Agenda eventi

L M M G V S D
 
 
1
 
2
 
3
 
4
 
5
 
6
 
7
 
8
 
9
 
10
 
11
 
12
 
13
 
14
 
15
 
16
 
17
 
18
 
19
 
20
 
21
 
22
 
23
 
24
 
25
 
26
 
27
 
28
 
29
 
30
 
 
 
 
 
H. Van Essen, Natura morta con frutta e animali (Olio su rame cm. 19X27)
Mostra "Napoleone e la Crusca"
Alcuni Accademici, dipendenti e collaboratori dell'Accademia

Per la storia del detto le gambe fanno giacomo giacomo


Quesito: 

Ad A. B., che dalla provincia di Arezzo ci chiede notizie intorno all’origine del modo di dire le gambe mi fanno giacomo giacomo, rispondiamo che la questione è stata ampiamente trattata in un articolo di Ornella Castellani Pollidori all’interno del volume L’Accademia della Crusca per Giovanni Nencioni (Firenze, Le Lettere, 2002, pp. 333-356). Nell’articolo, di cui riportiamo alcuni passi e a cui rimandiamo per le indicazioni bibliografiche, si esaminano varie ipotesi etimologiche avanzate da altri e l’originale proposta dell’Autrice. 

Per la storia del detto le gambe fanno giacomo giacomo

“Le attestazioni del detto in epigrafe ricavabili dalla lessicografia sto­rica sono decisamente scarse. D’altra parte, non c’è da meravigliarsi che emerga di rado nella tradizione letteraria una formula decisamente conno­tata in senso popolare, e perciò viva soprattutto nell’uso parlato, com’è questa che attribuisce alle gambe la curiosa proprietà di fare, in determi­nate situazioni, giacomo giacomo.
Basti dire che gli esempi d’autore forniti dai dizionari storici non supe­rano complessivamente il numero di sei. Si va dall’isolata attestazione nella commedia La serva nobile (1660) del fiorentino Giovanni Andrea Moniglia (1624-1700), data dalla V impress. del Vocabolario della Crusca, alle cin­que - nell’ordine: di Moniglia, Giovanni De Gamerra, Collodi, Idelfonso Nieri, Bacchelli - registrate nel Grande Dizionario della Lingua italiana fon­dato dal Battaglia (GDLI); una sesta testimonianza, che risulta poi la più precoce essendo quella offerta, a due riprese, dall’Eneide travestita (1633) dell’umbro Giovan Battista Lalli (1572-1637), si ricava dal Tommaseo-Bellini (s. v. Giacobbe, 4)”.
Si citano poi le attestazioni ancora anteriori nella commedia dialettale La Pace (1561) del veneziano Marin Negro, individuata da Massimo Bellina, e nel Baldus (1517 / 1518) di Teofilo Folengo, segnalata da Ottavio Lurati a proposito della quale “inutile dire che il mac­cheronico folenghiano garantisce appieno la vitalità popolare dell’espres­sione”.

La Castellani Pollidori stessa ne aggiunge un’altra che “precede di ben 83 anni la cop­pia di attestazioni dell’Eneide travestita del Lalli. Devo la piccola scoperta a un accenno che mi ha colpito nello scorrere il lemma Giacomo del Dizionario etimologico-pratico-dimostrativo del linguaggio fiorentino di Venturino Camaiti (Firenze, Vallecchi, 1934): «Far Giacomo Giacomo, o Diego Diego, o Diego e Giacomo: Ripiegarsi sulle ginocchia per fiacchezza. Far Giacomo Giacomo è modo usato anche anticamente, e lo trovo in una nota dell’edizione del 1550 del Morgante, canto XXIV v. 125»”.[...]

“Non è certo un caso che, a fronte della penuria di attestazioni d’au­tore, i lessici dialettali forniscano una documentazione abbondante e geograficamente estesa del detto che chiama in causa le gambe e Giacomo; sic­ché è essenzialmente su quelli che si può contare per tentare una ricostru­zione della sua storia. [...] Considerato lo stato della questione, sarà opportuno valutare innanzitutto, ricorrendo a un numero sufficientemente rappresentativo di dizionari dialettali, la portata della diffusione del modulo sull’intero territorio ita­liano”.
A questo punto l’Autrice elenca testimonianze tratte da repertori dialettali di Piemonte, Lombardia, Triveneto, Emilia, Toscana, Umbria, Abruzzo, Campania, Sicilia e, fuori dei confini nazionali, Corsica: questa grande diffusione sul territorio italiano sembrerebbe escludere l’origine del modo nell’area friulano veneta come era stato ipotizzato in particolare dal Bellina.

“L’origine geografica della locuzione resta in effetti un problema da risolvere: ma non il solo: occorrerebbe anche capire cosa c’entra l’antroponimo Giacomo con le gambe che tremano e a chi dobbiamo, ossia da dove ci viene, un’invenzione apparentemente così strampalata. [...] Tra le varie spiegazioni suggerite, la più condivisa è quella alla quale la ricerca etimologica, in casi di difficile decifrazione, tende a ricorrere con una certa facilità: la motivazione fonosimbolica”, ovvero quella che riconduce la locuzione al suono giac giac che farebbero le ginocchia cedendo alla stanchezza.
La Castellani Pollidori passa in rassegna i sostenitori di questa ipotesi a partire dal Tommaseo-Bellini fino al GDLI e conclude la disamina con le parole del DELI (s.v. gamba): “Per avere le gambe che fanno giacomo giacomo [...], loc. ampiamente diffusa anche nei dial., non s’è trovato ancora di meglio della proposta onom[atopeica]”.
Per l’Autrice invece “decisamente innovativa suona l’ipotesi etimologica avanzata a suo tempo, sia pure con una certa cautela, dal DEI: «detto delle gambe che si piegano per la stanchezza o per la debolezza, fanno g. g.; dal personale Giacomo (lat.  Jacōb) forse per accostamento alla stanchezza dei pellegrini che si recavano a S. Giacomo di Compostella in Galizia [...]» (s. v. giàcomo1, vol. III, 1952)”.

Sulla que­stione etimologica sono state successivamente avanzate due diverse proposte di Ottavio Lurati (1991) e di Massimo  Bellina (1997) che meritano, secondo la Castellani Pollidori, un attento esame.
“Il Lurati è sulla linea del DEI nel ritenere che nella spersonalizzazio­ne dell’antroponimo che connota il detto si dissimuli il nome di San Giacomo. Ma mentre con l’ipotesi abbozzata dal DEI si profila all’origine della formula un dato storico - i pellegrinaggi medievali a Santiago di Compostella -, secondo il Lurati è l’antropologia culturale a svelarci l’ar­cano di un detto che, «a guardarlo più da vicino, si rivela un riferimento a radicate concezioni mitiche, al ponte di San Giacomo, all’ideologia della morte quale si è organizzata nelle società subalterne». [...] A sostegno della sua interpre­tazione il Lurati allega alcune testimonianze raccolte in Sicilia, sullo scorcio degli anni Sessanta, presso donne anziane di varie località del circondario di Enna. Si tratta di questo: nell’immaginario locale, «al momento dell’agonia, San Giacomo viene a prendere l’anima del moribondo e la porta in cielo lungo la strada della Via Lattea, detta appunto la "strada di San Giacomo". Se però al morto si allacciavano i piedi, l’anima non poteva viaggiare, [...] rimaneva nell’aria, come l’anima di Giuda, il traditore». Lo studioso ticinese non ha dubbi sul rapporto tra il detto delle gambe che fanno giacomo e tale ingenua credenza popolare: «Il tema non è dunque quello dei pellegrini in cammino verso San Jacopo, quanto quello della connessione di San Giacomo con la morte» [...]. Una connessione che viene «confermata da una testimonianza assai distante geograficamente, collocata com’è all’altro capo d’Italia, nelle valli grigionesi»”; in tale area infatti esisteva un giuoco fanciullesco che rappresentava la morte di San Giacomo, per cui fer giacum giacum in tale contesto significava morire. Un altro riscontro Lurati lo individua in area calabrese dove sono testimoniate espressioni evocanti il passaggio dalla vita alla morte come un transito del ponte di San Giacomo. In conclusione, secondo l’ipotesi di Lurati, la strada di san Giacomo «non era più la strada per la specifi­ca località galiziana, bensì era la strada verso l’aldilà».

A proposito di questa interpretazione l’Autrice scrive tra l’altro: “Debbo confessare che la ricostruzione del Lurati non mi persuade. Sembra davvero difficile che un modo di dire votato da secoli al burlesco come le gambe fanno giacomo giacomo possa aver tratto origine da un complicato intreccio di temi religiosi, miti e superstizioni popolari, il tutto dominato da cupe visioni di morte. Nessuna sfumatura di drammaticità sopravvive nell’impiego secolare dell’espressione far giacomo giacomo.

Si tratta poi la proposta interpretativa del Bellina, secondo il quale “per la spiega­zione del detto «resta in piedi solo l’origine onomatopeica» [...],  che sarebbe «conforta­ta del resto dalla variante iterata che rappresenterebbe una duplicazione fonosimbolica seriore» e “poggia anche sul «parallelismo con forme analoghe sicuramente di origine imitativa, in cui il verbo fare indica la produzione di un suono» (il riferimento è in particolare all’espressione fare lappe lappe corrispondente, ma su un registro più triviale, a fare giacomo giacomo nel­l’accezione ‘tremare per la paura’[...]). Ma, obietta non senza ragione il Bellina, parlare generica­mente di onomatopea, come per lo più vien fatto, non basta: occorre indi­viduare da cosa precisamente nasce lo spunto fonico che la lingua traduce con la voce giacomo, semplice o raddoppiata che sia. In parole povere, bisogna chiedersi: «Come e quando [...] le gambe che vacillano o tremano producono un rumore?».
La risposta è recisa: «Solo quando, private di energia per paura o debo­lezza, procedono stancamente trascinando i piedi a terra» [...], e immediatamente lo studioso spiega da dove trae tanta sicu­rezza, dando insieme la sua personale soluzione al problema del detto: «E per l’appunto in area veneta, già dal primo Trecento, compare la voce imi­tativa giach per riprodurre il rumore dello strascicamento dei piedi, dell’acciabattio. [...] In conclusione: una originaria forma fare giach, [...] riferita ai piedi che si trascinano, si sarà ampliata in fare giacomo, con accostamento popolare-scherzoso al nome proprio, e iterata per conferire maggiore espressività ritmico-imitativa [...]»”.
Per la Castellani Pollidori però “la soluzione che prospetta il Bellina non è realistica” soprattutto perché nel documento citato a sostegno dell’interpretazione di fare giach come riproduzione del rumore tipico dell’acciabattìo, l’espressione sarebbe in realtà  riferibile allo scalpiccio di piedi in movimento di gente armata,  ovvero a un “tre­pestìo marziale e fragoroso di calzature ferrate: tutt’altra cosa, insomma, che un «procedere stancamente trascinando i piedi a terra»”.

Ecco allora la nuova ipotesi dell’Autrice. “Un dato, a cui mi pare non si sia prestata finora l’attenzione che merita, è la presenza, in varie parlate della penisola, dell’antroponimo Giacomo nel senso di ‘semplicione’, ‘uomo debole di mente’. [...]  Si è visto che diversi dizionari rinviano per il personale Giacomo usato come equivalente di ‘babbeo’ al corrispettivo francese Jacques, nomignolo tradizionale del "paysan" che assunse presto la poco lusinghiera accezione di ‘niais, imbécile’. Tutto a partire dalla circostanza storica che già il Migliorini evocava nel suo Dal nome proprio al nome comune (p. 224): «Jacques è in Francia il nome tipico del ‘contadino’: esso risale almeno alla terribile ribellione dei contadini del maggio-giugno 1358, detta appunto Jacquerie, il cui capo sarebbe stato soprannominato lui stesso Jacques Bonhomme: di qui il significato, pure antico, di ‘sciocco’».
A questo punto si approfondisce l’indagine sulla storia del termine francese e mette in luce in particolare la “compresenza nelle due distinte tradizioni del depersonalizzato giacomo-jacques, di originaria impronta contadinesca, con la stessa accezione negativa di ‘semplicione’, ‘debole di mente’ (‘nigaud’, ‘simple d’esprit’)” e la circostanza che “il medesimo termine dà luogo in entrambe le lingue a una locuzione popolare d’identica struttura: far giacomo - faire le jacques.
A proposito della mancata coincidenza di senso tra le due locuzioni, la Castellani si pone la domanda “che cosa può aver davvero voluto dire, inizialmente, le gambe fanno giacomo? Le definizioni fornite dalla lessicografia parlano tutte di gambe (più raramente di ginocchia, piedi o talloni) che tremano, vacillano, perché rese deboli da un forte spavento o una gran fatica. Di gambe del genere, che improvvisamente si fanno molli, non reggono più, non sarebbe possibile dire, per traslato, che si comportano da scimunite, da imbecilli? (Come non ricordare, a questo proposito, che in latino imbecillus e imbecillitas coniugavano significativa­mente la debolezza fisica con la debolezza mentale [...]). Persa, col passar del tempo, la cognizione del traslato originario, non è strano che l’interpretazione popolare abbia finito col focalizzarsi sul tratto materiale e buffonesco delle gambe che traballano. Così pure non è strano, oserei dire, che nella versione delle parlate italiane si sia insinuata e sia infine prevalsa l’iterazione del nome, fare giacomo giacomo: mentre nel francese faire le jacques il soggetto gratificato del titolo d’"imbécile" è ancora un individuo reale, nella locuzione italiana fare giacomo si è insinuata quella duplicazio­ne espressiva che è tratto endemico nella tipologia dell’avverbialità popolare: cfr. pian piano, lemme lemme, passo passo, bel bello, man mano, via via, ecc; senza dimenticare il ritmato cammina cammina della lingua delle fiabe (e dei Promessi Sposi)”.

Dopo una serie di confronti che tralasciamo, l’Autrice conclude: “Direi insomma che sono vari i fili che visibilmente legano le due vicen­de, quella del nostrano giacomo e quella del francese jacques. Troppi, per pensare a mere coincidenze; abbastanza, mi sembra, per ritenere che l’im­pulso iniziale per l’assunzione del nome Giacomo nel detto delle gambe che tremano sia venuto dal francese. Del resto, è un fatto che, nel quadro generale della distribuzione del modulo, la presenza delle testimonianze risulta concentrarsi in particolare nelle aree che più direttamente e lungamente furono interessate nei secoli dall’influsso del francese: regioni settentrionali, Toscana, e nel Meridione le aree del napoletano e del siciliano”.

 

Adattamento a cura di Matilde Paoli
Redazione Consulenza linguistica
Accademia della Crusca

20 novembre 2012