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G. Fanello Marcucci, C. Marazzini, G. Di Leo e N. Maraschio
Il presidente Claudio Marazzini con Claudia Arletti e Mario Calabresi
Da sinistra: Benedetti, Givone, Benintende, Maraschio, Ravenni, Lavia
XII Convegno ASLI

Magheggio


Quesito: 

Fabio Greco da Carpi ci chiede quale sia il significato di magheggio; chiede anche se la si possa considerare "voce ortodossa" o la si debba invece annoverare tra i dialettismi.

Magheggio

 

Il sostantivo magheggio è voce di registrazione recente, attestata nella raccolta di Giovanni Adamo e Valeria Della Valle Neologismi quotidiani. Un dizionario a cavallo del millennio 1998-2003 (Firenze, Olschki, 2003). Lo troviamo anche nell'aggiornamento 2007 del GRADIT, e nel supplemento 2009 del GDLI. I tre repertori concordano nell'attribuire al vocabolo il significato di 'inganno, raggiro', ovvero 'manovra illusoria e poco chiara'.

 

Si tratta di un'espressione d'uso frequente in ambito familiare e gergale, probabilmente di origine centrale, che oggi sembra diffusa a livello comune (il GDLI 2009 riporta un'attestazione da un articolo del 2003 dell'"Unione sarda").
L'archivio elettronico del "Corriere della Sera" registra per la prima volta magheggio nel 1992, in un pezzo firmato da Franco Melli per le Pagine Sportive: «Ma davanti all'ultimo magheggio di cui è responsabile - l'annullamento di Olanda-Italia, amichevole già fissata per il prossimo 22 aprile - quel "refrain" andrebbe completato così [...]» ("Corriere della Sera" 31.3.1992). Seguono altre attestazioni, fino al 2007, in articoli di argomento vario (che documentano tutti, per magheggio, il significato di 'imbroglio'): ancora due portano la firma - romana - di Melli; così come all'area romana rimandano l'articolo, firmato da Carlo Vulpio, relativo alla corsa al Campidoglio nella primavera del 2001, e l'intervista di Giovanna Grassi all'attrice (allora quindicenne) Cristina Capotondi, nata e cresciuta nel quartiere romano di Monteverde Vecchio: «Mmm. Non so, ma tra noi ragazzi si dice. Come si usa la parola "scrausa", che significa "non molto bene", "così così". "Magheggio", invece, vuol dire circumnavigare abilmente i propri genitori e qualcun altro. Fare, insomma, come me Marta, quando chiedo di andare ad Aspen a sciare e, in realtà , ci voglio andare per vedere Luke» ("Corriere della Sera" 31.12.1995).

 

Stando alle occorrenze in rete (che superano le 40.000 per il singolare, e si avvicinano addirittura alle centomila per il plurale), il termine gode di un certa vitalità: i contesti (blog, forum, chat) confermano la sua appartenenza a un registro colloquiale-informale, così come ne mettono in evidenza un uso scherzoso da parte dei parlanti. Tra l'altro, compiendo una ricerca libera su Google, la prima occorrenza per magheggio riporta a un Manuale di lingua e mitologia urbana, ovvero a un repertorio condiviso di espressioni giovanili.

 

Il successo dell'espressione (che è entrata probabilmente in concorrenza con il precedente e analogo inghippo, di origine dialettale-centrale) si lega alla sua trasparenza: magheggio deriva da magheggiare ('esercitare le arti della magia', in GDLI, che fornisce un solo esempio in Scipione Maffei, Opere, ed. 1790), con suffisso zero (cioè aggiungendo direttamente alla radice del verbo la desinenza per il maschile). Magheggio e magheggiare rimandano dunque alla famiglia di mago (secondo la sequenza magheggio < magheggiare < mago), riprendendo, con un'accezione negativa, l'uso figurato di mago ("Persona dotata di eccezionale qualità tecnica e capacità professionale", ZINGARELLI 2010, s.v. mago). Con magheggio si vuole allora mettere in evidenza il ricorso alle proprie "abilità" per raggiungere un fine con mezzi più o meno illeciti. Adamo-Della Valle ipotizzano inoltre un'attrazione scherzosa esercitata dai significati estensivi di maneggio ('manovra, intrigo'), anche sulla base dell'evidente assonanza tra le due forme (Neologismi quotidiani, s.v. magheggio).

 

Venendo infine alla seconda parte della domanda del lettore, magheggio non può essere considerato un "dialettalismo", se per tale intendiamo una forma che fa riferimento a un autonomo sistema linguistico, proprio di una specifica area geografica (il dialetto, appunto). Allo stesso tempo - parafrasando il lettore - si tratta di una voce "ortodossa", che si inserisce perfettamente, cioè, nei meccanismi di formazione delle parole in italiano standard, senza alterarne i principi.

 

 

A cura di Chiara Mussomeli
Redazione Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca

6 novembre 2009