Agenda eventi

L M M G V S D
 
 
 
 
 
1
 
2
 
3
 
4
 
5
 
6
 
7
 
8
 
9
 
10
 
11
 
12
 
13
 
14
 
15
 
16
 
17
 
18
 
19
 
20
 
21
 
22
 
23
 
24
 
25
 
26
 
27
 
28
 
29
 
30
 
 
La segreteria oggi
G. Fanello Marcucci, C. Marazzini, G. Di Leo e N. Maraschio

Sulla pronuncia della s


Quesito: 

Sono giunti in Accademia vari quesiti che chiedevano spiegazioni riguardo alla pronuncia della s. Si riporta qui la risposta data da Marco Biffi su La Crusca per voi (n° 24, aprile 2002, p. 18) a Ugo Perugini.

Sulla pronuncia della s

«Vorrei porvi una domanda sulla esatta pronuncia di una parola che mi ha creato qualche perplessità.
Alcuni alti esponenti della Società per la quale opero - di origine triestina - pronunciano la parola "espansione" con la s sonora, cioè
espan'zjone, e non con la sorda, cioè espan'sjone.
Si tratta di un "vezzo fonico", probabilmente di origine dialettale, ma, per quanto veniale, sempre un errore di pronuncia fastidioso a un orecchio sensibile. Che ne pensate? È solo una mia fisima?

La consonante s (che in fonetica prende il nome di "costrittiva fricativa solcata") può presentarsi sia nella forma sonora che sorda (cioè con vibrazione o meno delle corde vocali), e costituisce uno dei punti critici, pochi invero, del sistema fonologico dell'italiano. Il motivo delle perplessità sulla sua esatta pronuncia in alcune parole trova una spiegazione da un lato nella storia della nostra lingua, e dall'altro nel suo sistema grafico di rappresentazione.

All'interno di uno dei vari fenomeni di trasformazione dal latino all'italiano (la sonorizzazione), la s latina, sempre sorda, è divenuta sonora in alcune parti d'Italia mentre si è conservata in altre, con varie differenze dovute anche agli specifici contesti fonetici (i suoni precedenti e successivi) in cui si è venuta a trovare.

Tendenzialmente la s sorda latina intervocalica si è conservata al centro-sud, è divenuta sonora al nord, mentre ha avuto un comportamento oscillante nel toscano, e quindi in italiano. Di fronte a questa situazione variegata, il sistema grafico ha fornito soltanto un grafema, un segno, per indicare sia la variante sorda che la sonora, lasciando quindi nell'incertezza i parlanti non toscani sull'esatto valore all'interno delle singole parole (una situazione analoga a quella delle vocali e e o aperte o chiuse). Per valutare appieno l'impatto di questo elemento non è inutile ricordare che per secoli la lingua nazionale unitaria si è diffusa a partire dal modello fiorentino soltanto per scritto, sulla base dei testi dei grandi scrittori e dei vocabolari, lasciando una perenne incertezza sull'esatta pronuncia di alcune parole che presentavano la s; un problema risolto dai parlanti non toscani sotto l'influenza del dialetto, che, per ragioni storiche, offriva soluzioni diversificate.

In realtà nell'italiano attuale la situazione è meno complicata di quanto si potrebbe immaginare, perché esiste una casistica ben definita che riduce al minimo i casi di ambiguità. La s è sempre sorda: 1) ad inizio di parola, se segue vocale (ad es. seta); 2) quando è lunga, cioè 'doppia' (ad es. cassa); 3) quando è seguita da una consonante sorda (ad es. scuola, casco), 4) quando è preceduta da una consonante (ad es. falso, penso); 5) in posizione finale (ad es. autobus). Invece si ha sempre una sonora, per assimilazione, quando la s è seguita da una consonante sonora (ad es. sbatto, smetto, sdentato, esborso, giurisdizione ecc.). Solo in un particolare contesto fonetico esiste ambiguità, e cioè nel caso in cui la s sia preceduta e seguita da vocale: in questo caso la s può essere sia sorda che sonora, con conseguenti oscillazioni rispetto alla pronuncia toscana legate alle varietà dialettali di appartenenza. La differenza è percepibile soltanto in alcune coppie di parole che differiscono unicamente per le due consonanti, come ad esempio fuso con la sorda, per indicare lo strumento, e fuso con la sonora, per il participio passato del verbo fondere; oppure Brindisi (città), con la sorda, opposto al nome comune brindisi. Solo i parlanti toscani, del resto, sono naturalmente consapevoli di questa differenza di pronuncia (al settentrione la s intervocalica viene pronunciata come sonora, al meridione come sorda, annullando le opposizioni a cui abbiamo accennato); e questa consapevolezza si sta progressivamente perdendo sulla scia del fenomeno di estensione della pronuncia sonora della s intervocalica, che si è ampiamente diffuso nell'italiano degli ultimi anni (ad esempio casa, con la sonora, invece della sorda etimologica toscana).
La parola espansione, proposta nel quesito, non lascia dubbi: siamo infatti in uno di quei casi in cui la pronuncia è necessariamente sorda, condizionata dalla presenza della consonante n che precede, e che ha preservato il suono originario latino dalla trasformazione in sonora. Ma proprio tenendo conto di quanto detto sulle varie pronunce locali della consonante, dovute al suo processo di trasformazione geograficamente differenziato e al modo in cui si è diffusa la nostra lingua, si capisce la ragione della particolare pronuncia segnalata: è infatti vero, come emerge dal quesito, che la realizzazione sonora della s all'interno del nesso ns è tipica dei parlanti triestini (il fenomeno è registrato in Luciano Canepari, Manuale di Pronuncia Italiana, Bologna, Zanichelli, 1999, p. 407). In particolare la pronuncia è legata a parole "dotte" come offensiva, espansione, sospensione, pensione, scansione, difensore, insisto, consistere, ansioso, mentre manca in parole comuni come penso, pensiero.
Fissate queste coordinate, il problema sollevato deve essere necessariamente inserito nel quadro generale del rapporto tra lingua e dialetto: la pronuncia con s sonora è estranea all'italiano standard, ma è corretta all'interno della varietà dell'italiano regionale, come del resto avviene per molte altre pronunce "critiche" (come le vocali e e o, a cui si accennava sopra). Da un punto di vista normativo si può insistere soltanto sulla necessità della consapevolezza: ciò che è veramente importante è sapere che anche sul fronte della pronuncia esiste una norma per l'italiano, mentre certe realizzazioni sono da ricondurre alle varietà locali; e, conseguentemente, gestire con coscienza e attenzione tutte le potenzialità e le sfaccettature della nostra lingua, funzionalmente alla situazione comunicativa in cui ci troviamo. Nel caso sottoposto alla nostra attenzione, poi, non credo si tratti di un "vezzo fonico": una certa attitudine fonetica acquisita dalla nascita si perde con difficoltà; e lo dice un fiorentino, che, per quanto consapevole e allenato, pur con il massimo sforzo, non riesce mai ad ordinare una Coca Cola fuori di Firenze senza essere riconosciuto, e bonariamente preso in giro.»

 

30 settembre 2002