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G. Fanello Marcucci, C. Marazzini, G. Di Leo e N. Maraschio
Da sinistra: Benedetti, Givone, Benintende, Maraschio, Ravenni, Lavia
H. Van Essen, Natura morta con frutta e animali (Olio su rame cm. 19X27)
Mostra "Napoleone e la Crusca"

Scordare e dimenticare


Quesito: 

La sinonimia di scordare e dimenticare suscita perplessità fra i nostri utenti: in molti ci chiedono se scordare sia un regionalismo, se sia scorretto o troppo informale, quale ne sia l’etimologia, quale la differenza con dimenticare e il rapporto con l’omonimo scordare ‘far perdere l’accordatura’. Alcuni utenti ci chiedono anche se sia più opportuno utilizzare scordare per riferirsi agli affetti e dimenticare alle cose di poco conto. 

Scordare e dimenticare

Il rapporto tra scordare e dimenticare è indicato dai vocabolari come sinonimia quasi completa.
Diciamo infatti con la stessa naturalezza di aver scordato o dimenticato qualcosa o qualcuno, secondo le diverse accezioni presentate dai due verbi: ‘perdere il ricordo di qualcosa o di qualcuno’ (“scordare/dimenticare un motivo musicale”), ‘privare qualcuno del proprio affetto’ (“scordare/dimenticare un amico”), ‘lasciare qualcosa in un posto per disattenzione’ (“scordare/dimenticare le chiavi in casa”), ‘non tenere in considerazione, non fare caso’ (“non scordare/dimenticare le mie parole!”). Un simile parallelismo si registra per quanto riguarda le rispettive forme riflessive. Un caso invece in cui la sovrapposizione semantica risulta forzata e non praticabile riguarda l'uso intransitivo di scordarsi nel senso di ‘non farci affidamento, non contarci’ (“scordatelo!”).

Scordare non è dunque scorretto e anzi può contare su una presenza ininterrotta nella storia della letteratura italiana, con molte attestazioni illustri (Parini, Foscolo, Verga, Carducci come testimonia il GDLI).

Il fatto che alcuni nostri utenti percepiscano scordare come dialettale o meno appropriato in circostanze formali non è tuttavia casuale: da una ricerca su Google Italia le occorrenze in rete di scordare e di alcune sue forme flesse scelte a campione risultano, con trascurabili eccezioni, effettivamente inferiori a quelle di dimenticare con relative flessioni.

scordare: circa 939.000 risultati

dimenticare: circa 18.000.000 risultati

scordarsi: circa 175.000 risultati

dimenticarsi: circa 661.000 risultati

scordato: circa 1.890.000 risultati

dimenticato: circa 41.800.000 risultati

scordassi: circa 35.000 risultati

dimenticassi: circa 31.200 risultati

Va tenuto conto che nei risultati concernenti scordare compare anche il verbo omonimo che ha il significato di ‘far perdere l’accordatura a uno strumento musicale’, e che quindi le occorrenze della nostra parola (scordare sinonimo di dimenticare) devono essere considerate ancora inferiori.

Anche se il tipo scordare non è un termine dialettale, risulta tuttavia distribuito in modo piuttosto disomogeneo sul territorio italiano: laddove il tipo  dimenticare (nelle sue varianti diatopiche) è più frequente al Nord, scordare (con relative varianti) è preferito al Centro-Sud. Occorrenze di entrambi sono in ogni caso registrate pressoché ovunque. Un’eccezione è costituita dal sardo iskarèssere (o scarèširi), termine altro da scordare e da dimenticare, che utilizza un verbo di diversa base etimologica (cfr. l’Atlante Italo Svizzero AIS, Sprach- und sachatlas Italiens und der Südchweiz, VIII, 1649). La forma proviene dal latino volgare *excadere (W. Meyer-Lübke, Romanisches Etymologisches Wörterbuch, Heidelberg, Carl Winter Universitätverslag, 1935, p. 261) probabilmente dopo essere passato attraverso lo spagnolo antico e dialettale escaecer, ‘scadere’ (la presenza in alcune zone della Sardegna meridionale delle forme in iskae-, scae-, senza -r-, rafforzerebbe questa supposizione).

È l’uso, inoltre, a sancire una differenza non trascurabile tra le due forme. Il GRADIT classifica dimenticare come lemma fondamentale (FO) del vocabolario di base e scordare come di alto uso (AU). Ricordiamo, a questo proposito, che secondo la classificazione del GRADIT, FO è marca attribuita a quei circa 2000 termini che comporrebbero il nostro lessico quotidiano, mentre AU, che ne identifica invece circa 2500, segnalerebbe solo il 6% dei nostri discorsi.   

Una razionalizzazione della differenza dell’utilizzo di scordare e dimenticare, come rileva un nostro utente, è spesso proposta su base etimologica. Non è infrequente imbattersi in prescrizioni dell’uso di dimenticare per cose di poco conto o informazioni, dal momento che scordare sarebbe piuttosto pertinente a persone care e affetti, essendo presente nella radice del primo la parola latina mens, ‘mente’, e nella seconda cor, ‘cuore’. La stessa preoccupazione era condivisa da Benedetto Croce, che scriveva in Conversazioni critiche (1950-1951, p. 69): «Onde l’italiano rammentare (e dimenticare), che si riferiscono piuttosto alla mente, e il ricordare (e scordare), che si riferiscono piuttosto al cuore».

Occorre dire, però, che la scienza etimologica, ricostruendo le fasi più antiche della storia delle parole di una lingua e ricostruendone l’evoluzione semantica, non si incarica di stabilirne anche le norme per l'uso moderno: “la forma o il significato originale di una parola non rispecchiano necessariamente il suo significato corretto”, e l’etimologia del significato di certe parole non sempre è sufficiente a giustificarne l’uso (cfr. J. Lyons, Language and Linguistics, Cambridge, Cambridge University Press, 1981; trad.it. di W. Pecoraro e C. Pisacane, Lezioni di linguistica, Roma-Bari, Laterza, 1989). 

Dimenticare è attestato in italiano per la prima volta in una delle versioni del volgarizzamento anonimo in romanesco del Liber Ystoriarum Romanorum, le Storie de Troia e de Roma, datato tra il 1252 e il 1258, nell’accezione più probabile di ‘non avere considerazione o cura per qualcuno o qualcosa’ (cfr. Ernesto Monaci, Storie de Troja e de Roma, Roma, R. Società Romana di Storia Patria, 1920, p. 107): «E Bruto sio patre [...] fecese paço e disse ad alta voce: “Iammai non serraio sapio, se non me dimenticaraio de Tarquinio”». È interessante notare come la parola già nella seconda metà del XIII secolo fosse molto ricca dal punto di vista semantico e venisse usata in molte accezioni (oltre che nella citata, anche, per esempio, in quelle di ‘non ritenere più nella memoria’, detto di informazioni ma anche dell’amore, ‘considerare con indulgenza, perdonare’, ‘abbandonare’, ‘mancare’ in riferimento a un comportamento o a qualcosa che si dovrebbe fare), alcune delle quali legate alla sfera degli affetti (legame che a torto si attribuisce soltanto a scordare) (cfr. corpus TLIO, Tesoro della lingua italiana delle Origini). Cecco Angiolieri sceglie infatti dimenticare in un contesto in cui si riferisce alla perdita dell’affetto nei confronti di alcune persone: “La povertà m’ha sì disamorato, / che s’i' scontro mie donne entro la via, / a pena la conosco,’n fede mia, / e ’l nome ho già quasi dimenticato” (Canzoniere, a cura di C. Steiner, Torino, Unione Tipografico-Editrice Torinese, 1928).

Il termine esisteva già nel latino tardo come dementicāre, ‘uscire di mente’, derivato di dimentīre ‘perdere il senno’, a sua volta composto di dē- , prefisso che conferisce valore privativo, e mens (gen.mentis) ‘mente’ (l'Etimologico).

Più complessa appare la storia del verbo scordare. Nel senso di ‘dimenticare, non ricordare più’ viene da ricordare: quest’ultimo (presente già nel latino come recordari) significa ‘serbare nel cuore’, con il prefisso re- di movimento al contrario che indica propriamente un ‘rimettere nel cuore’, come invertendo il senso dello sprofondare del vissuto in un oblio progressivo, dove però il cuore è inteso come la sede della memoria e dell’intelligenza. Scordare si forma, come frequentemente avviene, per la semplice sostituzione del prefisso con la s- privativa (DELI, L’Etimologico). La prima attestazione di scordare inteso nell’accezione di ‘perdere il ricordo di qualcosa o di qualcuno’ è ancora più antica di quella di dimenticare (secolo XII-XIII) e compare nell’Elegia giudeo-italiana nella forma del participio passato scordatu: “Pi quisto Deu li foi adirato, / e d’emperiu loro foi caczato, / ka lo Soo nome àbbero scordatu” (in Poeti del Duecento, a cura di G. Contini, Milano-Napoli, 1960, vol. I, pp. 37-42, a p. 37). Antica è anche l’attestazione di scordare nell’accezione di ‘perdere una nozione’. Riportiamo qui un passo della traduzione della Historia naturale di Plinio a opera di Lodovico Domenichi (1561), in cui peraltro compare anche dimenticare usato per riferirsi a persone care: “Uno, percosso da una pietra, si scordò solamente le lettere; un altro, essendo caduto da un altissimo tetto, si dimenticò la madre et i parenti suoi” (Lodovico Domenichi, Istoria naturale, Venezia, Antonelli, 1844).

Com’è facile notare, la pratica linguistica non sembra aver mai fatto realmente differenza tra dimenticare e scordare, riservando l’uno alle cose e l’altro alle persone e agli affetti. Fin dalla loro comparsa, anzi, i due verbi compaiono come perfetti sinonimi, senza che nell’uno risuoni una sfumatura affettiva maggiore che nell’altro. La scelta dell’uno o dell’altro appare un’alternativa del tutto indolore, come in questo passo della Scala del paradiso, testo toscano della metà del Trecento: “Quelli che ricevono questo grado eguale agli angeli molte volte si scordano, cioè si dimenticano del cibo corporale” (La scala del Paradiso di S. Giovanni Climaco, Bologna, Romagnoli, 1874, p. 484).

Il discorso è diverso per lo scordare omonimo, ‘far perdere l’accordatura a uno strumento musicale’. L’origine del verbo non è del tutto chiara, non essendo chiaro il rapporto che lo lega a scordare inteso come ‘dimenticare’. In Migliorini-Duro si ipotizza un’origine dal latino parlato *accordare (cfr. anche Max Pfister, Lessico Etimologico Italiano, vol. I, Wiesbaden, Dr. Ludwig Reichert Verlag, 1979, p. 319) derivato per cambio di prefisso da concordare (B. Migliorini - A. Duro, Prontuario etimologico della lingua italiana, Torino ed. 19705). L’originaria radice cor (gen. cordis) ‘cuore’ sarebbe poi stata reinterpretata paraetimologicamente come ‘corda musicale’ (che in latino era invece chorda). L’altra ipotesi è quella che scordare derivi invece, per cambio di prefisso, da un latino parlato *acchordare, e che abbia quindi una radice diversa da quella di scordare ‘dimenticare’ (chorda, ‘corda’ invece che cor, cordis, ‘cuore’). La prima soluzione è quella più accreditata (DELI).

In conclusione, la perplessità che suscita scordare come sinonimo di dimenticare è spesso immotivata. Scordare non è un termine dialettale (anche se ha una distribuzione geografica disomogenea), non è affatto scorretto né appartiene a un registro basso, non va confuso con il suo omonimo ed è da sempre usato sia per dare voce alla perdita dell’affetto, sia alla perdita della memoria. La scelta dell’uno o dell’altro è dovuta a ragioni e abitudini linguistiche personali, di contesto o di gusto, in parte legate alla regione di provenienza. Certo, nei fatti, ribadiamo l’inesistenza di una maggiore adeguatezza di scordare su dimenticare nel linguaggio dei sentimenti: così il lamento di Violetta “Ah, se ciò è ver, fuggitemi / solo amistade io v'offro: / amar non so, né soffro / di così eroico ardor. / Io sono franca, ingenua; / altra cercar dovete; / non arduo troverete / dimenticarmi allor” (Francesco Maria Piave, La Traviata, 1853), non appare meno appropriato di quello di Manrico: “Sconto col sangue mio / l'amor che posi in te! / Non ti scordar, non ti scordar di me, / Leonora, addio” (Salvatore Cammarano, Il Trovatore, 1853), dove la diversa scelta del veneziano Piave e del napoletano Cammarano, è dovuta, forse, a origini diverse, e, probabilmente, a necessità di tipo metrico.

 

A cura di Simona Cresti
Redazione consulenza linguistica
Accademia della Crusca

21 dicembre 2012