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Claudio Marazzini, Ludovica Maconi, Vittorio Coletti, Maria Agostina Cabiddu

Mi sa che...


Quesito: 

Molti utenti ci chiedono se l’espressione mi sa che debba essere seguita dal verbo all’indicativo o al congiuntivo. In particolare, Claudia Brambilla da Milano si interroga sulla sua origine.

Mi sa che...

 

La locuzione mi sa, utilizzata nel significato di ‘mi sembra, ho l’impressione’, può essere seguita da una frase soggettiva introdotta dalla congiunzione che, in espressioni del tipo mi sa che non verrò.

Per ricostruire l’origine del costrutto mi sa che è necessario partire dalla base latina: il verbo SĂPĔRE ha come primo significato quello intransitivo di ‘aver sapore, sapere di’, da cui quello transitivo di ‘conoscere, capire’. Nel latino classico è soprattutto SCĪRE il verbo impiegato con il valore di ‘sapere’ ed è nel latino parlato di età imperiale che SĂPĔRE (poi SAPĒRE) ha assunto sempre più valore transitivo e il significato principale di ‘sapere’, vincendo così su SCĪRE (Migliorini, Storia della lingua italiana, p. 40).

Fin dall’italiano antico, oltre al significato principale di ‘conoscere, avere cognizione di qualcosa’, il verbo sapere mantiene quello etimologico: ne è un esempio il verso dantesco «Tu proverai sì come sa di sale / lo pane altrui, e come è duro calle / lo scender e ’l salir» (Paradiso, XVII, 58-59). Dalla consultazione del corpus TLIO risulta che a partire dal significato originario, sapere acquisisce il significato di ‘sembrare, risultare in un certo modo’, seguito dalla preposizione di: «mei sa di baratto» (Guittone d’Arezzo), «mi sa di buon vostro parlare» (Chiaro Davanzati), «lo male sa di falso» (Giordano da Pisa). In questo stesso significato sapere può essere anche seguito direttamente da un aggettivo: «como ti seppe bona la venuta, / consiglio che ti guardi a la partuta» (Cielo d’Alcamo), «non mi sa buono se non vi risuona Jesù» (Leggenda Aurea). Dal tipo mi sa buono (il clitico mi sembra cristallizzarsi abbastanza presto, probabilmente sul modello del provenzale m sap bon) si è formata la locuzione mi sa buono / bene / male, seguita da una subordinata soggettiva introdotta da che, probabilmente in analogia con i verba putandi (come giudicare, credere, pensare): «senza ciò non mi sa bon ch’eo viva» (Guittone d’Arezzo), «ma buon mi sache chi doe cose inzarpa, / convien de l’una al tutto esser isfatto» e «peggio mi sa ch’io so ben che tu sai» (Francesco di Vannozzo). Espressioni del genere ricorrono spesso anche nei testi letterari successivi, come per esempio nella commedia La Lena dell’Ariosto (1525): «Peggio mi sa, che mio padron trovata mi ha», e ne La Trinunzia del Firenzuola (1552): «Mal mi sa, che non vengono». Dalla consultazione della LIZ risulta che l’espressione peggio mi sa che si trova anche nei Motti e facezie del giovane Arlotto, pubblicati nella seconda metà del ’400, e ne La cazzarìa del Vignali (1526-27).

Altri esempi cinque-secenteschi ricorrono nel Vocabolario degli Accademici della Crusca che, nella terza e quarta impressione (1691;1729-1738), s.v. stare, riporta la citazione da La dote del Cecchi (1550): «Oh e’ mi sa mal che voi stiate qui in piedi». Sempre nella quarta edizione, s.v. scomodare / scommodare e scortesia troviamo un esempio dalla Tancia del Buonarroti (primo decennio del XVII secolo): «Oh mi sa mal, che tu gli scomodassi». È interessante, inoltre, che questi esempi vengano messi sotto altre voci e che invece al lemma sapere si accenni al costrutto. È da notare anche la tipologia testuale in cui ricorre l’espressione: si tratta per lo più di commedie teatrali e questo inserisce l’uso del costrutto nel parlato riprodotto.
Il passaggio ulteriore è stato da mi sa mal che / mal mi sa che, in cui l’intera espressione veicola l’idea di giudizio, a mi sa che, con la perdita dell’avverbio e l’acquisizione del significato generico di ‘mi sembra che, ho l’impressione che’.

Il dubbio che può sorgere con espressioni come mi sa che è, appunto, come suggeriscono i nostri utenti, relativo al modo verbale della proposizione subordinata seguente: indicativo o congiuntivo? Come sappiamo dalle grammatiche normative e descrittive dell’italiano, l’indicativo è il modo della certezza, mentre il congiuntivo «esprime un certo grado di allontanamento dalla realtà o dalla constatazione obiettiva di qualcosa, contrassegnando un’azione o un processo in quanto desiderato, temuto, voluto, supposto» (Serianni, Grammatica italiana, XI, 7, pp. 382-383). Altri, ad esempio Moretti Orvieto ne La Grammatica Italiana (p. 8), sottolineano che «l’alternanza tra questi due modi non riflette rigidamente l’opposizione tra certezza e incertezza, oggettività e soggettività, secondo i valori propri di indicativo e congiuntivo. Spesso è solo una questione di scelta fra il seguire la tradizione letteraria (congiuntivo) o la popolarità dell’espressione (indicativo)». In particolare, per il costrutto mi sa che, i dizionari negli esempi riportati prediligono l’uso dell’indicativo: così il GDLI, il De Felice-Duro 1993, il Garzanti 2007, il Vocabolario Treccani 2012 e il Devoto-Oli 2012, che specifica: «mi sa + che e indicativo». Il Sabatini-Coletti 2008 consente l’alternativa indicativo-congiuntivo: «mi sa che il tempo sta / stia cambiando» e «mi sa che qui le cose vanno / vadano a finire male»; al contrario, lo Zingarelli 2012 consiglia l’uso del congiuntivo: «mi sa che non sia vero» e «mi sa che stia per piovere». La prevalenza dell’indicativo conferma l’ambito parlato del costrutto (anche se si tratta di parlato riprodotto in testi letterari).

La parziale oscillazione tra indicativo e congiuntivo riscontrata nella lessicografia può dipendere da diversi fattori: 1) dalla possibile sfumatura di significato veicolata dal modo verbale: «mi sa che non vengono» esprime un’idea più certa rispetto a «mi sa che non vengano», in cui la presenza del congiuntivo conferisce alla frase un senso di probabilità; 2) dalla maggiore frequenza con cui il congiuntivo ricorre nelle subordinate (finali, ipotetiche, restrittive, concessive, soggettive e oggettive introdotte da che, ecc.); 3) dall’affidamento più o meno diretto alla tradizione letteraria, secondo la grammatica di Moretti-Orvieto.

Per quanto riguarda il congiuntivo, attraverso il motore di ricerca di Google Libri riscontriamo l’uso di mi sa che + congiuntivo anche in un testo del 1846, dal titolo Della vita e dei lavori di Francesco Mazzola detto il Parmigianino («né chiedo venia, ma quella mi sa che fosse una giustizia fatta peggio che coll’asce»), e in un foglio settimanale, Il vero amico, datato 1849 («perché mi sa che in nessuno debba mancare il suo centellino di vero»). Inoltre, la LIZ riporta l’esempio tratto dalla commedia La signora Morli, una e due di Pirandello (1922) «mi sa che quel giovanotto debba tener molto da suo padre», con il verbo sempre al congiuntivo. Il rilancio dell’indicativo, già presente nelle testimonianze antiche, è dovuto anche alla generale tendenza dell’italiano contemporaneo a utilizzarlo di più rispetto al congiuntivo (a tal proposito rimandiamo alla scheda di approfondimento Uso del congiuntivo di Mara Marzullo). Inoltre, un fattore determinante può essere il contesto di informalità in cui l’espressione mi sa che è impiegata: viene definita infatti come colloquiale dal GDLI e dell’uso familiare dal Vocabolario Treccani 2012. Non troviamo invece alcuna marca specifica nel De Felice-Duro 1993, GRADIT, Sabatini-Coletti 2008, Garzanti 2007, Devoto Oli 2012 e Zingarelli 2012.

Da un controllo nelle diverse grammatiche normative e descrittive dell’italiano contemporaneo risulta che su mi sa che si sofferma la Grande Grammatica di Consultazione a cura di Lorenzo Renzi, Giampaolo Salvi e Anna Cardinaletti (vol. II, p. 670): il costrutto richiede generalmente il modo indicativo («mi sa che Gianni è davvero tornato a casa» è preferibile a «mi sa che Gianni sia davvero tornato a casa»). La spiegazione prosegue sulla natura idiomatica dell’espressione:
- il verbo sapere è usato in un’accezione speciale, non nel suo significato solito;
- non si può coniugare, ma si usa solo al presente indicativo. Non è grammaticale la frase “*mi sapeva che era meglio non fidarsi di Mario” [...].
Moretti-Orvieto ne La Grammatica Italiana (vol. I, p. 88) che, come abbiamo visto riportano la selezione del modo verbale alla scelta fra il seguire la tradizione letteraria o la popolarità dell’espressione, spiegano che mi sa che può introdurre una proposizione dichiarativa con il congiuntivo, per esempio: «Mi sa che sia un pauroso» (M. Tobino, Il clandestino, 1962). L’uso sembra preferire però l’indicativo; dall’interrogazione del corpus online de La Repubblica risulta infatti una netta prevalenza dell’indicativo sul congiuntivo: «mi sa che sentivo con un orecchio solo», «mi sa che chiedo un piccolo stipendio», «mi sa che non te lo ricordi», solo per fare qualche esempio. Questo conferma il dato di Google: cercando la sequenza esatta mi sa che è risultano 23.700.000 occorrenze, di contro alle 13.500.000 di mi sa che sia.

Rispondiamo allora al dubbio dei nostri utenti seguendo le indicazioni della maggior parte dei dizionari e della Grande Grammatica di Consultazione: dopo la proposizione mi sa che è preferibile l’uso dell’indicativo, data la sua maggiore frequenza, ma senza dubbio è possibile anche il congiuntivo, come riportato dal Sabatini-Coletti 2008, dallo Zingarelli 2012 e dalla Grammatica Italiana di Moretti-Orvieto.

 

A cura di Francesca Cialdini
Redazione Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca

7 novembre 2012