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G. Fanello Marcucci, C. Marazzini, G. Di Leo e N. Maraschio
Il presidente Claudio Marazzini con Claudia Arletti e Mario Calabresi
Da sinistra: Benedetti, Givone, Benintende, Maraschio, Ravenni, Lavia
XII Convegno ASLI

La verità, vi prego, sul plurale dei termini in -io


Quesito: 

Molti lettori del nostro sito pongono domande riguardo al plurale dei sostantivi in -io: quando scriverli con una sola i, quando con due, quando con l’accento circonflesso?

La verità, vi prego, sul plurale dei termini in -io

La consuetudine odierna prevede che l'unico plurale da scrivere obbligatoriamente con la doppia -i finale sia quello dei vocaboli terminanti in -io con i tonica, cioè su cui cade l'accento: addìo > addii, gracidìo > gracidii, leggìo > leggii, oblìo > oblii, pendìo > pendii, vocìo > vocii ecc. Questa informazione può essere verificata in un qualsiasi dizionario contemporaneo che riporti le declinazioni di sostantivi e aggettivi, come ad esempio il GRADIT; per molti termini è anche possibile consultare il Dizionario di Ortografia e Pronunzia – DOP nella sua versione in linea.

Fino ad anni piuttosto recenti, l’uso della grafia in doppia i per il plurale, definita “alla latina”, era più esteso. Sfogliando la BibIt, Biblioteca Italiana, se ne possono trovare migliaia di esempi. Eccone alcuni dal XV al XX secolo:

Hor vogli dunque ben considerare / li benefitii dati dal gran Dio, / et prima t'incomencia dal creare. (Angelo Galli, Canzoniere, canzone 258, sec. XV)

[...] ci ricorda ancora il pensiero della contesa di Perugia, la sollecitudine della guerra d'Azio e di Pannonia, le rovine del ponte, tante sedizioni di soldati, così pericolose infermità, i desiderii di Marcello sospetti, il vergognoso esilio di Agrippa, la vita tante volte insidiata, le morti de' figliuoli, i pianti de' dolenti ancora per altra cagione, gli adulterii della figliuola, la congiura scoperta, l'ingiuriosa ritirata di Nerone, un altro adulterio della nipote; (Torquato Tasso, Risposta di Roma a Plutarco, 1590)

È ben cosa certa che più frequenti e più efficaci erano le instanze con Cesare acciò movesse le arme a Parma o alla Mirandola, che gl'ufficii col re acciò s'accommodasse il negozio. (Paolo Sarpi, Istoria del concilio tridentino, libro IV, 1619)

Voi ci troverete addunque nel presente volumetto componimenti e sacri e morali e amorosi e pastorali e pescatorii e piacevoli e satirici e di molte altre guise, i quali, ove di poco valor fossero, colla loro varietà almeno sarannovi di noia minore. (Giuseppe Parini, A leggitori, in Alcune poesie di Ripano Eupilino, 1752)

Augurii infiniti e sincerissimi di felici feste le ritorno anche da parte di quelli, ai quali si è compiaciuto d'inviarli per mezzo mio. Il zio Antici vuol che le scriva che egli spera di presto riverirla in persona. (Giacomo Leopardi, Lettera a F. Cancellieri, 1816; su augurii cfr. anche il DOP in linea)

Ma il giorno veniva meno come la sua esaltazione: la mattina, nel sole chiaro, gli era parso che i vagoni fossero per bruciare e fiammeggiare; ora, gli pareva, ad ogni stazione, che avessero paura di restare negli altri binarii , tutti intrecciati, dritti e curvi; che luccicavano una triste luce morta portandola con sé nell´oscurità delle lontananze diafane. (Federigo Tozzi, Con gli occhi chiusi, 1919)

Nei secoli passati, per il plurale di tutte le parole in -io, era in uso anche la grafia -ij e -j (che, del resto, viene non a caso chiamata anche i lunga):

Così anche restò stante le mie sollecitudini con pontualità adempito, essendonsi nel fratempo riuscito di far argine, e di render Vani gl'ufficij del Nuncio Apostolico, il quale di continuo lagnandosi acerbamente del molto maggior numero di milizie esistenti nel Stato Pontificio, procurava non senza interposizione del Signor l'Etang, Ministro di Francia, qualche solievo, quale non poteva aver luoco senza il maggior aggravio de' territorij Veneti. (Nicolò Erizzo, Relazione di Germania, 1738)

Io non ignoro, che questa deduzione non sarà forse da ognuno considerata come assurda, specialmente intorno alle umane lettere ma ciò non potrà certamente avvenire nel nostro caso poichè [sic] appunto sopra di queste gli avversarj si fondano per sostenere il loro principio affermando cioè, che in esse si acquista la scienza di ribattere i contrarj argomenti, e di sostenere le Filosofiche tesi senza ricorrere ai Logici studj. (Giacomo Leopardi, Dissertazione sopra la logica universalmente considerata, 1811)

Proprio a proposito dell’uso di questa lettera Bruno Migliorini annota, nella sua Storia della lingua italiana, all’interno della sezione Grafia dei vari secoli dal Seicento al Novecento:

La j serve principalmente come variante della i dopo un’altra i: principalmente in fine di parola (incendij) [...]. Guadagna terreno l’uso dei considerare la j finale come compendio di i+j, purché la i sia atona e il gruppo conti come una sola sillaba: nell’Arte poetica del Menzini (ed. 1688) troviamo incendj, precipisj, ma «ne’ Ierij campi» (di quattro sillabe). (Il Seicento, p. 466 ed. 1978)

Si distinguono [...] quasi sempre la j dalla i: troviamo j [...] quasi sempre nel plurale dei nomi e aggettivi in –io: proprj, municipj, vizj, vestigj. (Il Settecento, p. 534 ed. 1978)

Nell’alfabeto tradizionale è incerto l’uso di j, sia all’iniziale e all’interno della parola per esprimere l’i semiconsonantico, sia alla finale, come compendio di ii: forse quelli che l’adoperano, specialmente alla finale, predominano di poco sugli altri. Il Leopardi, che negli scritti giovanili adoperava j, più tardi l’abbandona risolutamente [...]; tuttavia quando l’editore Stella gli domanda un articolo «per bandire... dalle buone scritture quel barbaro j», risponde che egli condanna «quella lettera come inutile, ma che veramente non le manca l’autorità e l’antichità» (lettera 9 febbr. 1927).
Il Manzoni oscillò molto nell’uso dell’j: nelle stampe giovanili troviamo il segno, mentre in quelle più tarde esso non appare più; ma nei manoscritti autografi esso persiste anche in anni assai tardi. Avversi alla j si dichiarano il Puoti, il Gioberti, il Carena, favorevoli il Peyron e il Lambruschini (Il primo Ottocento, pp. 622-623 ed. 1978)

La j è in forte regresso. La Crusca, che l’ha abolita sia all’iniziale che all’interno di parola (iattura, gennaio), l’adopera invece nei plurali dei nomi in -io (studj), e un certo numero di studiosi (D’Ancora, Monaci) la seguono. Altri invece si attengono a criteri diversi: il Mestica, per es., scrive gennajo, ma studii. Gli avversari della j non mancano di attaccarla, anche con colpi mancini; qualcuno tuttavia la difende, non senza buoni argomenti; ma in complesso anche quelli che ritengono non ragionevole questa eliminazione accettano l’opinione dei più (così appunto si esprime la Grammatica italiana di Morandi e Cappuccini) (Mezzo secolo di unità nazionale, p. 699 ed. 1978)

Ancora oggi l’uso non è privo di oscillazioni. Le forme con la i lunga sono definitivamente scomparse, e accanto al plurale in i scempia, normalmente registrato nei dizionari, incontriamo casi di impiego del plurale in doppia i anche per parole in cui la i non porta accento; lo usa, per esempio, Marco Travaglio nella sua rubrica Carta Canta dal titolo “Son tornati i penultimatum” (L’Espresso n° 15 anno LVIII 12 aprile 2012):

Poi è arrivato Monti con i suoi sobrii tecnici e ha promesso un nuovo stile di comunicazione: poche parole, pochissime promesse, e solo quelle realizzabili.

Come giustamente fanno notare i nostri utenti, perplessità nascono talvolta nello scritto da coppie di parole, di cui una in -io, che al plurale diventano omografe, cioè si scrivono allo stesso modo, pur non essendo, nella maggior parte dei casi, omofone, mantenendo quindi pronunce differenti, per esempio principio e principe che al plurale diventano princìpi e prìncipi.

Ancora più complesso è il caso di parole sia omografe che omofone al plurale, come odio e ode che diventano entrambi odi.

Nella maggioranza delle occorrenze il contesto è sufficiente per disambiguare il senso. Qualora invece diventi necessario distinguere con maggior sicurezza il termine, si consiglia di esplicitare la differenza di pronuncia, ove presente, indicando la posizione dell’accento – per esempio in condominio e condomino che al plurale danno condomìni e condòmini – o l’apertura della vocale – come nel caso di denigratorio e denigratore con i loro plurali denigratòri e denigratóri.

Infine, nel caso di parole dal plurale apparentemente identico, è possibile aggiungere sulla i finale l'accento circonflesso per indicarne una pronuncia allungata: si veda odî plurale di odio in opposizione a odi plurale di ode.

Per ricapitolare, dunque, nell’italiano contemporaneo prevale la grafia in -i semplice, ma si incontrano, in forma minoritaria, le grafie accentate, quelle con l’accento circonflesso e quelle in doppia -i. Nessuna di queste ultime tre è definibile errata; al massimo, quando non assolutamente necessaria, dona al testo una certa aria anticheggiante, un po’ vintage; del resto, perfino uno scrittore attentissimo alla lingua come Italo Calvino usa forme in -ii anche nei suoi ultimi scritti:

Perché sento il bisogno di difendere dei valori che a molti potranno sembrare ovvii? Credo che la mia prima spinta venga da una mia ipersensibilità o allergia: mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato, e ne provo un fastidio intollerabile. (p. 57 di Italo Calvino, 1988, Esattezza, in Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, Milano,Garzanti).

Come sempre, il modo più sicuro per sincerarsi della correttezza di una grafia rimane la consultazione del dizionario.

 

A cura di Vera Gheno
Redazione Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca

11 maggio 2012