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Nicoletta Maraschio professoressa emerita dell'Università di Firenze
Monica Berté e Maurizio Fiorilla
Laura Boldrini all'Accademia della Crusca
Max Pfister e Massimo Fanfani

Know how: è possibile tradurlo?


Quesito: 

Alcuni lettori ci chiedono un possibile corrispondente italiano di know how; uno di loro propone anche il termine esperienzativo.

 

Know how: è possibile tradurlo?

 

Prima di arrivare a proporre una traduzione per una qualsiasi parola inglese che impera nel nostro lessico, si rendono decisive alcune considerazioni preliminari. Se vogliamo, infatti, sottrarci a un simpatico ma infruttuoso gioco di società, dobbiamo fare una “radiografia” dell’anglicismo e arrivare a stilare una “prognosi”, fausta o infausta che sia. Il termine know how (16 milioni di risultati in italiano su Google) è così definito nel GRADIT di De Mauro: “l’insieme di conoscenze e di esperienze tecniche necessarie per usare correttamente tecnologie, macchinari, impianti industriali e sim. | estens., possesso di specifiche cognizioni che consentono di svolgere in modo ottimale un’attività, una professione, ecc.”. Da tale definizione ricaviamo alcune importanti indicazioni: a) si tratta di un termine che veicola una nozione complessa, bisognosa di una lunga perifrasi esplicativa; b) la sua collocazione iniziale è nei linguaggi tecnico-scientifici; c) ha conosciuto, nel frattempo una diffusione estensiva nella lingua comune con relativa perdita di specificità semantica. Questi tre requisiti sono tutti ostativi all’ipotesi di una traduzione di successo: risulta infatti difficile, se non impossibile, trovare un equivalente italiano che sia in grado, da solo, di sintetizzare il designato nelle sue varie sfaccettature tecniche ma anche non specialistiche. Per un banale principio di economia linguistica, è normale preferire una sola parola ad ampio spettro semantico piuttosto che dover ricorrere a più parole, ciascuna delle quali copre solo una parte del ventaglio di significati. Se prendiamo la proposta del lettore, esperienzativo (da intendere presumibilmente come sostantivo), anche a non volerne considerare il forte impatto neologico (tra l’altro, si tratterebbe di un altro anglicismo), ci accorgiamo che il vocabolo copre solo una parte dei significati di know how; in contesti di lingua comune dovremmo probabilmente usare conoscenze (o competenze, o esperienze) pregresse o qualcosa del genere.

Va inoltre tenuto presente un altro dato. Il DELI di Cortelazzo-Zolli ci dice che know how è diffuso in italiano a partire dal 1955 e che il vettore è stato la stampa periodica. La probabilità di successo di un traducente italiano è legata alla tempestività con cui viene proposto e usato. Se si dà all’anglicismo la possibilità di attecchire nella lingua (tanto più nella lingua comune) diventa difficile pensare di poterlo scalzare. Potremmo oggi sensatamente pensare di sostituire con un corrispondente italiano parole come film o sport? La risposta è no. Da tutte queste considerazioni possiamo concludere, per tornare alla metafora iniziale, che il referto della radiografia di know how sancisce una prognosi infausta per qualsiasi ipotesi di traduzione italiana.

 

Claudio Giovanardi

 

7 maggio 2019