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L’«autodidascalo» scrittore. La lingua della Scienza Nuova di Giambattista Vico
G. Fanello Marcucci, C. Marazzini, G. Di Leo e N. Maraschio

Un portafogli, un portafoglio? Più portafogli, ma soprattutto tanti “fogli” con cui riempirli!


Quesito: 

Sono veramente tanti gli utenti che ci rivolgono la stessa domanda: l'oggetto che quotidianamente ospitiamo nelle nostre tasche o nelle nostre borse si chiama portafoglio o portafogli? Un ministro della Repubblica può essere "senza portafogli"? O "senza portafoglio"?

 

Un portafogli, un portafoglio? Più portafogli, ma soprattutto tanti “fogli” con cui riempirli!

 

 

Tenendo conto del suo impianto tendenzialmente prescrittivo, lo strumento comunque più affidabile a cui ricorrere in casi come questo, di oscillazione grafica, è il DOP che, alla voce portafoglio, offre questa indicazione: “s.m.; pl. -gli; nel solo significato di ‘custodia di pelle’, comune anche la forma originaria e più corretta portafogli inv.”. Il DOP quindi si sofferma sull’alternanza delle due forme per uno solo dei significati che la parola può assumere, quello di ‘custodia di pelle’ e, per questo caso specifico, si pronuncia piuttosto nettamente a favore di una maggiore correttezza di portafogli invariabile. Una situazione sostanzialmente analoga ci viene presentata estendendo la ricerca ad altri dizionari sincronici: lo ZINGARELLI 2015 registra la forma portafogli invariabile nell’accezione ampia di ‘custodia di pelle’ sia che si intenda quella per raccogliere documenti e carte sia che si indichi quella per tenere le banconote; Treccani, GRADIT, Devoto-Oli, confermano l’oscillazione tra portafoglio (con plur. portafogli) e portafogli invariabile circoscritta al significato di ‘custodia di pelle per contenere banconote’; Sabatini-Coletti 2008 distingue le due voci, ma non specifica a quali accezioni sia limitato l’uso di portafogli invariabile. La forma del plurale dunque non dà problemi, è sempre e comunque portafogli, mentre è il singolare a presentare oscillazioni nell’uso, confermate anche da una ricognizione in rete, dove si riscontra una netta prevalenza di portafoglio: impostando una ricerca su Google (consultato il 7 luglio 2017) con "un portafogli" si ottengono infatti 83.600 risultati, mentre con "un portafoglio" si arriva a 457.000. La tendenza nell’uso pare quindi andare decisamente nella direzione opposta a quella indicata dal DOP che, forse proprio per questo, insiste con tale precisazione.

 

Dal punto di vista morfologico il composto porta + fogli si allinea a molti altri composti analoghi in italiano del tipo portaombrelli, portacarteportamoneteportapenne, portasciugamani, portaborse, portaritratti, portariviste, portavalori: il plurale fogli del secondo elemento del composto risulta in perfetto accordo semantico con la funzione di oggetti di questo tipo, quella cioè di tenere raccolta una molteplicità di oggetti (nel caso specifico fogli, documenti o pezzi di carta moneta).

 

Sempre il DOP indica portafogli anche come la forma originaria del composto e, in effetti, la prima registrazione lessicografica, nel Dizionario universale di F. D’Alberti di Villanova (1797-1805), prevede proprio questa forma attestata in G. Della Casa (ante 1556), ripresa direttamente dal francese portefeuilles (le prime attestazioni in francese sono con il plurale) adattato alla forma e alla pronuncia dell’italiano, ma di cui mantiene il significato di ‘custodia per fogli’. Il significato attualmente più diffuso, quello di ‘busta per banconote’, entra in italiano molto più tardi: il DELI data la prima attestazione di portafoglio, con foglio singolare, nel 1869, ma il libretto del melodramma Gli Avventurieri di Antonio Ghislanzoni, in cui il termine ricorre, è in realtà del 1867; è da notare che la parola si trova tra parentesi, in un’indicazione dell’autore all’attore che deve pronunciare la battuta: “La cosa è molto facile, ho meco del denaro (mette mano al portafoglio)” (Atto I, Scena VIII). Nell’indicazione fuori testo l’autore ricorre a una parola recente che però doveva essere già entrata nell’uso; in effetti l’oggetto, nella forma e con la funzione attuali, deve essersi diffuso nella prima metà dell’Ottocento, con l’emissione di cartamoneta in Europa prodotta dalle riforme napoleoniche e il bisogno di un contenitore adeguato.

E proprio la necessità di identificare un oggetto concreto e divenuto quotidiano ha probabilmente portato all’indebolimento del legame con la funzione generica di ‘portare più fogli’ espressa dal composto, facendo così prevalere la funzione denominativa di un singolo oggetto che doveva prevedere anche un plurale: un portafoglio/più portafogli. Il nome dell’oggetto portafoglio, divenuto sempre più familiare, ha occupato progressivamente anche lo spazio dell’originario portafogli, tanto che anche nel Tommaseo-Bellini la voce a lemma è portafoglio (e portafogli), benché l’unica accezione contemplata sia ancora quella di “Arnese di pelle, in forma di libro, legatovi dentro un quadernuccio di carta da appuntarvi checchessia, e diviso pur nella parte di dentro in due o più tasche, da conservarvi fogli o altro: e si chiude infilando una lingua, che sporge da una delle due parti in una staffa che è nell'altra parte”; a margine di questa definizione lo stesso Tommaseo, con scoperta ironia, aggiungeva l’accezione figurata di ‘ministero’ che ne è derivata: “T. Dal fr. Gli è il simbolo del ministero di Governo; giacchè Portare i fogli non significa Leggerli nè Capirli. Il portafoglio de' lavori pubblici. – Ministro senza portafoglio. E l’alternanza tra le espressioni “Ministro senza portafoglio” e “Ministro senza portafogli” è ancora presente anche se con una netta prevalenza della prima (33.800 occorrenze su Google contro le 2.680 della forma plurale).

Quindi, pur tenendo conto dell’originario portafogli invariabile, dobbiamo constatare che la forma attualmente più diffusa, in particolare per il porta banconote (ma esteso poi anche alle altre accezioni), è quella che prevede il singolare portafoglio e il corrispondente plurale portafogli.

 

Un’ultima osservazione per un italianismo di ritorno, il portfolio. Si tratta di una parola inglese riadattata sull’italiano portafoglio e rientrata nella nostra lingua con la veste inglese negli anni Ottanta (il GRADIT la data 1983). Il portfolio (invariabile come i forestierismi ormai stabilizzati) è qualcosa di molto simile all’originario portafogli: è utilizzato in primo luogo per indicare una cartella in cui è raccolto il materiale scritto o illustrato destinato alla promozione di un nuovo prodotto o a una nuova linea di prodotti e serve a denominare anche gli inserti di quotidiani e periodici, oppure viene usato al posto dell’inglese book, nell’accezione di raccolta di materiale fotografico o grafico che documenta la carriera o l’esperienza di un artista o di professionisti dello spettacolo. In quest’ultima accezione ha avuto una notevole circolazione anche nella terminologia scolastica da quando, con la Riforma dell’Istruzione del 2003, fu istituito il portfolio delle competenze che avrebbe dovuto raccogliere la documentazione più significativa del percorso scolastico di ciascun alunno. Insomma, l’antico portafogli, cartella di documenti, adesso forse non solo cartacei, ma anche digitali. Nella sostanza niente di nuovo, se non una passata di trucco inglese.

 

A cura di Raffaella Setti
Redazione Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca

 

18 luglio 2017