sono anche alcuni casi televisivi. Ricordo di aver visto l’apostrofo tra qual ed è nelle prime puntate del Quiz show condotto da Amadeus su Raiuno dal 2000 al 2002 (un gioco in cui le domande rivolte dal conduttore ai concorrenti potevano essere lette anche dagli spettatori), ma ben presto quell’apostrofo sparì (e, devo dire, non era mai comparso nel quiz concorrente, condotto da Gerry Scotti su Canale 5). In un altro quiz che va tuttora in onda d’estate su Raiuno, Reazione a catena (condotto nelle ultime edizioni dallo stesso Amadeus), nel gioco finale, denominato L’intesa vincente, i due concorrenti devono far indovinare una parola al terzo compagno di squadra formulando una domanda nella quale ognuno può dire una sola parola (non, ovviamente, quella da indovinare); le parole separate dall’apostrofo vengono qui conteggiate (come nel programma word) come se fossero una sola. Ebbene, se il primo concorrente dice cos’è il secondo può proseguire nel formulare la domanda; se invece dice qual è il gioco si ferma e alla squadra viene assegnato un punto di penalità. In effetti, “imparata la lezione”, non c’è quasi nessuno che sbagli.

Insomma, la situazione sociolinguistica attuale è tale che, da responsabile del Servizio di Consulenza dell’Accademia (qual sono), non posso non ripetere che, al momento, la norma in base alla quale la Crusca consiglia (ribadisco: consiglia, non prescrive) di non usare l’apostrofo tra qual ed è risulta ben salda nella coscienza degli italiani. Dunque è tuttora valida l’indicazione data da Raffaella Setti su questo sito nel 2002 e, prima di lei, da Giovanni Nencioni. Questi, nella risposta n. 10 apparsa su “La Crusca per voi”, 2, 1990, dice testualmente: “È corretto scrivere qual è senza apostrofo, perché qual può essere usato anche davanti a parola iniziante per consonante [ed] è dunque considerato, nella tradizione grammaticale, una parola tronca (o, per dirla alla greca, apocopata), non una parola che ha subito l’elisione della vocale finale, giacché l’elisione è ammessa soltanto davanti a parola iniziante per vocale”.

Certo, come ho già ammesso nel mio intervento, le presenze dell’apostrofo tra qual ed è sono oggi tutt’altro che infrequenti e personalmente non mi sognerei mai di dare dell’ignorante allo scrivente, ben conoscendo (anche per esperienza personale) la fretta con cui un po’ tutti scriviamo (quasi sempre senza rileggere!), dalla tastiera del computer (dove peraltro può intervenire il correttore automatico) e, forse ancor più spesso, dal cellulare.

Se la scelta dell’apostrofo è deliberata (come nel caso di Passani e di Sgroi), nulla da dire: può anche darsi che, sulla loro scia, altri li seguano e col tempo la norma cambi. Per fare un esempio che può presentare qualche analogia col caso in questione, la battaglia condotta da Luca Serianni in difesa del mantenimento dell’accento su anche prima di stesso o medesimo sta dando i suoi frutti. Va detto però che in questo caso nessuna grammatica ha mai censurato l’uso dell’accento e le due grafie erano considerate entrambe fruibili (come lo sono tuttora); vero è che l’indicazione circa l’ammissibilità di non usarlo in questi contesti ha fatto sì che qualche insegnante “più realista del re” considerasse se stesso o se medesimo le uniche forme corrette e sé stesso o sé medesimo addirittura come errori.

A chi proprio non vuole accettare la grafia dello standard suggerirei di scrivere quale è. Come ho già detto nel mio testo, nell’italiano di oggi tanto i troncamenti quanto le elisioni sono obbligatori solo in pochi casi e comunque, nello scritto, sono molto meno frequenti che in passato; pertanto la sequenza quale è può senz’altro essere considerata accettabile. Invece, chi mette l’apostrofo tra qual ed è, sia che lo faccia sbadatamente, sia che lo faccia deliberatamente, deve sapere che sta compiendo una piccola trasgressione. Poco male: la trasgressione, e non solo in fatto di lingua, viene spesso valutata positivamente (fin troppo, direi; c’è però chi può permettersela e chi no...). Ma chi intende seguire l’indicazione di Lord Brummel, secondo cui l’eleganza sta nel non farsi notare, cerchi di scrivere qual è. Se poi talvolta l’apostrofo “gli scappa”, non sarà certo un dramma. E se allora qualcuno gli fa rilevare l’“errore”, come si dice oggi, “ci sta”.

Paolo D’Achille

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La redazione del sito dell'Accademia

Buongiorno a tutti.
In italiano gli articoli indeterminativi sono un, uno e una e questo è il motivo per cui un'uomo non si apostrofa (perché esiste un) e un'amica si.
In italiano esiste qual e quale ecco perché qual non va mai apostrofato, perché esiste.
Questa è la regoletta sic et simpliciter insegnata alle elementari.
Facciamocene una ragione e non complichiamo una lingua che già è complessa di per sé.
E non perché la usa Saviano o Pirandello (?) deve essere modificata la regola.
Nella Storia, di Elsa Morante, l'autrice parla di una fanciulla e la chiama "essa" allora vogliamo inventarci una nuova regola sui pronomi personali?
Sarà più opportuno che i cultori della materia si esprimano sul fatto che possa trattarsi di un refuso, di una licenza poetica, di una bella novità, piuttosto che cambiare le regole.
Grazie
Marco Iudica

Scusi, ovviamente gli esempi a sostegno della non paragonabilità di "un"/"buon" e "qual" dovrei porglieli anche davanti a consonante (eccetto i vari s+consonante x etc), presto fatto:
un salto OK
uno salto X
buon salto OK
buono salto X
Per "quale" in funzione di pronome interrogativo bastano i due esempi del commento precedente invece ma ne aggiungo di nuovi:
qual manderai? X
quale manderai? OK
Notate ancora una volta la similarità d'uso e di distribuzione contestuale delle varie forme rispetto ai femminili e la dissimilarità totale rispetto ai maschili pienamente tronchi e non elisi di "un" e "buon".

Perché le torna che se un bambino le chiedesse 《perché non scriviamo "un amica" o "buon osservatrice"?》lei può senza remore spiegare che qui si tratta di elisione di unA e buonA perché le forme tronche non si usano mai davanti a parole femminili che inizino per consonante ("un sarta" non esiste, e in ogni caso "un" è maschile) ma improvvisamente non le torna l'argomento del Passani che sta, di fatto, applicando la stessa regola facendo notare che si tratta di elisione di qualE in "quale è"?
Rifletta ancora su 
"buon uomo" OK
"buono uomo" X
"un uomo" OK
"uno uomo" X

"buon sala" X
"buona sala" OK
"un sala" X
"una sala" OK
"qual sarebbe" X
"quale sarebbe" OK
Dopotutto, per essere tutti casi di troncamento uno, buono e quale, come dice lei, a pelle li percepiamo molto diversamente non trova?
"Quale" sembra comportarsi molto più come una e buona, non trova?
Gli esempi del Passani e i miei dovrebbero spiegarle chiaramente perché in "quale è" stiamo usando "quale" (parola che usiamo con funzione di pronome interrogativo per tutte le forme del verbo essere in consonante oltre che come aggettivo) e non "qual" che usiamo di rado e solo in forme cristallizzate davanti a consonante e comunque mai con funzione di pronome interrogativo?
C'è una bella differenza semantica oltre che di ruolo morfosintattico tra il "quale" di "quale è" e il "qual" aggettivo di "qual buon vento". Uno pronome l'altro aggettivo. Non basta dunque l'esistenza di "qual" per farne uso tronco ovunque esattamente come non basta l'esistenza di "un" e "buon" per farne uso tronco anche al femminile. Perché dovrebbe essere diversamente? Alla luce di quanto dimostrato è evidente che la parola usata nello specifico contesto di "quale è" sia sempre "quale" e non "qual", che esisterà pure nelle frasi fatte ma è e resta un'altra parola diversa nell'uso, e nel ruolo morfosintattico e semantico.
Ha mai notato di usare la forma estesa "quale" persino con lo stesso contesto lessicale delle forme cristallizzate?
Forme cristallizzate:
"Qual buon vento"
"Certo qual modo"
Stesso contesto lessicale, in uso produttivo:
"Quale vento soffia da Est"
"In quale modo risolviamo il problema"
Per me è evidente che le forme cristallizzate di "qual" siano solo dei resti e non usi attivi di parole pienamente vitali e produttive dell'Italiano contemporaneo.
Tra l'altro se scandisse "qual è" le vorrebbe probabilmente da estendere "quale è".
Aggiungo in chiusura, che in casi del tutto analoghi la doppia forma è felicemente accettata da tempo anche da dizionari di grosso calibro quali Treccani, ad esempio la invito a notare la doppia possibilità al maschile singolare dell'elisione e del troncamento di "bello": bel e bell', bel salto e bell'uomo, nell'albero.
Spero di averle fornito spunti di riflessione per lei di un qualche interesse.

Mi scusi sig. Petrolito,
non credo che una regola possa poggiare sulla soggettività dell'individuo e su come questi "percepisce a pelle".
Tante sono le "pelli", uniche e irripetibili, quanti quelli che le portano addosso.... se poi pensa ai tatuaggi.
E' proprio in difesa di una Babele come questa che è necessaria la regola.

Il discorso della lingua d'élite o del popolo, somiglia molto alla diatriba estetica. L'arte come mittelpunkt (giusto mezzo) tra tecnè (tecnica, conoscenza) e fusis (quanto di naturale è nell'artista).

Molti artisti conoscono poco la tecnica strumentale e molti maestri non saprebbero comporre brani di rilievo.

E' il mittelpunkt hegeliano di oraziana memoria.

I fondamentali della lingua come della tecnica che si usa non sono e non possono essere negoziabili.

Grazie per l'attenzione e buonavita a tutti.

Marco Iudica

Io ho menzionato anche ruoli morfosintattici e semantici. Il discorso non era solo "a pelle", di certo in quanto parlanti dobbiamo interrogarci anche sull'uso, perché la nostra lingua è viva (ancora), per questo ho usato esempi di distribuzione contestuale.
Non credo di essere stato troppo soggettivo.
Cercavo però di farla riflettere su contesti d'uso oramai universali.
Lei potrà anche contestare di fare un uso di "qual" ma tali usi sarebbero aggettivi e non pronomi interrogativi, no?
Ci ha già riflettuto sopra e ha deciso che l'argomento non esista?
Ci provo a trovarli dei contesti ma non li trovo proprio, credo proprio che "qual" non sia mai usato come pronome interrogativo con l'eccezione di "qual è" che però non possiamo prendere in considerazione essendo proprio l'oggetto in analisi. Altrimenti si cade in fallacia argomentativa. Ho spiegato con chiarezza perché è sempre "quale" la parola che usiamo con tale funzione.
Ha fatto bene a citare le magnifiche similitudini di Dante, ma noti che proprio guardando quelle si accorgerà che l'uso resiste solo in questa funzione di aggettivo.
Esattamente come "un" è usato solo al maschile, "qual" è usato solo come aggettivo.
Ma se lei sintetizza in questo modo i miei commenti deduco sia inutile produrre qualunque tipo di argomenti.
Speravo di averle fornito utili spunti di riflessione, evidentemente ho perso tempo e basta.
Può leggere qualche commento più giù che io scrivo tuttora la forma "qual è" anche se dopo la riflessione inizio a preferire "quale è" per esteso perché mi sono reso conto di essere forzato artificialmente a usare una parola per un'altra. Il pronome interrogativo che uso in quel contesto è "quale".
Non sono un barbaro all'attacco della lingua e delle tradizioni, semplicemente non mi piace banalizzare un tema così complesso e affascinante.
Inoltre riconosco nel mio approccio alla materia un approccio più descrittivista che prescrittivista.
È nata prima la lingua o la sua grammatica scritta?
Quando la prima grammatica scritta di una lingua è stata definita è partita dal generalizzare gli usi linguistici esistenti in quel momento per quella lingua o è stata definita a priori?
Ovvio che allora si sia partiti dalla lingua in uso.
È vero che la nostra lingua ha avuto una storia particolare però, nata dalla letteratura ma anche in questo che si è definita la grammatica generalizzando dagli usi linguistici letterari.
Non ha senso perdere di vista la lingua in uso, nessuno si scandalizza più per l'uso di "lui", "lei", "loro" con funzione di soggetto al posto di "egli", "ella", "essi". Nessuno vieta di usarli però, ovviamente, e nessuno spero si sognerà mai di farlo. Io non sono qui per bandire "qual", sarei un pazzo, mi piace solo ragionare su questi temi che per me sono molto affascinanti.
Le assicuro che fermarsi all'ipse dixit della regola ortografica è più facile e che se sto qui a scriverne è perché nutro un'entusiasta curiosità su questi temi.
Mi pare dunque che semplicemente si possano avere opinioni e approcci diversi, di certo attaccare la curiosità di alcuni che conoscono bene tutte le regole (è il mio campo di lavoro e studi) e coscientemente si permettono di metterle in discussione, non sia affatto il modo di difendere la nostra bella lingua.
Dovrebbero preoccuparla le orde di parlanti, resi scriventi dai social, che scrivono "qual'è" perché non hanno mai aperto un libro in vita loro.
Mi piace molto il paragone che ha fatto.
In questi giorni ho visto che molti hanno iniziato a commentare aggressivamente i post dell'Accademia della Crusca, credo che il problema sia che tutti parliamo e tutti ci sentiamo esperti di lingua Italiana perché la usiamo.
Cordiali saluti, mi scuso se il mio tono nei commenti precedenti o in questo le fosse sembrato aggressivo, non era mia intenzione, ho percepito da parte sua una risposta stizzita e mi dispiace dunque se il mio pacifico contributo fosse stato percepito come qualcosa che non voleva assolutamente essere.

Attenzione signor Petrolio lei stesso sostiene:

"Mi pare dunque che semplicemente si possano avere opinioni e approcci diversi, di certo attaccare la curiosità di alcuni che conoscono bene tutte le regole (è il mio campo di lavoro e studi) e coscientemente si permettono di metterle in discussione, non sia affatto il modo di difendere la nostra bella lingua".

Conditio sine qua non è "che conoscano bene tutte le regole e coscientemente si permettono di metterle in discussione".

Non che siccome non le conoscono allora difendono la loro ignoranza e magari la chiamano "italiano contemporaneo".

Dai sutores dovremmo tutelarci ed essere tutelati.
O crede anche lei che "gli" possa significare "a loro" o "a lei"?

Gentile sig. Petrolito, ho apprezzato molto i suoi interventi anche se li ritengo piuttosto complessi e personali ma colgo la buona fede e l'entusiasmo che ha nell'esprimerli tipico di chi conosce l'argomento che tratta. E' evidente che si può non essere in accordo ciò non toglie che se si discute di cose che si conoscono ogni opinione è meritevole di attenzione e di rispetto.
Il fatto che ho trovato un po' tortuoso e complicato il suo modo di affrontare il problema non vuol dire che non lo abbia apprezzato e che non abbia colto con molto entusiasmo gli stimoli interessanti che ha proposto. Mi spiace che abbia colto dell'acredine nelle mie risposte. Argomentare di cose così affascinanti può creare qualche problema di comprensione e di espressione.
Il ruolo di uno spazio di confronto è proprio questo ed è così intrigante il luogo del confrontarsi che attira chiunque si ritenga degno.
Purtroppo sono stato abituato sempre ad ascoltare chi ne sapeva più di me con rispetto e attenzione. Nel rispetto c'è l'idea del "timeo" dell'aver paura.
Oggi nessuna ha più paura, "di niente e di nessuno" e tutti si sentono di aver diritto di dire la propria a tutti i costi in maniera provocatoria, pieni di sé e di sicumera.
L'umiltà che spinge ad ascoltare viene sopraffatta dalla necessità impellente di dimostrare l'indimostrabile.
L'Ipse dixit detto così è assurdo ed elitario, ma quando esisteva il Maestro (e chi di noi ha avuto la fortuna di incontrarlo sa quanto era importante ascoltarlo e quanto aveva da insegnare) mai ci si sarebbe sognati di mettere in discussione qualsiasi sua asserzione.
Questo significa però che non ci sono più Maestri, non che sia errata tout court l'idea dell'ipse dixit. Perché l'ipse dixit era tetico e non doveva essere sottolineato, era assolutamente scelto e condiviso dai discenti.
E' un po' come il rapporto medico paziente che un tempo era fondato sulla fiducia e oggi è difeso dal tribunale dei malati. Ed è giusto così solo perché molti medici non sono degni di fiducia.
Vede quel "qual è" quante questioni elicita e dove ci porta?
E non vede quanti sutores sono pronti ad andare ultra crepidam?
E badi bene neanche la Accademia della Crusca può difendersi senza passare per prescrittiva (come se prescrittiva fosse una bestemmia).
Certo oggi se poco poco qualcuno prescrive una regola è immediatamente un tiranno, dittatore, totalitario.
Le regole non ci possono stare perché sottolineano l'ignoranza di chi non le conosce e quindi si deve sdoganare. Però penso che sdoganare comporti la medesima responsabilità del prescrivere, forse di più.
Anche perché la cultura, chi ce l'ha, la porta dentro di sé e può scrivere qual è come vuole. Ma sicuramente non vorrà convincere nessuno.
Sicuramente sono stizzito perché conosco certi tipi di sutores e mi disturbano oltremodo, ma sono altrettanto dispiaciuto che lei abbia potuto riferire a sé il mio turbamento.
Posso solo garantirle che cercherò in ogni modo di non accettare alcuna provocazione a costo di sparire dal sito.

Buona Vita.

Capisco il suo punto di vista.
E sono molto d'accordo sull'Ipse Dixit (basta pensare al terrapiattismo per avere idea di dove la democrazia applicata a determinati ambiti possa portare).
Il problema con la lingua è che tutti la usiamo quindi ci riteniamo esperti in quanto parlanti.
L'uso di "gli" è una constatazione, io personalmente preferisco "loro", come lei mi pare di capire.
Preferisco "quale" per esteso a "qual" invece se la funzione è pronominale.
Ho spiegato già, mi scuso se tortuosamente, per quali ragioni.
Più organicamente, volendo sintetizzare al massimo la mia analisi sul "qual è", Io inquadrerei in questo modo:
- "Quale" individuato come unico pronome e aggettivo interrogativo (che discrimina e individua) al singolare.
- "Qual" individuato come aggettivo esclamativo (quello estatico delle similitudini) avverbio e congiunzione coesistente a quale.

Chiaramente questa mia analisi esclude l'ipotesi di usare "qual" come pronome, dunque uso la forma estesa in "quale è".
Diciamo che nel caso specifico mi ritengo in una posizione più intermedia tra il medico e il paziente, più simile a quella di un medico con specializzazione diversa da quella richiesta per la specifica patologia.
Sono un linguista computazionale e conosco molto bene la materia ma non scrivo grammatiche e dizionari, almeno non del genere usato dalle persone, più per le macchine ma insegno loro a capire noi, quindi mi occupo sempre della nostra lingua.

Ho molto apprezzato il suo ultimo commento.
Lungi dal "voler convincerla" volevo condividerle le mie osservazioni.
La mia risposta non voleva essere una provocazione.
Deduco che anche la sua non lo fosse.

Buona vita.

Buongiorno, il fatto che non si usi "qual" non vuol dire che "qual" non esista.
Magari si usasse di più, pensate a quanta creatività in quel "qual rugiada o qual pianto"
E quante volte Dante introduce la similitudine con quel meraviglioso "qual....".
Chi usa più le similitudini?
Oggi il vocabolario digitale dei telefonini ti finisce la frase, basta che tu scriva una o due lettere. E tutti noi, vittime di questa accidia letteraria, inquietante e spaventosa ci arrabbattiamo per far si che la regola scompaia, che chi conosce qualcosa di più si adegui alla legge dei più che conoscono di meno. Tutti dicono ha piovuto perché impuntarsi su quell'è piovuto che fa sorridere gli ignoranti e gli stolti? Perché l'italiano è la lingua più bella del mondo e se dobbiamo rispettare chi non la conosce, dobbiamo ancor di più rispetto a chi la conosce e ha diritto di difenderla e di vederla difesa.
Cesari o Cesarotti? In medio stat virtus, sunt deniqlue fines ultra quos citraque nequit consistere rectum. E dunque rispettiamoli quei limiti e quei confini, messi da secoli di cultura e tradizione. Che non sia sufficiente spostarli o annientarli con un colpo di spugna passato dal più forte o dal più arrogante o dal più ignorante.
E se l'Accademia della Crusca emendasse gli errori con un semplice comunicato non sarebbe più l'Accademia della Crusca.

Buona giornata a tutti

Sicuramente chi ha scritto questo intervento sa il fatto suo, ma commette alcuni errori significativi.

Lasciando da parte la pretesa di ridurre l'Accademia a "fornitrice" di strumenti con cui il Sig. Iudica può fare sfoggio della sua perizia ortografica e grammaticale, ecco le cose che non tornano:

  • Iudica vorrebbe che l'Accademia assumesse un ruolo prescrittivo rispetto alla nostra lingua. Ma la Crusca stessa nega questo suo ruolo e ribadisce ad ogni occasione di essere soltanto prescrittiva! (E lo fa per ottimi motivi, mi sento di aggiungere)
  • Non è corretto, come sostiene Iudica, dire che la cultura e la tradizione abbiano posto dei paletti nel caso "qual(')è. Come ha dimostrato il Prof. Sgroi nei suoi interventi, di utilizzi di "qual'è" apostrofato è strapiena la letteratura italiana contemporanea.

Insomma, ci sono gli esempi letterari, c'è la necessità avvertita da molti di riconciliare la grafia con la fonologia naturale percepita, ci sono autori che rivendicano la possibilità di usare la grafia apostrofata, ci sono innumerevoli esempi nella lingua vita. Cos'altro potrà mai servire alla Crusca per ammettere che nel 2018 "qual'è" sia una forma accettabile?

Luca Passani

Buongiorno.

Leggo e rileggo quanto scritto dal sig. Passani, ma più leggo e meno capisco.

"Lasciando da parte la pretesa di ridurre l'Accademia a "fornitrice" di strumenti con cui il Sig. Iudica può fare sfoggio della sua perizia ortografica e grammaticale"

Cosa intende dire lo può spiegare? Magari usando parole sue? La disturba la perizia ortografica e grammaticale?

"Iudica vorrebbe che l'Accademia assumesse un ruolo prescrittivo rispetto alla nostra lingua. Ma la Crusca stessa nega questo suo ruolo e ribadisce ad ogni occasione di essere soltanto prescrittiva! (E lo fa per ottimi motivi, mi sento di aggiungere)"

Lo può spiegare meglio? Detta così è assolutamente incomprensibile...

Cordialmente la ringrazio.

Marco Iudica

Mi scusi, sig. Iudica, ha ragione lei. Ho scritto "prescrittiva" dove avrei voluto invece scrivere "descrittiva". Mi scuso per il refuso. Il senso della mia frase voleva essere:

"la Crusca stessa nega questo suo ruolo e ribadisce ad ogni occasione di essere soltanto descrittiva! (E lo fa per ottimi motivi, mi sento di aggiungere)"

La cosa è stata ribadita in molte discussioni con membri dell'Accademia e, ultimamente, anche in questo tweet (status/1032389666203348993 )

"Sfatiamo il "mito" che queste indicazioni siano decise dalla Crusca, che semplicemente studia i "testi sacri" della grammatica italiana (in linea con ad es. @Treccani e @Zanichelli_ed). AdC consiglia, indica, spiega. Descriviamo, molto più che prescrivere. "

A parte quello, ribadisco quello che ho scritto in precedenza. Mi sembra che lei desideri ardentemente che la Crusca assuma un ruolo prescrittivista, dettando regole esatte in modo da permettere a quelli che hanno studiato per bene tutte le regolette (e le applicano senza mai distrarsi) di vantarsi col mondo di quanto sono bravi loro (e se poi non scrivono molto, o scrivono cose che nessuno leggerà, poco gli importa).

Del resto, cos'altro poteva intendere Lei con la frase?

"Perché l'italiano è la lingua più bella del mondo e se dobbiamo rispettare chi non la conosce, dobbiamo ancor di più rispetto a chi la conosce e ha diritto di difenderla e di vederla difesa."

La lingua è di chi la parla e la scrive (e anche di chi si lascia scappare qualche erroruccio, aggiungo io!). Il tentantivo di fossilizzarne le regole sa tanto di professorino di scuola media che vorrebbe continuare a campare di rendita con le cose imparate in gioventù senza doversi confrontare con i cambiamenti del mondo in cui viviamo.

Come ci insegna la lingua inglese (da cui a mio modesto parere avremmo molto da imparare), una lingua è tanto più utile quanto più diventa strumento efficace per articolare concetti e pensieri, e comunicarli agli altri. Penso che l'italico "feticismo della regoletta" distragga chi vuole scrivere in italiano rispetto a quegli obiettivi (solo in italiano vedo il fenomeno di professori e studiosi che, scrivendo qualcosa online, si giustificano preventivamente in caso di errori che potrebbero essergli sfuggiti!)

Ah mi era sfuggito anche questo:

"solo in italiano vedo il fenomeno di professori e studiosi che, scrivendo qualcosa online, si giustificano preventivamente in caso di errori che potrebbero essergli sfuggiti!"

Quel "gli" le è proprio ostico... .

Humanum fuit errare, diabolicum est per animositatem in errore manere.

Prenda una qualsiasi grammatica della Lingua italiana e anziché disquisire su qual è, apocopi, troncamenti ed elisioni, si guardi l'uso dei pronomi personali.
Quando dimostrerà di aver capito la differenza tra "gli" e "loro", "lei" e "lui", allora affronti l'uso del congiuntivo.

Lasci che delle regole si occupino coloro che hanno già risolto questi problemi.

Cioè non permetta che chi ancora non ha chiari i fondamentali della grammatica italiana, si metta a dettare le regole e a criticare chi le sa applicare (perché ha perso tempo a studiarle e a capirle).

Marco Iudica

Vede Passano,

"e se poi non scrivono molto, o scrivono cose che nessuno leggerà, poco gli importa".

in quel "poco gli importa" c'e' la risposta ai quesiti.

Certo la lingua deve tener conto del linguaggio parlato, ma il linguaggio parlato non deve essere rifugio d'ignoranza... .

Allora la battaglia contro la lingua dotta diventa: "siccome io non la conosco proprio bene, allora meglio che funzioni come la parlo"

Beh contro questo meccanismo bisogna difendersi... .
Non è questione di "lingua dotta", ma di "lingua non ignorante (che ignora)".

Comunque mi permetta di farle i complimenti, da inglese parla un italiano forbito ed elegante.

Marco Iudica

PS: quel "gli" si può perdonare ad uno straniero.

D'altra parte un noto cantautore albanese scrive: "alla mia macchina io gli voglio bene e alla mia squadra io gli voglio bene, alla mia casa io gli voglio bene....."
In effetti la "stragrande maggioranza" usa "gli" come unico pronome conosciuto.

Ehi lo scrive uno dei più grandi cantautori del momento.
Lo scrive anche Passani"

Non vogliamo cambiare la regola?
Perché non proponiamo qualcosa tipo: "Signora Accademia della Crusca, perché, visto che lo usano tutti non sdogana l'uso di quel "gli" che vada bene per tutti i complementi evitandoci di pensare "a lui, "a lei", "le", "gli".... troppo complicato, pensate che potenza espressiva in quel "gli", quasi come "a me mi" che qualche altro buontempone vorrebbe sdoganare, visto che lo usa Jovanotti e i milioni di suoi sostenitori.

Passani, Totò "gli" risponderebbe: -Ma mi facci il piacere!-

Faccio notare che senza regole, questi meravigliosi svarioni non farebbero più ridere nessuno... (doppia negazione voluta non inventatevi altre diatribe).

Sarebbe tuttavia una massificazione frustrante.
Dura lex, sed lex.

Bisogna solo studiare e leggere di più.
Non si è migliori degli altri.

Un'ultima considerazione che meriterebbe un altro tema è chiarire bene a tutti che Nessuna Accademia e nessun potere può obbligare con regole a parlare o scrivere correttamente (le carceri sarebbero piene) e che ciascuno può scrivere "qual è" come gli pare e piace.
Anzi adesso lo voglio scrivere così: kwal'e' (sui messaggini già c'è chi lo scrive così) ma non è male neanche "qualè".
Alla peggio qualche "professorino" ci farà una risatina sopra (con buona pace dei tanti Passani del mondo che non vorrebbero neanche questo).
E' il prezzo che si deve pagare per la propria ignoranza (almeno questo lasciatelo a noi poveri saputelli).
Sdoganare e sdoganare ma che vuol dire? Avere l'alibi che "lo ha ammesso anche la Crusca" ?
Ma scrivetelo ciascuno come vuole. La regola c'è e chi la conosce sia almeno autorizzato a seguirla senza oltretutto doversi giustificare o sentirsi dire saputello e professorino.

"L'accademia della Crusca si arrende: scrivete qual è con l'apostrofo e andatevene a ... . "
Anzi dite pure di "uscire le tette", "di sedere il pupo" e di "scendere il cane" (davvero l'Accademia della Crusca lo stava "sdoganando").

Marco Iudica

Sono contento per questo suo messaggio, sig. Iudica. Con esso lei si è finalmente rivelato per quello che è: un abile provocatore online (quello che alcuni chiamano "troll", un neologismo inglese a sua volta mutuato dalle leggende scandinave e che indica un mostricciattolo cattivo e dispettoso).
Del resto lei non potrebbe essere altro che un troll: davvero nel 2019 lei pensa di poter propinare lezioni con una qualche autorità su come si scriva in italiano usando riferimenti di settant'anni fa?

Nel caso lei non sia un provocatore e sia serio nel suo indicare "gli" come errato quando usato col senso di "a loro" (o anche "a lei" per quanto mi riguarda), le devo dare una notizia, ma, mi raccomando, si assicuri di essere seduto prima di leggere le prossime righe.

Ebbene, già da venti e passa anni l'Accademia della Crusca ha riconosciuto l'esistenza dell'italiano vero, quello usato non solo nel parlato, ma anche nei libri e nei giornali! Ebbene, non solo è stato sdognato "gli" come "a loro" (e "a lei/essa"), ma ci si è accorti che tale uso ha attestazioni antichissime: i grammatici hanno provato a metterci lo zampino nella nostra lingua, ma, evidentemente, gli è andata male.

Vorrei metterle il link, ma purtroppo questo non sembra essere consentito nei commenti a questo articolo.

PS: vorrei anche raccontarle delle dislocazioni nell'italiano contemporaneo (le uso nei miei articoli con grande efficacia), ma sa qual'è il problema? Per il suo bene non voglio causarle troppe emozioni tutte in una volta sola.

Saluti

In realtà il mio nome è Passani. non Passano. Ma concedo il beneficio del dubbio che si tratti di un refuso e non di una storpiatura voluta.

Venendo alla discussione, il suo riferimento a "gli", che lei vede relegato alla funzione unica di "a lui", rivela chi sia lei realmente: un inguaribile romantico difensore di un italiano che non esiste più o quasi. Si tenga forte: "gli" significa anche "a loro" e "a lei" nell'italiano contemporaneo (in realtà anche in quello del passato, ma non facciamo deragliare la discussione).

Il linguaggio non deve essere rifugio di ignoranza, dice lei. Sono d'accordo ovviamente. Ma non deve essere neanche il rifugio dei frustrati per cui il rispetto delle regolette ortografiche sono il completamento di non si sa bene quale traguardo culturale.

Comunque, visto che tira fuori l'ignoranza (e voglio sperare che anche questo non sia un tentativo per suggerire che io sarei ignorante solo perché non intendo piegarmi a usare una parola ottocentesca nei miei scritti), sarebbe cosÌ gentile da farmi vedere le opere letterarie con cui lei ha contribuito alla nostra amata lingua?

Il mio italiano le sembra inglese? Si tenga forte, ho fatto cinque anni di latino e riuscirei a scrivere in "italianorum" senza particolare impegno. Non lo faccio perché ritengo che la lingua serva a comunicare in modo efficace e non a fare sfoggio del fatto che ero bravino di latino trent'anni fa.
Ebbene, continui a tenersi forte, gli anglofoni si sono fatti domande e si sono dati risposte molto convincenti su come scrivere in modo efficace per farsi capire.

Luca Passani

Passano (storpiatura voluta) ascolta:

non ho alcuna intenzione di imparare l'"uttalianu" contemporaneo e mi spiace di aver solo ora capito il tempo perso a leggerti e a risponderti.

"Frustrati... non si sa bene quale traguardo culturale", ma quale traguardo culturale ma di che parli, ma che vuoi dire?

"il suo riferimento a "gli", che lei vede relegato alla funzione unica di "a lui", rivela chi sia lei realmente: un inguaribile romantico difensore di un italiano che non esiste più o quasi. Si tenga forte: "gli" significa anche "a loro" e "a lei" nell'italiano contemporaneo (in realtà anche in quello del passato, ma non facciamo deragliare la discussione).

Ecco "non facciamo deragliare la discussione"
Scusa ma l'italiano che dico io non esiste più o quasi?

Passano, fai sdoganare dalla Crusca l'uttaliano contemporaneu.

"Opere letterarie con cui lei ha contribuito alla nostra amata lingua?"

Pure ipomaniacale, sei un compendio di psicopatologia contemporanea.

Io non scrivo opere letterarie, facci vedere le tue... saranno molto divertenti.

"Dopo 5 anni di latino scrivi l'italianorum? senza particolare impegno?"

In effetti la colpa non è tua, è mia che non ti ho inquadrato subito e che ancora ti rispondo.

Reggiti forte, per quanto mi riguarda non perderò altro tempo con te.

Grazie a tutti e scusate ma certe cose "nun se ponno sentì".

Sutor ne ultra crepidam.

Gli inglesi hanno inventato l'ultracrepidarian, direi una parola che ti si attaglia alla perfezione. Però non te la spiego così sarai costretto a studiare almeno un po' per capirne il senso più profondo.

Ad Majora

Marco Iudica

Ecco, siamo arrivati alla storpiatura del nome voluta per offendere colui di cui non si condividono le idee. Che incredibile caduta di stile!
Lo sciocco sono io che perdo tempo con lei.


> Io non scrivo opere letterarie, facci vedere le tue...
> saranno molto divertenti.

Sono columnist sulla Voce di New York. Ho scritto articoli su vari argomenti, incluso alcuni sul rapporto tra la lingua italiana e quella inglese. Non mi è consentito postare link, ma con Google li troverà subito.

Non mi considero un grande scrittore, ma alcuni articoli hanno avuto ottimo riscontro. Ad ogni modo, qualcosa io scrivo. Lei no. Prudenza e pudicizia vorrebbero che lei fosse un po' meno assertivo nelle sue uscite, non fosse altro per evitare ben magre figure come quella che sta facendo.

Buongiorno.
Sig. Luca Passani non ho mai ritenuto la Crusca "fornitrice di strumenti" né che debba avere un ruolo prescrittivo anzi mi domando come possa attribuire a me queste considerazioni che proprio non condivido.
La prego invece di spiegare quel contorto concetto secondo cui: "Iudica vorrebbe che l'Accademia assumesse un ruolo prescrittivo rispetto alla nostra lingua. Ma la Crusca stessa nega questo suo ruolo e ribadisce ad ogni occasione di essere soltanto prescrittiva! (E lo fa per ottimi motivi, mi sento di aggiungere)."
Grazie
Marco Iudica

Ma la smetta di fare lo stalker di ogni commento che non condivide la sua illuminazione sull'ortografica, non si rende conto di quanto è ridicolo?

Non capisco bene come mai il moderatore della crusca abbia pubblicato questo attacco ad hominem che non aggiunge nulla alla discussione. Per giunta è un intervento anonimo. Sig. Iudica, non si fanno queste cose.

Ad ogni modo, avrà notato che, nell'articolo, il Prof. D'Achille fa riferimento alla mia posizione sull'argomento. Penso di aver diritto di commentare.

Qui sembrano essere tutti d'accordo che l'apostrofo del qual'è sia una quisquilia. Peccato che quando si dice "e allora riconosciamolo corretto insieme alla forma apocopata", automaticamente si innalzino le barricate!

Allora forse non è una quisquilia...

Ascolti Passani,

"Sig. Iudica, non si fanno queste cose".

Io firmo sempre quello che scrivo.

Lei non sta bene.

Non è una quisquilia, è l'eterno conflitto tra i puristi, che credono che la lingua debba obbedire a delle regole chiare e stabili e i non puristi, che invece credono che la lingua debba adattarsi al linguaggio parlato dai più.

Non è affare da poco e per questo molti si dimenano in questa diatriba.
Il richiamo all'aforisma oraziano del medio stat virtus voleva proprio significare quanto sia corretto avere regole, pur tenendo conto che la lingua vive in chi la parla.
Purtroppo chi la parla, più spesso rappresenta la parte della popolazione che non conosce le regole.
Da qui il nostro disquisire.

Marco Iudica

Marco Iudica

Le assicuro che sto benissimo. Vabbé, anche qui concediamo il beneficio del dubbio che non sia stato lei a inserire in quello specifico punto della nostra discussione un messaggio anonimo che, se firmato, avrebbe determinato la squalifica immediata per mancanza di argomenti.

Venendo al merito della discussione, sono d'accordo che si tratti della diatriba classica tra puristi e non puristi. Come ho scritto varie volte nei commenti, questa discussione è stata superata dalla scelta "descrittivista" fatta dalla Crusca e proclamata ripetutamente anche su Twitter.

Quando ho scritto il primo articolo sul "qual'è" per VNY avevo (erroneamente) ascritto all'Accademia un ruolo prescrittivista. Questo avrebbe portato la discussione su un binario diverso, ma la Crusca ha parlato: noi descriviamo, non prescriviamo!
E allora la discussione ha preso un'altra direzione. Quindi basta. L'argomento purista è stato superato in partenza. Non vale più. Non c'è un'autorità in grado di dare regole certe. La Crusca ha abdicato a quel ruolo.
I vocabolari le verrebbe da dire? Benissimo, e io potrei fare riferimento a vocabolari che indicano il qual'è apostrofato come accettabile! Game, set e match!

A leggerlo bene, come confermato da D'Achille, neppure l'attuale parere della Crusca è prescrittivista, dal momento che in esso ci si limita a raccomandare. Del resto, se "quale è" è corretto (fatto ormai acclarato), non si capisce come si possa proibire il "qual'è", dal momento che l'elisione è regola generale e la parola "qual" assomiglia più al prestito da una lingua morta che ad una parola dell'italiano contemporaneo.

Tutto ciò che chiedo alla Crusca è di rendere ancora più esplicita questa posizione dichiarando esplicitamente che la grafia apostrofata non possa essere considerata errore o indicatrice di scrittura non controllata, quantomeno in mancanza di altri elementi a sostegno.

Saluti

Luca Passani

___Per avviare a soluzione il problema dell'esatta scrittura di "qual è" - se con l'apostrofo (come vorrebbero in non pochi) o senza (come vuole la tradizione) - bisogna prendere atto che la parola "qual" (come "quale") viene usata in almeno due significati diversi.
___In una prima accezione ha un senso individuante, come, ad esempio, nella domanda "qual è il più fotogenico dei due?".
___In una seconda accezione ha un senso valutativo, come nell'esclamazione "qual estatico piacere ho provato davanti ai capolavori degli Uffizi di Firenze!". In tal caso, il "qual" è un sinonimo di "che": "che estatico piacere...!".
___Gli italiani sottolineano la differenza pronunciando "qual è" tutto attaccato, senza stacchi tra le due parole, cioè senza l'arresto di glottide, come se fosse scritto *"qualè"; e pronunciano, invece, con stacco, cioè col glottal stop, la locuzione "qual estatico".
___Anche se non c'è nell'alfabeto latino, l'arresto di glottide è una lettera come un'altra - tant'è vero che negli alfabeti semiti viene indicata graficamente (si pensi al famoso aleph ebraico). ___Ora, la pronuncia tutta attaccata di "qual è" significa che la lettera-glottal stop è caduta, e, domandiamoci, qual è il simbolo che indica la caduta di una lettera? l'apostrofo! Dobbiamo pertanto concludere che "qual è" vada scritto, in realtà, con l'apostrofo: "qual'è", come lo scriveva Cristina Campo e gli altri autori citati da Sgroi.
___Ben diverso è, invece, il caso di "qual estatico", che va scritto senza apostrofo perché l'arresto di glottide c'è, ed è ben udibile.
___Qualcuno vorrebbe si introducesse la regola che entrambe le forme (con o senza apostrofo: "qual'è" e "qual è") fossero legittime. Ma così si introdurrebbe un'antinomia nel sistema perché "qual è", o meglio "qual'è", ha un solo significato.
___Piuttosto, cerchiamo di capire il perché, dopo secoli di grammatiche, siamo ancora ridotti a questi discorsi.
___Secondo la tradizione, il troncamento di una parola può essere:
______1: iniziale (cioè si taglia l'inizio della parola), e allora abbiamo l'aferesi (ad es. "chiaro 'i luna" per velocizzare "chiaro di luna"),
___oppure può essere:
______2: finale (cioè si taglia la parte finale della parola), e allora abbiamo:
_________2.1: l'apocope (la quale non vuole l'apostrofo), se la parola dopo il troncamento finale termina per liquida ("l" o "r") o per nasale ("m" o "r") (ad esempio "bel castello"),
______oppure
_________2.2: l'elisione (la quale vuole l'apostrofo) negli altri casi (es.: "grand'uomo").
___Ora, la mancanza di una lettera per indicare l'arresto di glottide sconvolge tutta questa costruzione, costringendo a indicare in qualche modo la differenza, vista sopra, tra "qual è" e "qual estatico": differenza che possiamo indicare solo mettendo l'apostrofo nel primo caso ("qual'è") e non mettendolo nel secondo.
___Ma c'è un esempio ancora più chiaro di "qual è", ed è "qual errore". A differenza di "qual è", che, come abbiamo visto, ha un significato solo (e quindi va scritto in modo univoco), "qual errore" ha entrambi i significati: individuante (come nel caso di "qual è") e valutativo (come nel caso di "qual estatico"). Prendiamo, ad esempio, le seguenti due frasi:
______1: "qual errore hai commesso, dei due possibili?"
___e:
______2: "qual errore hai commesso, non ti rendi nemmeno conto della sua gravità!: frase che significa "che grande errore hai commesso!".
___Come si vede, la locuzione "qual errore" ha, nelle due proposizioni, significati completamente diversi, e, per indicare foneticamente tale diversità, non c'è che il glottal stop, mancante nel 1° caso (che, dunque, va scritto coll'apostrofo - visto che non abbiamo altro mezzo per indicare graficamente l'assenza di glottal stop -: "qual'errore") e presente nel secondo (che, dunque, va scritto senza apostrofo: "qual errore").
___In conclusione, "qual è" va scritto sempre coll'apostrofo: "qual'è"; al contrario "qual estatico" va scritto sempre senza apostrofo; e, invece "qual errore" va scritto con o senza apostrofo a seconda del diverso significato.
___Come si vede, le cose non sono semplici, ma, se non prendiamo atto di quanto detto, continueremo a girare a vuoto per chissà quanto tempo ancora!

Esattamente! Sono totalmente d'accordo con la sua analisi.

Commento molto interessante e molto molto dotto. Tanto di cappello all'autore.

Certo, mi chiedo anche se sia il caso di complicare ulteriormente una grammatica, quella italiana, già abbastanza complessa di suo.

Salvatore Claudio Sgroi "Outing di un grammatico 'laico'".
Fermo restando, come già premesso nel precedente intervento del 19, che il caso di "qual(')è" è un problemino di nessuna rilevanza per valutare la competenza linguistico-ortografica di un italofono/italografo, può invece essere utile analizzare ancora i comportamenti linguistici dei parlanti, i loro giudizi e le posizioni assunte dai linguisti e/o grammatici.
Mi sembra opportuno distinguere in primo luogo tra "Regola-1 costitutiva del parlante" (conscia o inconscia che sia) della lingua parlata, e "Regola-2 della lingua scritta".
Per es. nel caso dell'art. "UNA" la Regola-1 fonologica, naturale, istintiva prevede la cancellazione (facoltativa) della vocale finale di "una" dinanzi a vocale: /un isola/, /una isola/ ma non dinanzi a consonante: /una ragazza/, nessuno dicendo con troncamento */un ragazza/.
La Regola-2 della lingua scritta, alla base degli usi degli italografi colti e quindi prescritta dai grammatici, prevede in tali casi l'apostrofo (in quanto cancellazione-elisione): "un'isola". E tale regola è stata introiettata dall'italofono avvezzo alla lettura, oltre che italografo.
Analogamente, nel caso del nostro "QUALE" la Regola-1 fonologica, naturale, istintiva prevede la cancellazione (facoltativa) della vocale finale di "quale" dinanzi ad "è/era": /kwa'le(ra)/, ma non dinanzi a consonante: /kwale ragazzo/, nessuno dicendo */qual ragazzo/, ma /quale ragazzo/.
La Regola-2 della lingua scritta, alla base degli usi di molti(ssimi) italografi colti, e quindi indicata da alcuni grammatici (non tutti), prevede, come per una, l'apostrofo (in quanto cancellazione-elisione): "qual'è/era".
Invece nel caso di "UNO" la Regola-1 fonologica, naturale, della lingua parlata prevede la cancellazione (obbligatoria) della vocale finale di "uno" sia dinanzi a vocale es. /un asino/ e non già */uno asino/, sia dinanzi a consonante es. /un kane/ e non già */uno kane/. In tal caso la Regola-2 della lingua scritta, alla base degli usi degli italografi colti e quindi prescritta dai grammatici, non prevede alcun apostrofo (in quanto cancellazione della vocale generalizzata nei due contesti, non già "elisione" riservata a un solo contesto): "un asino" e non già "un'asino".
Il problemino del "QUAL(')È" nasce perché nell'italiano del passato la fonologia naturale di "quale" /kwale/ era diversa. Prevedeva infatti la Regola-1 della cancellazione generalizzata della "-e" sia dinanzi a vocale /kwal e(ra)/ sia dinanzi a consonante /kwal ragazzo, ragazza/. Conseguentemente, la Regola-2 della lingua scritta non prevedeva per gli italografi e i grammatici alcun apostrofo per "qual è", "qual era", come peraltro per "qual ragazzo".
Gli italografi che adottano la grafia "qual'è" preferiscono (consciamente o inconsciamente) non entrare in conflitto con la loro fonologia naturale dell'italiano contemporaneo che prevede appunto la possibile cancellazione della "-e" solo dinanzi a vocale.
Gli italografi che seguono la grafia "qual è" sono invero 'dissociati' (in conflitto) rispetto alla loro fonologia naturale che non prevede troncamento */qual ragazzo, qual ragazza/. Ed è questa la situazione conflittuale del lettore Tommaso Petrolito.
Infine, c'è il caso dei linguisti e/o grammatici. E a questo punto, non posso non ricordare, con E. Coseriu 1967, che "Complicata è la cosiddetta grammatica dei grammatici, non la grammatica dei parlanti". Il problema riguarda la nozione di "errore". Io definisco "Errore" un uso linguistico generato da una Regola in conflitto con un'altra Regola, uso che viene giudicato "errato" con motivazioni diverse.
Nel caso del "qual'è", tale uso grafico è giudicato "errato" sia perché è diverso dall'uso grafico corrispondente alla fonologia dell'italiano non-contemporaneo, sia perché è o sarebbe proprio della maggioranza degli italografi colti. Per altri italografi e grammatici-linguisti ('laici') invece tale uso grafico è giudicato "corretto" sia perché corrisponde alla fonologia dell'italiano contemporaneo, sia perché seguito da molti(ssimi) italografi colti.
Per il linguista-grammatico "laico" le due grafie, i due usi generati da Regole diverse (e le Regole costitutive dei parlanti sono sempre corrette) non possono essere giudicati errati perché sono adottati, ripeto, da parlanti colti, con diversa frequenza. Lo scrivente può quindi liberamente scegliere. Variatio delectat.
Niente di più saggio quindi di quegli insegnanti che "dalla prima elementare in poi, [...] non una/uno: tutti - sostenevano che si potesse/poteva scrivere sia "qual è" sia "qual'è": a noi la scelta della forma che preferivamo".

Luca Passani

Dagli autorevoli interventi (inclusa la discussione che ne è seguita, con particolare riferimento all’intervento del Prof. Sgroi) emergono alcuni aspetti significativi che riassumo:

  1. Il qual’è apostrofato ha alcune buone ragioni dalla sua che nessuno contesta.
  2. Alcuni illustri linguisti (Sgroi, Fochi) hanno sostenuto in passato e sostengono oggi che la regola per la scelta dell’apocope condurrebbe più facilmente alla scelta dell’elisione (qual’è apostrofato) dal momento che davanti a tutte le forme del verbo essere che inizino con consonante si usa “quale” (e non "qual").
  3. Se la grafia “quale è” è pienamente legittima (come confermato dal Prof. D’Achille), diventa difficile escludere l’applicazione dell’elisione che è una regola generale dell’italiano.
  4. Non sono certo rare in italiano le grafie alternative per una medesima espressione. Non ci sarebbe quindi un grosso problema nell’ammettere entrambe la forme come corrette.

Riporto qui anche l'opinione del Prof. Sgroi (peraltro ribadita in modo più esteso con il suo commento in calce all’intervento del Prof. D’Achille):

"Nel domenicale del “Sole 24 ore” del 17 febbraio, Giuseppe Antonelli, bravo storico della lingua nonché romanziere e brillante giornalista, ha ricordato che «qualche anno fa, a Roberto Saviano sfuggì - twittando - un apostrofo di troppo: “Qual’è il peso specifico della libertà di parola? ”». Capita, può capitare, specie quando si scrive rapidamente su una tastierina piccola come quella di un telefono. Ma Saviano non volle ammettere l’errore e, rispondendo alle critiche, scrisse «Ho deciso: -) continuerò a scrivere ‘qual’è’ con l’apostrofo come Pirandello, Landolfi”». «Non è così che funziona» è stato il giudizio netto (puristico) di Antonelli. Da cui però dissentiamo in toto, in nome di una “Grammatica laica”. Dando piena ragione a Saviano per la sua scelta. Per motivi diversi. In primo luogo non si tratta affatto di un “errore”. Poi si tratta anche di un uso “codificato”, cioè riconosciuto come corretto da grammatici, per di più puristi. Ancora. Lungi dall’essere un uso sgrammaticato, il “qual’è” è invece un uso dettato da una precisa regola grammaticale di grande vitalità. Per essere considerato un “uso errato”, il “qual’è” (con l’apostrofo) dovrebbe essere prerogativa delle scritture degli incolti. Ma non è affatto così. Saviano giustamente ricordava di trovarsi in compagnia con autori quali Pirandello e Landolfi. Ma la schiera di scriventi doc del ‘900 è facilmente arricchibile. Se si dà un’occhiata al “Primo tesoro della lingua letteraria italiana del Novecento”, nel Cd-Rom curato da Tullio De Mauro (Utet 2007), costituito da 100 testi del Premio Strega apparsi nel cinquantennio 1947-2003, si scopre la presenza di “qual’è/qual’era” in autori come G. Berto 1947, A. Palazzeschi 1948, C. Malaparte 1950, A. Moravia 1952, I. Calvino 1952, E. Morante 1957, M. Tobino 1962, G. Arpino 1964, G. Parise 1965. Si potrebbe continuare con altre banche dati. E si tratta anche di un uso “codificato”. Un esempio appare ne “La grammatica degl’Italiani” di Trabalza Allodoli (1934 e 1952), dove si trova scritto: “l’interpunzione, qual’è stata stabilita” (p. 332). Tale uso è poi difeso a spada tratta da un purista come Franco Fochi fin dal 1964. Nel suo delizioso “L’italiano facile” Fochi ritiene «giusta, aggiornata, legittima soltanto la grafia qual’è». Infine, la grafia “qual’è” (con l’apostrofo) si spiega in quanto elisione di “quale” dinanzi a vocale. Davanti a consonante nell’italiano d’oggi “quale” non va soggetto ad alcun troncamento. Si dice infatti «quale partito votare? » e non già «*qual partito votare? », «quale lavoro cercare? » e non già «*qual lavoro cercare», ecc. Il troncamento di “quale” dinanzi a consonante è un residuo dell’italiano antico, rimasto in espressioni fossilizzate, come “nel qual caso”, “una certa qual fretta”, “qual piuma al vento”. La grafia “qual’è” riflette quindi la pronuncia dell’italiano moderno, quella senza apostrofo rimane legata all’italiano del tempo che fu."

Di contro, capisco la praticità per chi insegni italiano di avere il “qual è” come utile cartina tornasole per valutare la conoscenza delle norme ortografiche da parte degli studenti. Rimane però il fatto che, nella situazione attuale, si fa un torto a chi, come nel caso del sottoscritto, intenda usare un italiano moderno (almeno secondo la sua sensibilità) ed evitare il desueto “qual” nei suoi scritti, ma si trovi costantemente costretto a discutere ad nauseam con i molti che hanno interiorizzato in tenera età la regola prescrittiva.

Alla luce di questo, mi permetto di suggerire una revisione del parere del 2002 che, pur senza intaccarne la struttura e il messaggio fondamentale dell'Accademia, rifletta le considerazioni del Prof. D’Achille e del Prof. Sgroi.

Suggerisco questo:

«Secondo una convenzione adottata da tempo nelle scuole italiane, la grafia di qual è non prevede l'apostrofo in quanto apocope vocalica, che si produce anche davanti a consonante (qual buon vento vi porta?) e non di un'elisione che invece si produce soltanto prima di una vocale (e l'apostrofo è il segno grafico che resta proprio nel caso dell'elisione).
Come qual ci sono altri aggettivi soggetti allo stesso trattamento: tal, buon, pover (solo nell'italiano antico), ecc.
Tale logica è però contestata da alcuni linguisti (Sgroi, Fochi) che rilevano come quale (e non qual) sia l’unica parola realmente vitale nell’italiano contemporaneo davanti a tutte le forme del verbo essere che inizino con consonante.
Occorre inoltre osservare che la grafia qual'è, sebbene minoritaria, vanti parecchi esempi letterari e sia diffusa e ricorrente anche nella stampa, sul web e sui social media.
In virtù di queste osservazioni, è consigliabile continuare a scrivere qual è senza apostrofo, pur non arrivando l’Accademia ad indicare come errata la grafia con apostrofo.»

È mia opinione che questo aggiornamento salverebbe i proverbiali capra e cavoli, evitando di stravolgere la convenzione adottata per anni, ma rendendo giustizia a coloro che ritengano corretto adottare la grafia apostrofata senza costringerli, in mancanza di altre prove, a difendersi dalle accuse di scarsa conoscenza dell’ortografia.

Cordiali saluti

Luca Passani

La stragrande maggioranza di coloro che scrivono "qual'è" o che posizionano apostrofi a caso dopo "un" lo fanno perché non sanno quale sia la forma corretta; ogni tanto ci prendono ed ogni tanto no.
Se siamo d'accordo su questo assunto, allora non riesco a capire quale sia la necessità di sdoganare ortografie scorrette.

Non sono d'accordo a parlare di "stragrande maggioranza", ma ammettiamo, per i fini di questa discussione, che sia presente una correlazione tra la scarsa scolarizzazione di alcuni e l'uso del qual'è apostrofato.

Significa forse questo che i pareri della Crusca e quelli delle grammatiche dovrebbero essere uno strumento che presta il fianco all'uso dell'italiano come lingua delle elite diverso e distinguibile da quello del popolo poco colto?

Se così fosse (ma non voglio crederlo), allora, lungi dall'essere una "quisquilia", la questione del "qual'è" apostrofato si tramuterebbe in una specie di battaglia per i diritti civili. La lingua deve includere gli italiani, e non essere strumento per praticare una sottile discriminazioni da parte di chi, a torto o a ragione, si consideri colto.

Luca Passani

E' sfortunato sig. Passani, continuo a non capirla quando scrive, forse perché scrive come parla?

"una specie di battaglia per i diritti civili. La lingua deve includere gli italiani, e non essere strumento per praticare una sottile discriminazioni da parte di chi, a torto o a ragione, si consideri colto".

"La lingua deve includere gli italiani?" Che vuol dire?

Sottolineare una regola o scrivere correttamente significa "praticare una sottile discriminazione?"
In effetti avevo notato quanto fosse disturbato dalla "perizia ortografica
e grammaticale", si chiama "delirio di povertà".

"Si consideri colto": impersonale (viene considerato colto da tutti) o riflessivo (egli, a torto o a ragione, considera se stesso colto) ?

Essere colti non può essere una colpa.
Per evitarLe battute scontate, Le anticipo che in pieno stile socratico, ritengo che chi più sa, più sa di non sapere.

Ed è proprio dall'alto della mia ignoranza che ho bisogno di regole e non mi cimento nell'egocentrico, ipertrofico e maniacale delirio di cambiarle.

Per quanto attiene alla lingua inglese...
Provi a chiedere un'informazione ad un inglese con una pronuncia che non sia più che perfetta. Sarà oggetto di sberleffi e di ostinata incomprensione.
Proprio questa loro difesa a spada tratta della loro lingua ha favorito l'esportazione mondiale dell'inglese (naturalmente con l'aiuto della politica colonialista e forse non è un caso).
Loro difendono le loro regole chiare quanto scarne e la loro lingua.
Pensi in quanti modi noi decliniamo il loro "nice".
Il loro vocabolario (numero di parole) è la metà del nostro.
Ma se lo difendono eccome. Non come noi che subito ci caliamo le braghe sempre pronti a sdoganare le nostre regole in nome dell'uso generalizzato e a vantaggio di una politica di massificazione (non di uguaglianza).
E pensi che loro pronunciano media cosi come è scritto perché sanno che deriva dal latino, mentre noi diciamo "midia" per fare i fichetti che conoscono e scimmiottano l'inglese.....

Marco Iudica


> Provi a chiedere un'informazione ad un inglese con
> una pronuncia che non sia più che perfetta.
> Sarà oggetto di sberleffi e di ostinata incomprensione.

Povero sig. Iudica, quale incredibile sofferenza deve essere stato il primo impatto con una lingua non fonetica, e con tutti quei brutti suoni che non abbiamo in italiano.

Le consiglio di guardare questo video di YouTube sulle sofferenze di un pover uomo alle prese con la difficile pronuncia. Usi il codice: lz0IT4Uk2xQ (purtroppo non posso mettere link diretto)

In effetti l'inglese ha le sue difficoltà per un italiano, ma con un po' di impegno (di cui la so capace) i risultati non tarderanno a mostrarsi. Basta uno sforzino!

Per quanto mi riguarda le devo dare una notizia. Si tenga forte. Vivo e lavoro negli Stati Uniti. Non solo email, ma anche articoli, presentazioni e riunioni di lavoro avvengono nella lingua di Shakespeare (si fa per dire. Un inglese sarebbe implacabile nell'ironizzare su come i cugini americani abbiano maltrattato la sua lingua. Del resto, sono cose che succedono quando un paese assimila tedeschi, russi, francesi, italiani, spagnoli e riesce a fare di questo la sua forza. Altro che purismi!)

A proposito, mi saprebbe indicare qualcosa che ha scritto lei?

A margine di questa interessante e dottissima discussione, solo per segnalarvi che il problema è più conosciuto di quanto sembri, un riferimento a un sito di satira, il celebre lercio.it: Il titolo del pezzo è: «L'Accademia della Crusca si arrende: scrivete qual è con l'apostrofo e andatevene affanculo». Non male per una discussione su un tema così marginale, non trovate?

Salvatore Claudio Sgroi

Decisamente "un tormentone", la questioncella del "Qual(')è", con o senza apostrofo. E alla fine, concordo pienamente con l'amico-linguista, Paolo D'Achille, un problemino più che "marginale" dell'ortografia, pur per altri aspetti importante dell'italiano. Una "distinzione [grafica] artificiale", quella tra "elisione" e "apocope", come riconosceva Bruno Migliorini, l'elemento comune essendo piuttosto la cancellazione fonologica di una vocale. Una "quisquilia" ortografica (avrebbe detto qualcuno) che rischia di far dimenticare che il problema centrale della lingua, per bambini e adulti, è piuttosto quello della verbalizzazione, della capacità cioè di tradurre i propri pensieri in parole chiare e comprensibili, situazionalmente adeguate, per i nostri interlocutori.
Ma la discussione può essere rilevante se si "attenzionano" i criteri utilizzati di volta in volta per decidere se un uso linguistico rientra o no nella norma, ovvero se rientra nella "norma colta" o nella "norma popolare". A decidere la norma per D'Achille è il criterio della maggioranza degli usi (qual è "sembra maggioritario"). E alla fine egli ritiene prudentemente di "poter continuare a consigliare (consigliare appunto, non imporre)", sottolinea, la "norma tradizionale" dell'apocope, "qual è", senza l'apostrofo. Una posizione che ricorda quella della grammatica di Battaglia-Pernicone (1951): “si dirà […] qual era [...] a preferenza di […] qual’era [...]”.
Implicitamente, D'Achille riconosce comunque come non errata la forma apostrofata "qual'è".
Ma l'A. sembra sottovalutare il fatto che esiste anche l'uso orale contemporaneo degli italofoni che elidono in /qual'è/ ma non più davanti a consonante, per es. "con quale ragazzo?" (nessuno dice ora *con qual ragazzo?").
E poi non accenna agli usi degli italografi colti del '900, -- un criterio essenziale per legittimare come corretto un qualunque uso -- che adoperano la grafia apostrofata, per es. R. Saviano, L. Pirandello, T. Landolfi, gli scrittori del premio Strega (G. Berto 1947, A. Palazzeschi 1948, C. Malaparte 1950, A. Moravia 1952, I. Calvino 1952, E. Morante 1957, M. Tobino 1962, G. Arpino 1964, G. Parise 1965). E ancora L. Sciascia in Il contesto (1971, ried. 2012). E poi i grammatici-linguisti: Trabalza-Allodoli (1934 e 1952), G. Devoto (1955), G. Nencioni (1945): "Qual’è il suo oggetto", nella rist. 1951 ritoccato con la forma piena: "Quale il suo oggetto". Senza dire della codifica del purista Franco Fochi (1964): “giusta, aggiornata, legittima soltanto la grafia qual’è (eccetera)”.
Da parte mia, trovo infine straordinario il sofferto outing fonologico-ortografico del lettore Tommaso Petrolito, che mette a nudo un conflitto tra la grammatica scolastica del superego ortografico ("sin da piccolo") con il "graficamente gradevole" qual è e la grammatica "profonda" dell'inconscio con l'elisione ("qual'è") ora affiorata alla sua "coscienza linguistica". Un conflitto risolto (con soddisfazione per P. D'Achille, ritengo) a favore del superego, ma con dubbio.
Se il lettore volesse ancora dare un'occhiata a Google, scoprirà che la grafia tradizionale dell'italiano antico tende ad essere sopraffatta da quella moderna (qual'è) secondo un rapporto di 1 a 5.

Gentile prof. Paolo D'Achille,
sono uno scrittore italo-argentino molto attento ad ogni lettura che mi illumini ancora una volta sulle meraviglie della lingua italiana.

Sono inoltre un'accademico membro del "Academia porteña del Lunfardo" di Buenos Aires corrispondente in Italia, dove risiedo.
Cito ciò poiché il moto dell'Accademia "solo el pueblo agranda el idioma" richiama, fortemente, la sua affermazione quasi conclusiva "Non si può dunque, a mio parere, pretendere di imporre “dall’alto” l’abbandono dell’ortografia tradizionale."

Sarà dunque, a mio parere, il setaccio del "habla popular" dove troveremo l'ultima parola ad ogni riguardo.

I miei cordiali saluti,
Sabatino A. Annecchiarico

Ho riflettuto molto dopo aver riletto il suo articolo e volevo condividere ancora alcuni ragionamenti.
Direi che il problema stia nel modo in cui la regola ortografica sia enunciata e poi applicata.
La regola fondamentalmente dice solo che non si pone l'apostrofo in caso di troncamento ma solo in caso di elisione: 《[...]qual è non è da apostrofare perché “si tratta di un'apocope vocalica, che si produce anche davanti a consonante (qual buon vento vi porta?) e non di un'elisione che invece si produce soltanto prima di una vocale (e l'apostrofo è il segno grafico che resta proprio nel caso dell'elisione)”》
Normalmente dunque tutto sta nella definizione di quando si tratti di troncamento e quando si tratti di elisione.
La maestra a scuola spesso spiega che l'apostrofo è una vocale che se ne va lasciando un resto (il "segno grafico che resta").
È dunque essenziale quale sia il contesto di applicazione, esistono infatti due diversi modi di recepire la regola:
1) l'ambito d'azione è l'intero lessico della lingua Italiana al di là del contesto della specifica frase: esiste la parola "qual", dunque sono di fronte a troncamento (non c'è una vocale che se ne va perché esiste nel lessico la parola tronca in autonomia prodotta davanti a consonante).
2) il contesto è la parola e il modo in cui la sto usando nella frase specifica, devo chiedermi se nel caso specifico ci sia o meno una vocale che se ne sta andando.

In realtà i due pprocci hanno punti di contatto e nel caso di "buon" entrambe le strade porterebbero allo stesso risultato:
1) esiste "buon" ma solo al maschile singolare e solo come aggettivo. Non elido dunque i casi di "buon" qualora sia usato al maschile singolare. Terrò la forma estesa laddove lo richiedano esigenze fonotattiche. Userò l'elisione al femminile.
2) in "buon anno" c'è una vocale che se ne va? No perché non dico "*buono anno" e posso dire "buon segno" (non "*buono segno") davanti a consonante dunque nessuna vocale se ne va lasciando resti, la vocale non c'è già in prima battuta.

I due approcci portano a finali diversi nel caso di "qual è", invece:
1) esiste "qual" come aggettivo interrogativo nelle forme "qual buon vento" e "in un certo qual modo" e poche altre cristallizzate nella lingua Italiana: sono comunque di fronte a troncamento.
2) in "qual è?" c'è una vocale che se ne va? Sì perché dico anche "quale è?" ma non posso dire "*qual anno?" né "*qual sarebbe", dunque dovrei elidere.

Per evitare dubbi o malumori la regola andrebbe rivista:
- o in senso più restrittivo per esplicitare che la sola esistenza di "qual" nel lessico della nostra lingua è sufficiente a imporre il troncamento (ma anche ponendola in questo modo si potrebbe obbiettare che il "qual" non esiste autonomo davanti a consonante come pronome ma solo come aggettivo, così come "buon" esiste autonomo davanti a consonante solo al maschile singolare ma non anche al femminile dunque elidiamo al femminile) o andando anche oltre e portandosi a riformulare la regola più inequivocabilmente in '"qual è" non si apostrofa perché esiste la forma tronca a prescindere da quale sia la parte del discorso nei diversi contesti'
- o in senso più aperto, constatando che, anche applicando la regola così come è stata definita in precedenza e a prescindere da quale contesto di applicazione usiamo (1:esistenza della forma tronca nel lessico dell'Italiano - ma tenendo in considerazione differenze di parte del discorso - o 2:uso della forma tronca in contesti testuali analoghi a quello osservato) è possibile arrivare alla forma apostrofata anziché a quella apocopata, dunque entrambe sono accettabili.

Di fatto la forma apocopata diventa l'unica soluzione possibile solo se si decide di stringere ulteriormente le maglie della norma e senza lasciare spiragli.
Mantenere la regola nella forma attuale lascia invece aperti i dubbi e le inconsistenze poiché persino applicando il contesto più ampio che trae giustificazione al troncamento dalla sola esistenza della forma tronca "qual" potrebbe avere l'obiezione che quella forma tronca è riscontrata in forme cristallizzate solo in qualità di aggettivo e mai di pronome.
Come per "buon" è sufficiente la distinzione di genere per far valere il troncamento al maschile e l'elisione (per altro rara ma possibile in "buon'ora" ad esempio) ci si potrebbe far bastare la differenza in termini di parte del discorso per applicare un trattamento analogo a "quale" (troncare se aggettivo, elidere se pronome). Anche perché "*buon casa" è improbabile tanto quanto "*qual sarebbe" ed usando il secondo dei due sopracitati approcci applicativi comunque giungeremmo alla stessa conclusione (in contesti analoghi davanti a consonante uso la forma estesa e non quella tronca, dunque elido, sia per il femminile -non maschile- "buona" che per il pronome -non aggettivo- "quale").

In nessun altro caso della lingua italiana però l'uso dell'apostrofo è finalizzato a mantenere distinti pronomi e aggettivi dunque optare per tale ipotesi in ogni caso richiederebbe un aggiornamento esplicito della norma.

Constatare una distinzione di parte del discorso verrebbe incontro a quanto osservato/percepito dal Passani che giustamente asserisce di usare "quale" e non "qual".
È però vero che le norme ortografiche vorrebbero semplificare il sistema grafico riducendo le varianti e adottando una tale modifica alla norma creeremmo la coesistenza di "qual'è" e "qual elettrone" anche se diventa decisamente sempre più probabile la forma estesa in tutti i casi di "quale" aggettivo. Ad essere onesti, "qual" è sempre di più davvero confinato a un pugno di espressioni cristallizzate quasi alla stregua di un prestito da lingue straniere o antiche quali il Latino e questo è probabilmente il punto dei malumori: "qual" non è più percepito come la parola usata produttivamente in generale, in ogni contesto, e non solo come pronome. "Qual" e "quale" iniziano a non essere percepite più come varianti della stessa parola.
Alla fine dei conti dice bene lei professore: si tratta di ortografia, di tradizioni di scrittura e di convenzione. È del tutto arbitrario decidere che la distinzione di genere è essenziale nel discriminare se troncare o elidere mentre la distinzione di parte del discorso non lo è ma tant'è (qui elido tranquillo, tanto "tant" non esiste né come pronome né come aggettivo né come avverbio).
Tutto sommato è inutile arrovellarsi tanto e chissà che in futuro le cose non cambino.

Ancora mille grazie per l'interessante riflessione sull'ortografia.

Accontentiamoci di questa risposta. Penso che nessuno (per lo meno tra i colti... se ce ne sono ancora) scriverebbe: Qual'altro argomento vi serve? Buon'anno a tutti.

Data la numerosità e validità degli argomenti il discorso vale ambo i lati ad essere onesti. Alla fine è solo questione di convenzioni e di tradizione di scrittura.

Gentile prof. D’Achille, sono Luca Passani. La ringrazio della lunga e articolata risposta che mi onora, particolarmente se considero che il mio nome è accostato a quello del prof. Sgroi.

Entrando nel merito della questione, l’Accademia (insieme a molti vocabolari) continua a citare la regola dell’apocope, ma, come lei stesso ammette, quella spiegazione non convince del tutto dal momento che la regola porta diretta alla correttezza del “qual’è” apostrofato (quale usato davanti a tutte le forme del verbo essere).
Come si può sostenere che “quale è” sia corretto (come fa giustamente lei), ma che “qual’è” non lo sia? Esiste forse qualche regola che impedisce la regola generale dell’elisione in italiano? I conti non tornano.

La strategia alternativa per giustificare la grafia con apocope si appoggia al fatto che tale grafia sia attualmente maggioritaria. I conti ancora continuano a non tornare, però.

Intanto, posta così, la questione ha tanto il sapore di regola prescrittiva, e sappiamo benissimo che l’Accademia della Crusca non ritenga il suo ruolo prescrittivo. C’è poi il problema delle innumerevoli parole italiane che hanno grafie alternative. Perché tanta veemenza contro una grafia alternativa in particolare?

“un esperto di bon ton consiglierebbe a un uomo di presentarsi a un ricevimento serale in giacca e cravatta e non in maglietta e blu-jeans o in tuta.” scrive lei.

Un esperto di bon ton consiglierebbe a un uomo di NON presentarsi a un ricevimento serale vestito con una livrea dell’ottocento, mi sento di rispondere io. :)

Lei chiede se valga davvero la pena di condurre una battaglia su un aspetto della lingua così marginale. La risposta è sì, ne vale assolutamente la pena dal momento che, ogni volta che scrivo qual’è, frotte di saputelli si affrettano a irridere “l’errore”.
Basterebbe che l’Accademia emendasse il suo parere con una frase del tipo: ‘ “qual’è” apostrofato può essere considerata forma accettabile nell’italiano contemporaneo’ e tutto sarebbe risolto.

Cordiali saluti

Luca Passani

PS: trovo interessantissimo il discorso su “l’italiano delle maestre”, ma non allarghiamo troppo il campo della discussione.

PPS: piccola precisazione. La Voce di New York è un giornale online, non un periodico.

Buongiorno.
Mi sono trovato a riflettere, su stimolo di terzi, su una regola che, mi rendo conto, do per buona a priori da molto tempo.
Assodato che non si pone l'apostrofo laddove si tratti di troncamento o apocope e si pone invece laddove si tratti di elisione, non sono più sicuro che in "qual è" la mia coscienza linguistica stia applicando un troncamento.
La mia riflessione è partita dall'analisi di un caso più evidente di troncamento o apocope qual è "buon".
"Buon" è attestato come forma tronca di "buono" davanti a vocali e a consonanti in maniera nettamente produttiva, fanno eccezione soltanto, per ragioni fonotattiche, "s" seguita da consonante, "x", "z" e i gruppi consonantici "gn", "pn" e "ps" ("buon anno", "buon suono", "buon cioccolato", "buon veicolo", "buon indice", "buon orlo).
Allo stesso tempo noto in maniera evidente l'inadeguatezza di "buono" in forma estesa davanti agli stessi esempi sopra citati: "*buono anno", "*buono suono", "*buono cioccolato", "*buono veicolo", "*buono indice", "*buono orlo".
Tornando a "qual" è ovviamente la forma tronca di "quale" e non va di conseguenza apostrofata.
È attestato sia davanti a consonante che davanti a vocale, ad esempio "qual buon vento ti porta" e "in un certo qual modo" oltre all'uso davanti alle forme del verbo essere che inizino per vocale ("qual è", "qual era", "qual ero", "qual eri").
Sin qui nessun dubbio.
A differenza che nel caso di "buon" percepisco piena adeguatezza a "quale vento è questo?", "in quale modo risolviamo il problema?" e a "quale è la capitale del Giappone?"/"quale era la capitale della Jugoslavia?". Aggiungo che esistono per di più casi (sia davanti a vocale che davanti a consonante) in cui è la forma tronca a risultarmi inadeguata e non solo limitatamente alle stesse eccezioni per ragioni fonotattiche valide anche per "buon", ad esempio (usando esempi per i quali "buon" è adeguato mentre "buono" è inaccettabile): "*qual anno", "*qual suono", "*qual cioccolato", "*qual veicolo", "*qual indice", "*qual orlo".
È però vero che, diversamente che per "buono", queste ultime forme mi risulterebbero meno inadeguate se in contesto poetico, magari per ragioni di metrica (pur convinto che mai le userei nel parlato o in ogni altro contesto scritto non poetico).
Quest'osservazione mi riporta a "qual buon vento" e a "in un certo qual modo", non posso negare che si tratti di espressioni cristallizzate, forse sono attestazioni che dunque costituiscono argomenti deboli a supporto del troncamento di "qual".
Resta invece solidissimo argomento l'uso davanti alle forme del verbo essere che inizino per vocale.
È però vero che non userei mai "*qual aveva" o "*qual avevi" o "*qual avevo".
Né lo usiamo davanti a forme del verbo essere che comincino per consonante (mentre, come abbiamo visto, per "buon" le consonanti singole - tranne x e z - a inizio parola sono tutte un contesto valido): "*qual sarebbe", "*qual sarei", "*qual saresti".
Anche per questi esempi va però detto che mi risulterebbero meno inadeguate se in contesto poetico, magari per ragioni di metrica (pur convinto che mai le userei nel parlato o in ogni altro contesto scritto non poetico).
Queste osservazioni mi riportano a "qual è" e agli altri casi di "qual" seguito dalle forme del verbo essere che inizino per vocale.
Essendo stato abituato sin da piccolo ad applicare la regola senza troppe domande è possibile che mi risulti ovvio e scontato (oltre che graficamente gradevole al contrario di "qual'è) il troncamento in "qual è" più per abitudine alla corretta scrittura che per convinta applicazione del troncamento?
In effetti è un po' come infilarsi in un "è nato prima l'uovo o la gallina?".
Inizio ad avere la sensazione che mentalmente la mia coscienza linguistica abbia sempre di fatto compiuto elisione di "quale" e che io mi stia solo forzando a fare uso della forma tronca "qual", e che ciò sia avvenuto silenziosamente per anni solo perché qualcuno prima di me ponendosi lo stesso interrogativo è arrivato a conclusioni opposte (magari quell'uso che io oggi definisco accettabile solo in contesto poetico era allora d'uso comune) ed ha definito la regola grafica che noi tutti oggi usiamo e continuiamo ad usare.
Nel dubbio continuo a scrivere lo standard "qual è".
Ma il dubbio resta...
Grazie mille in anticipo per l'attenzione e la disponibilità e grazie per il grande lavoro che fate a tutela della nostra bella lingua italiana.

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