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Le prime quattro edizioni del Vocabolario (foto di G. Tatge, Regione Toscana)

Si dice romeno o rumeno?


Quesito: 

Capita molto spesso che ci venga richiesto quale sia in italiano il nome degli abitanti della Romania.

Si dice romeno o rumeno?

Diciamo subito che la lessicografia italiana più recente propone entrambe le forme come varianti del tutto equivalenti: così il Vocabolario Treccani, il Lessico Universale Italiano (vol. XIX, 1978), il Devoto-Oli (dall'edizione 1971 a quella 2012), il DISC 1997, poi Sabatini-Coletti fino al 2008 scrivono romèno o rumèno; solo GRADIT 2007 ha la trattazione del lemma sotto rumeno, di cui romeno è comunque variante.
Evidentemente nessuna delle due possibilità sembra essersi stabilizzata come dominante.

Anche nella lingua di Romania sono esistite due varianti dell'etnonimo: român e il più antico rumân derivati dal latino Romānu(m) 'romano', che si riferivano alla popolazione latina stanziata in Dacia a partire dalla conquista della regione da parte di Traiano (II sec. d.C), o, per meglio dire, alla commistione tra i coloni collocati dall'impero nell'area, il preesistente elemento dacio e quello slavo che vi si sovrappose successivamente.
Per comprendere a pieno i motivi di questa "sovrabbondanza" sia in italiano che in romeno, occorre fare alcune premesse a proposito della storia della Romania.
È uno stato relativamente recente: il processo di unificazione delle regioni storiche che contribuiscono a formare il territorio dell’odierna Romania (Valacchia, Transilvania, Moldavia, Dobrugia), iniziato alla fine dell’Ottocento, definitosi in seguito alle guerre balcaniche e alla Prima guerra mondiale, si è compiuto solo al termine della Seconda guerra mondiale. Lo stesso nome dello stato è il risultato di questo processo.
Un’altra considerazione da fare è che nelle regioni che compongono lo stato convivono diversi gruppi etnici – Ungheresi , Tedeschi, Slavi e i Rom, provenienti dall'India, fermatisi nei territori di Valacchia, Moldavia e Transilvania – anche se, dopo la Seconda guerra mondiale, il peso numerico delle minoranze non romene è notevolmente diminuito.

L'ipotesi di un'origine latina come base per il formarsi di una coscienza nazionale romena si sviluppò particolarmente nel sec. XVIII, quando nella Transilvania, passata sotto il governo austriaco, si favorì la diffusione della cultura classica. Alla volontà di rendere esplicita la connessione con la latinità e con Roma si ricollega solitamente l’adozione dell’etnonimo român in luogo del più antico (ed etimologico secondo le regole dell’evoluzione fonetica locale) rumân.
In realtà la questione è molto più complessa ed è stata diffusamente affrontata da Luisa Valmarin in un saggio del 1989 dal titolo La guerra del ru- e del ro-, di cui cercheremo di sintetizzare alcuni passi. Secondo la Valmarin la proposta di român in luogo di rumân non è una mera questione formale, ma è legata "a specifici aspetti della storia sociale e politica del popolo rumeno, tali da riflettersi sulla stessa evoluzione semantica del nome" (p. 1386). L'etnonimo rumân "negli antichi documenti di Valacchia [almeno dalla fine del XVI sec. ...] indica non solo l'appartenenza ad un popolo, ma anche, nell'ambito della stessa unità etnica, quella alla condizione sociale di servo della gleba"(p. 1387). Avvenne cioè, dice la studiosa citando le parole di Carlo Tagliavini (Le origini delle lingue neolatine, Bologna, 19623), "per questo nome etnico [rumân] l'inverso di quanto era accaduto in Francia per il nome dei Franchi. La classe dominatrice slava toglie ai rumeni i diritti civili e rumân appare, fin dai più antichi monumenti della letteratura, col senso di 'schiavo'" (p. 1390). Nonostante la servitù della gleba venga abolita nel 1746, la connotazione negativa assunta dal termine "è tanto forte e radicata che oltre un secolo più tardi essa designa ancora chi appartiene alle categorie più umili". Anche in Transilvania avvenne qualcosa di analogo: la regione, dominata dagli Ungheresi, in seguito all’occupazione turca dell’Ungheria nel 1541, si proclama principato autonomo, il cui governo gradito agli Ottomani è controllato da una dieta composta da nobili ungheresi, secui e sassoni, ma non romeni. "I rumeni, quindi, privi di una nobiltà che li rappresenti nella dieta [...] vengono esclusi dal sistema politico così fissatosi: in Transilvania perciò il nome di rumân designa [...] soprattutto l'appartenente ad una popolazione per definizione totalmente priva di qualunque diritto civile e politico" (p. 1393).
Così, quando in Transilvania si affermano con rigore storico-filologico l'ascendenza latina dei romeni e il carattere romanzo della loro lingua, la proposta di abbandonare rumân per român è sostenuta in tutta la regione anche da motivi politici e sociali. E quando, "dopo una prima fase di fluttuazione, român si generalizza grazie all’azione dei letterati rivoluzionari del 1848 […] si prepara il terreno affinché nel 1859, al momento dell’unione dei principati di Moldavia e Valacchia, per il nuovo stato così costituitosi venga adottato il nome di România, simbolico punto di arrivo delle lotte secolari condotte per l’emancipazione socio-politica del popolo rumeno” (p.1394).

Vediamo adesso come questa situazione si riflette nella nostra lingua:

In realtà fino al secolo scorso [l’Ottocento] (e non solo in italiano, ma anche in latino, francese, tedesco, ecc.) i termini correntemente usati per indicare i tre principati rumeni erano quelli di Valacchia, Moldavia e Transilvania, accompagnati dai rispettivi etnonimi, mentre solo occasionalmente ed in specifiche situazioni si usava il termine rumeno per indicare gli abitanti della zona carpato-danubiana e la loro lingua; ciò accadeva soprattutto quando si faceva riferimento alle origini latine di questo popolo e quindi alla romanità del suo idioma. L’adozione di tale forma modellata su rumân, di cui conserva solo il riferimento etnico e non quello sociale, si spiega del resto in modo molto semplice ricordando che i visitatori italiani – missionari, diplomatici, viaggiatori, ecc. – nel lasciare memoria scritta della loro esperienza non facevano altro che riprodurre l’etnonimo nella forma con cui avevano più familiarità” (p. 1405).

A conferma di ciò troviamo nel corpus Bibit rumeno nella Relazione del Nobil Uomo Giambattista Donado [...] del suo Bailaggio a Costantinopoli del 1684, a fronte dell'assenza nell’intero corpus della voce romeno.
Anche il GDLI offre autorevoli testimonianze in proposito: negli Scritti di Giuseppe Mazzini troviamo la variante desueta rumano ("Tre milioni di Rumani in Transilvania e in Ungheria rimangono servi dell’Austria") e rumeno nella Prefazione al canto La Croce di Savoia in Ceneri e faville di Giosue Carducci. La variante con la u è testimoniata anche in epoca recente negli scritti di Moravia e Calvino.
La forma romeno fa la sua comparsa nella prima metà del Novecento, negli anni della Seconda guerra mondiale e soprattutto nella lingua dei quotidiani: sono gli anni del fascismo e dell’esaltazione dell’origine romana comune ai due popoli che finiranno per trovarsi alleati nell'Asse.

Anche i linguisti hanno partecipato al dibattito e in particolare, com’era da prevedere, coloro che si occupano della lingua romena, come Luisa Valmarin; e lo fanno in modo piuttosto acceso se l’articolo citato si apre così:

Rumeno o romeno? Questo è il dilemma che agita i ru-/romenisti italiani, dividendoli in due schiere fieramente contrapposte: rumeno, calco sull'antica, ed ormai del tutto desueta, forma rumân, esito del latino ROMANUS, o romeno, calco su român, variante impostasi nei Principati danubiani il secolo scorso e generalizzatasi ufficialmente in Italia nell'ultimo dopoguerra?

In Italia, fino a quasi tutta la prima metà dell’Ottocento, oggetto di studio dei linguisti era la lingua valacca. Luisa Valmarin indica nell’opera di Ascoli il momento in cui “si può cogliere in maniera esemplare, il passaggio da un etnonimo all’altro: infatti mentre nel 1846 il primo saggio che egli abbia pubblicato in assoluto è intitolato Sull’idioma friulano e sulle sue affinità colla lingua valaca, l’aggettivo rumeno comincia a comparire negli Studj critici del 1861” (p. 1405), ovvero negli anni dell’unione dei principati di Moldavia e Valacchia nello stato che da allora si chiamerà România.
Le scelte dei linguisti in un primo momento, pur oscillando tra rumeno, rumano, che abbiamo visto usato da Mazzini, e rumuno, hanno sempre la ru- iniziale; ben presto però ha inizio la "guerra del ro- e del ru-" che si protrarrà anche nel secolo successivo.

L’incertezza nell’uso della forma si prolunga fin nel nostro secolo […] La discussione viene infine ripresa – ma diremmo meglio conclusa – […] da C. Tagliavini il quale nel lontano 1923 intitolava appunto un suo articolo Rumeno o Romeno?” [in "L'Europa Orientale", III, 1923. 6, pp. 366-367 nel quale si sosteneva la variante ru- non solo] perché è la forma "regolare", ma in Italia è anche la più comune [...] quella che si avvicina di più alle equivalenti forme delle "lingue colte europee" (p.1407 e sg.).

La forma con ro- sarebbe da evitare non solo perché una evoluzione secondaria sostenuta da un'operazione artificiosa, ma anche perché

non sempre si possono abbandonare le tradizioni storiche di una lingua per imporre una forma ricalcata su un modello straniero. Farebbe ridere chi si mettesse a dire e scrivere Rossia in luogo di Russia (russo Rossija) [...] e dicesse Suomi in luogo di Finlandia (finnico Suomi) (Ibid.)

Tagliavini sosteneva anche Rumania rispetto a Rumenia, Romenia e Romania, le proposte correnti all'epoca. A conclusione del suo studio la Valmarin, benché Romania si sia definitivamente imposto, continua a rivendicare "il diritto ad usare la forma etimologica rumeno, senza sentirci colpevoli di occultare la romanità dei consanguinei di Dacia, visto che - parafrasando quel che scriveva il Tagliavini - riteniamo che la fraternità latina debba consistere in ben altro che "in quell'o di romeno".

Oggi, sebbene nessuno più tiri in ballo "la fraternità latina", rumeno sembra ancora resistere a romeno. Abbiamo già visto che la lessicografia contemporanea, pur accogliendo romeno continua a legittimare rumeno senza notazione alcuna per entrambe le varianti. Sicuramente però si può notare anche una lenta progressione nell’affermazione di romeno. Per quel che riguarda la lingua scritta un'indicazione in questo senso ci è offerta dalla consultazione del corpus di Google libri: mentre per il XIX secolo il rapporto tra rumeno e romeno era di 3 a 1 in favore del primo, già nel secolo scorso e in questa prima porzione del nostro secolo, romeno supera, benché di poco, rumeno. Il contesto in cui ciò avviene in modo più sensibile è l’associazione al sostantivo lingua.
La stampa sembra confermare l’affermazione della variante in ro-: l'archivio di “Repubblica” mostra una lieve prevalenza di romeno, che diviene decisamente più marcata in quello del “Corriere”.
Anche nel mondo accademico si riscontra la medesima tendenza, visto che la formula con cui si indica il corso universitario è più spesso “lingua e letteratura romena” che “lingua e letteratura rumena”.
Nello stesso portale dell’Enciclopedia Treccani la voce romeno ricorre molto più frequentemente di rumeno, che, nella maggior parte dei casi, è usato in riferimento a persona (scrittore, regista, pianista rumeno). A quest’ultimo dato fa riscontro in rete un’analoga presenza maggioritaria di rumeno in associazione agli stessi sostantivi (e il motore di ricerca suggerisce: “forse cercavi ... rumeno”).
Le istituzioni invece mostrano la tendenza inversa: registrano infatti più occorrenze di rumeno il sito per L'accesso al diritto dell'Unione europea – in questo sito si può notare che romeno non è mai riferito a persona – e la versione in italiano del sito dell'ambasciata di Romania, in cui rumeno appare anche nel menu principale della pagina di apertura.

Venuta meno l'ideologia che vedeva nella comune discendenza dall'impero romano un motivo per sostenere romeno, la scelta fra le due varianti può essere ricondotta al solo piano formale per cui, di contro alla ragione etimologica e alla tradizione letteraria a sostegno di rumeno, si pongono a favore di romeno la simmetria con Romania e la maggiore adesione alla lingua romena. Si può scegliere: in questo stesso sito potete trovare usate entrambe le forme.

Per approfondimenti:

  • Luisa Valmarin, La guerra del ru- e del ro-, in Miscellanea di studi in onore di Aurelio Roncaglia a cinquant’anni dalla sua laurea, Modena, Mucchi, 1989: pp. 1385-1409.

A cura di Matilde Paoli
Redazione Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca 

14 ottobre 2013