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La settimana della lingua italiana nel mondo a Malta - "Piccoli autori crescono"
Claudio Marazzini e Vittorio Sakaki
Passeggiate d'autore: "Claudio Tolomei, umanista del Cinquecento"

A essere devastante non è solo l’inglese...


Quesito: 

Il signor Paolo S. si è rivolto all'Accademia denunciando in generale "l'ormai narrestabile penetrazione dell'inglese" nella nostra lingua e in particolare l'uso sempre più frequente di devastante, "che non è il participio presente del nostro devastare, ma l'inglese devastating", il quale ha soppiantato termini come sconvolgente, travolgente, catastrofico, rovinoso, straziante...

 

A essere devastante non è solo l’inglese...

 

Il problema dell’invadenza degli anglicismi nell’italiano d’oggi, segnalato dal sig. S., è molto presente nel dibattito linguistico degli ultimi quindici anni, alimentato non solo dai linguisti di professione, ma anche da intellettuali e scienziati preoccupati per le sorti della nostra lingua. Presso l’Accademia della Crusca è attivo il gruppo Incipit, capitanato dal Presidente Claudio Marazzini, che lavora per fornire proposte di traduzione degli anglicismi appena entrati nell’ampio settore della comunicazione pubblica.

Dobbiamo tuttavia fare una distinzione tra step, cash e overlap, che sono prestiti integrali, estranei alla nostra compagine lessicale, e il caso di devastante, la cui forma è pienamente italiana. Come ci attestano i principali lessici (GDLI, GRADIT, Vocabolario Treccani), il verbo devastare è di origine dotta e viene dal latino devastare ‘saccheggiare’, composto da de- e vastare. La sua diffusione in italiano è precocissima e risale addirittura al XIII secolo nel volgarizzamento romanesco Storie de Troia e de Roma. Il participio presente devastante, usato in funzione aggettivale, è effettivamente più tardo. Dal GDLI si ricavano due soli esempi, l’uno, nel senso proprio del verbo, da Carlo Botta (1766-1837); l’altro, col valore figurato ‘che sconvolge l’animo’ da Giuseppe Antonio Borgese (1882-1952).

La scarsità e la recenziorità della documentazione di devastante potrebbe indurre a pensare che il successo arriso all’aggettivo negli ultimi anni sia, almeno in parte, dovuto all’influsso dell’inglese devastating. Saremmo dunque di fronte a un “cavallo di ritorno”, nel senso che il latino devastare, penetrato nel lessico inglese (probabilmente attraverso la mediazione del francese), ci viene oggi restituito nella forma del calco formale. È probabile che sia così: se ci affidiamo a Google Ngram appuriamo che devastante, scarsamente documentato nello scritto fino ai primi anni Sessanta, ha avuto un’impennata già negli anni Ottanta; le sue presenze sono andate poi crescendo in modo esponenziale fino al Duemila e oltre.

Ciò nonostante, l’accusa mossa dal signor S. all’anglicismo camuffato di aver provocato la morìa di tanti sinonimi italiani pare ingenerosa. In questo caso, infatti, la colpa non è tanto da attribuire all’inglese, quanto all’abitudine (spesso incoraggiata dalla stampa, dalla televisione e da Internet) di creare dei “modismi”, ovvero delle parole alla moda che, per un certo periodo di tempo, impazzano nell’uso dei parlanti e finiscono con l’oscurare i possibili sinonimi e, con essi, le necessarie modulazioni semantiche di cui la lingua è piena. Quindi un dolore, anziché essere acuto, forte, doloroso, insopportabile, lancinante, lacerante e via di seguito, è sempre e solo devastante. Possiamo dunque proporre, almeno per questo caso, di condannare non l’inglese ma l’inerzia e la pigrizia di quanti ricorrono in ogni occasione alla soluzione più semplice e a portata di mano, impoverendo il proprio lessico e non rendendo giustizia a una lingua ricca di preziose alternative lessicali qual è l’italiano.

 

Claudio Giovanardi

 

18 aprile 2017