Si dice starnutire, sternutire o starnutare? Starnuto o sternuto?


Quesito: 

Molte persone ci chiedono quale sia il verbo attualmente più "corretto" tra starnutare, starnutire o sternutire.

Si dice starnutire, sternutire o starnutare? Starnuto o sternuto?
 

Detto fatto, salirono su per la gola del mostro marino e, arrivati in quell’immensa bocca, cominciarono a camminare in punta di piedi sulla lingua; una lingua così larga e così lunga, che pareva il viottolone d’un giardino. E già stavano lì lì per fare il gran salto e per gettarsi a nuoto nel mare, quando, sul più bello, il Pesce-cane starnutì, e nello starnutire, dètte uno scossone così violento, che Pinocchio e Geppetto si trovarono rimbalzati all’indietro e scaraventati nuovamente in fondo allo stomaco del mostro (C. Collodi, Le avventure di Pinocchio).

Senza dubbio, questo è uno degli “etciù” più celebri della nostra letteratura, fissatosi nell’immaginario collettivo dei lettori d’ogni età anche al di là dei confini nazionali. Ma perché il "Pesce-cane" di Collodi starnutisce e non, ad esempio, sternutisce o starnuta? In tanti ci chiedono, complice la stagione, quale sia la forma più corretta per esprimere quella violenta e sonora espirazione che è emessa dai nostri nasi quando sono raffreddati o irritati da allergie: starnutire, sternutire o starnutare? E il sostantivo, starnuto o sternuto?

Tutte queste forme, sarà bene precisarlo dal principio, sono parimenti legittime e, seppur con intensità differenti, ben attestate nella nostra letteratura sin dalle opere più antiche. Partiamo dal sostantivo. I primi starnuti (dunque con la -a-), stando alla banca dati del TLIO, si trovano nella versione toscana del Milione degli inizi del sec. XIV ("Ancora, quando escono di casa, ed egli oda alcuno starnuto che no gli piaccia, imantenente ritorna in casa e none anderebbe più inanzi" 173, 11), per poi moltiplicarsi fra le pagine di altri autori trecenteschi – sempre d’area toscana, evidentemente non a caso – come Pieraccio Tebaldi, Giovanni Boccaccio o Piero de’ Crescenzi. Raffreddori e pruriti nasali d’ogni sorta affliggono, naturalmente, anche la letteratura successiva: tra i risultati segnalati dai motori di ricerca della BibIt e della LIZ troviamo esempi di stranuti in Guido da Pisa, Luigi Pulci, Cristoforo Landino, Giordano Bruno ecc., fino ai più moderni Praga, Verga, il già citato Collodi o De Amicis. Non meno frequenti, però, gli sternuti: i più antichi, sempre secondo il TLIO, sono "emessi" da Cecco d’Ascoli ("D’aruspici, sternuti ed altri effetti, / Ciascuno ha qualche vero, ma non sempre" Acerba, IV, 3, v. 3665, prima metà del sec. XIV), il quale tuttavia ricorre, nello stesso capitolo, anche alla forma con la -a- ("E se starnuto è segno d’accidente, / E incontrare animali e vecchie e matte", IV, 3, v. 3620). Le banche dati della BibIt e della LIZ, poi, consentono di rintracciare anche altri esempi in autori successivi, dai toscani Pietro Aretino e Francesco Berni al friulano Ludovico Leporeo, dal marchigiano Leopardi al veneto Nievo.

Ancora più complessa e variegata la situazione delle forme verbali, dove, all'alternanza fonologica sta-/ ste-, si sovrappone quella morfologica con la doppia possibilità di uscita dell’infinito -are/ -ire: anche l’oscillazione fra le due coniugazioni, la I e la III, è presente sin dalle prime scritture in volgare. L’attestazione più antica del verbo a noi nota, risalente a un testo fiorentino del 1310, opta per la forma starnutire, ma è soltanto di pochi decenni successiva la prima testimonianza del verbo di I coniugazione starnutare, adottato nel 1348 da un testo siciliano; altrettanto antica, del resto, è la forma (sempre di I coniugazione) sternutare, registrata in un documento abruzzese del sec. XIV (cfr. sempre TLIO). L’alternanza morfologica -are / -ire resta vitale anche nella letteratura dei secoli successivi, attraendo sostenitori di pari rilevanza nell’uno e nell’altro caso. Prediligono la I classe autori come Giordano Bruno, Leopardi, Pascoli o D’Annunzio; optano per la III, invece, Boccaccio, Ariosto, Fogazzaro o Tozzi. Non mancano, infine, scrittori che, come Goldoni o Pirandello, restano “indecisi” fra le due possibilità (cfr. TLIO, BibIt, LIZ). Tra i vari esempi segnalati dai motori di ricerca consultati, un certo rilievo riveste l’attestazione di starnutire nelle Regole della lingua fiorentina di Pier Francesco Giambullari. Nel Libro IV, il grammatico, trattando dei verbi "intransitivi dell’azzione continovata" (cioè ‘continuata’), scrive: "dicendosi ordinariamente io starnutisco; tu passeggi; et Pietro sogghigna. Et i verbi suoi, sono di questa maniera: [...] starnutisco, stranutij [passato remoto], starnutire" (Regole, pp. 145-146). Una simile indicazione, fornita da una grammatica che si presenta destinata "a’ forestieri [...] ed a’ giovanetti che bramano di saper regolatamente parlare et scrivere" in lingua fiorentina (ivi, p. 3), e che dunque promette di rifarsi all’uso vivo del tempo, costituisce senza dubbio una testimonianza molto preziosa della diffusione della forma starnutire nel fiorentino cinquecentesco. Andrà tuttavia precisato che le Regole del Giambullari, che pure rappresentano la prima grammatica fiorentina venuta alla luce (dopo quella quattrocentesca dell’Alberti, rimasta inedita e priva di risonanza), non ebbero molta fortuna e l’influenza esercitata fu complessivamente piuttosto limitata (cfr. Bonomi, Introduzione in Regole, pp. XLVI e ss.).
Da ultimo si segnala anche l’esistenza di una terza forma, estremamente rara in letteratura ma – come si vedrà – ben nota alla sfera del parlato, e cioè stranuto (con i relativi verbi stranutare e stranutire). Si tratta di una variante generatasi per una metatesi (cioè uno "scambio") della vibrante -r-, fenomeno molto frequente nei registri familiari e popolari, specialmente dopo il gruppo consonantico st- iniziale (es. strupo ‘stupro’; cfr. Rohlfs, I, §. 322), forse favorito anche da un accostamento paraetimologico a strano. La presenza di tale variante in testi letterari è, si diceva, rara, ma anche molto antica: consultando i corpora di riferimento (TLIO, BibIt, LIZ), si rilevano esempi del sostantivo o del verbo con metatesi sin dal Trecento. I primi due casi si trovano in testi di natura pratica relativi alla cura degli animali: la Mascalcia di Giordano Ruffo volgarizzata in siciliano, della metà del sec. XIV ("E lu cavallu avirà a stranutari e getta fori pir li naski li homuri liquidi comu acqua", cap. 16) e l’anonimo Trattato del governo delle malattie e guarigioni de’ falconi, astori e sparvieri, un testo trecentesco di base toscana con influenze lombarde ("Quando tu vedi che l’uciello stranuta e çitta acqua per le narre, déi cognosscere ch’elli èe infreddato; falli questa medicina [...]", cap. 37).
Riepilogando, dunque, le ricerche condotte sulle banche dati che raccolgono i nostri testi letterari dalle origini ai primi del Novecento ci consentono di tracciare un quadro di frequenze di questo tipo:

                      sostantivo                                                       verbo

                                                                     I coniugazione                III coniugazione
starnuto sternuto stranuto   sternutare starnutare stranutare starnutire sternutire stranutire

    84          107          9                 74          33              4              86              12             2

Invece, effettuando la ricerca delle stesse forme in rete, attraverso il motore di Google – che ha naturalmente accesso anche a testi contemporanei, d’ogni tipologia e livello – si rileva una netta prevalenza delle forme starnuto e starnutire: se rapportati alle relative concorrenti, infatti, starnuto si aggiudica quasi il 95% dei risultati disponibili per il sostantivo, e starnutire oltre l’80% delle opzioni verbali (tra queste, sternutire non arriva all’11% e sternutare raccoglie appena il 6%).

Completiamo il quadro dei dati fin qui presentato con un’osservazione della distribuzione delle varietà tradizionali attraverso i principali atlanti dialettali (benché tali strumenti appaiano oggi come poco aggiornati). Stando a quanto riportato nelle carte dell’AIS (vol. I, c. 176, s.v. Starnuto) e dell’ALI (vol. II, c. 120, s.v. Sternuto), si può dire che, grosso modo, nelle aree settentrionali prevalgono le varianti sostantivali starnüt, starnudo e stranudo; la Toscana predilige starnuto e stranuto, così come le altre regioni centrali; il Sud ricorre più frequentemente alle forme con vocale indistinta stærnutæ o strænutæ. In Sicilia gli intervistati rispondono per lo più ṣtranutu o ṣtranuttu, in Sardegna sturridu o isturridu. Quanto alla distribuzione geo-linguistica delle varianti verbali – ci affidiamo, stavolta, soltanto all’AIS (vol. I, c. 176, s.v. Starnutire) – si noterà che, dal Nord al Sud, è nettamente preferita la I coniugazione (starnudar, stranuda’ al Nord; starnuta’ e stranuta’ al Centro; stærnuta’ e strænuta’ al Sud; ṣtranutari in Sicilia, (i)sturridare in Sardegna). Fa eccezione soltanto la Toscana che, accanto alle forme starnutare e stranutare, ricorre altrettanto frequentemente a starnutire e stranutire. Ma a cosa si deve un panorama tanto vasto e articolato di varianti? E soprattutto, come orientarsi in esso?

Dal punto di vista etimologico, i principali strumenti di riferimento (DEI, DELI, L’Etimologico) concordano nel far derivare il verbo dal latino STERNŪTĀRE, intensivo di STERNUĔRE (con cambio di coniugazione); mentre il sostantivo si originerebbe dal latino tardo STERNŪTUM (che sostituisce il classico STERNUTAMENTUM). In seguito si è verificata, soprattutto in Toscana, una trasformazione della -e- atona della sillaba iniziale in -a-, fenomeno che ritroviamo anche in altre forme (cfr. ad esempio, sempre davanti a r, farnetico invece di fernetico da PHRENĒTICUM). Dal punto di vista morfologico, anche il metaplasmo (cioè il "cambio") di coniugazione che interessa le forme verbali (da ste-/ starnutare a ste-/ starnutire), non deve sorprendere: si tratta infatti di un fenomeno piuttosto comune nella storia della nostra lingua e che, per quel che riguarda nello specifico il termine in esame, sarà stato certamente incoraggiato dalla situazione latina di partenza, che già prevedeva, come abbiamo visto, la compresenza delle uscite -ĔRE/ -ĀRE. Si tenga presente, in ogni caso, che l’ampia offerta di forme verbali generatasi nell’italiano non va considerata un disordinato insieme di alternative interscambiabili ed equivalenti: la coniugazione di ciascuna variante osservata segue sempre, di regola, la classe verbale di appartenenza. In altri termini, starnutare accoglierà le desinenze proprie della I coniugazione (io starnuto, tu starnuti, egli starnuta ecc.); mentre starnutire, verbo di III di tipo incoativo (cioè che inserisce fra radice e desinenza l’affisso -isc-), si comporterà come, ad esempio, i verbi capire, finire o sparire (dunque io starnutisco, tu starnutisci, egli starnutisce ecc.).
Alla diffusione e all’odierno successo delle varianti starnuto e starnutire rispetto a quelle con ster- può aver dato un contributo essenziale l’impiego delle prime da parte di autori "classici" come Petrarca, Boccaccio e Ariosto, nonché la loro presenza in romanzi che, come Le avventure di Pinocchio e Cuore, sono arrivati con facilità su tutti i banchi di scuola della Penisola. Gli stessi dizionari d’uso oggi disponibili in commercio – il Sabatini-Coletti, il Devoto-Oli o lo ZINGARELLI, ad esempio – scelgono di norma di porre a lemma starnuto e starnutire: le altre forme concorrenti, seppur indicate, sono sempre precedute da qualche marca restrittiva, come "raro", "meno frequente", "non comune" ecc.

In conclusione, fatta eccezione per le varianti popolari stranuto e stranutire, che saranno da evitare o per lo meno da riservare esclusivamente a contesti familiari e informali, non ci sono ragioni per considerare non corrette le forme inizianti per ster- o le forme verbali di I coniugazione (ste-/ starnutare): si tenga tuttavia presente che starnuto e starnutire, almeno oggi, risultano decisamente più comuni. E quale che sia la vostra scelta... Salute!

Per approfondimenti:

 

  • Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio, edizione critica a cura di Ornella Castellani Pollidori, Pescia, Fondazione Nazionale Carlo Collodi, 1983.
  • Maurizio Dardano, Pietro Trifone, La nuova grammatica della lingua italiana, Bologna, Zanichelli, 2010, §. 8.8.
  • Pier Francesco Giambullari, Regole della lingua fiorentina, edizione critica a cura di Ilaria Bonomi, Accademia della Crusca, Firenze, 1985.
  • Gerhard Rohlfs, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti, Torino, Einaudi, 1966-1969, vol. I (Fonetica).
     

A cura di Barbara Fanini
Redazione Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca

3 marzo 2014