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C. Marazzini
Andrea de Rosa
Il presidente della Repubblica nella Sala delle Pale

Sul congiuntivo


Quesito: 

Con questo articolo di Maria Luisa Altieri Biagi intendiamo rispondere ai molti lettori che ci chiedono chiarimenti sull'importanza e le sorti del congiuntivo. L'articolo, di cui riproponiamo alcuni passaggi, è stato pubblicato su La Crusca per Voi (n° 1, ottobre 1990, pp. 5-6).

Sul congiuntivo

 

«Per quanto riguarda questo "modo" verbale, credo che sia giusto spiegare ai ragazzi le ragioni storiche della sua attuale crisi (se possiamo chiamare così l'allentamento delle norme che, in certi registri linguistici, regolano la sua alternanza con l'indicativo); ma poiché il congiuntivo è ben vivo nell'uso scritto e caratterizza il parlato di livello medio-alto nei confronti del parlato informale, è pure doveroso mettere i ragazzi in grado di usarlo in tutte quelle situazioni comunicative che richiedono il suo impiego o che lo consigliano come pragmatismo efficace. Se poi il ragazzo, diventato adulto, vorrà "scegliere" (ma la "scelta" implica la conoscenza delle alternative disponibili) l'indicativo sul congiuntivo, sarà libero di farlo, pagando quel che c'è da pagare nel rapporto con i vari interlocutori. Se per esempio vorrà continuare a dire "Speriamo che me la cavo", invece di "Speriamo che me la cavi" (o, più correttamente, speriamo di cavarcela), la decisione e le conseguenze della decisione saranno tutte sue. La scuola avrà fatto il suo dovere abilitandolo all'uso del congiuntivo, visto che - oggi - il sistema dell'italiano contemporaneo e la norma sociale lo prevedono.

La mia opinione, dunque, è che una istruzione linguistica sia necessaria, non a tutelare la "stabilità" della lingua, ma a garantire l'abilità e l'efficacia di un suo uso che tenga conto delle norme vigenti e dei mutamenti in atto; dove "tenere conto delle norme vigenti" può anche significare scartare consapevolmente da esse (quando ci sia una motivazione stilistica o pragmatica per farlo), e "tenere conto dei mutamenti in corso" non significa automaticamente aderire ad essi per velleità anarchica o avanguardista. Personalmente accetto, soprattutto nel parlato, certo snellimento della morfologia  pronominale, perché non mi sembra male - in una lingua ridondante in "marche" di genere e di numero come è la nostra - economizzare in questo settore; mentre non collaboro alla liquidazione del congiuntivo perché lo considero un utile filtro del pensiero ipotetico. Ovviamente, il giorno in cui il congiuntivo fosse definitivamente "morto" nella nostra lingua, non mi ostinerei a tenerlo artificialmente in vita.

Ma siamo molto lontani da quel giorno.
Respingere ipotesi spontaneistiche e lassiste, considerare legittima un'istruzione linguistica, anche sotto forma di intelligente e articolato intervento correttivo, non significa però che questo intervento si deva esercitare per l'appunto su quei "testi" che più coinvolgono comunicativamente e emotivamente i ragazzi. Nel momento in cui un ragazzo è impegnato a trasferire il suo pensiero sulla pagina, tale impegno dovrebbe essere rispettato al massimo e non dovrebbe essere disturbato o bloccato da interventi correttivi o da spauracchi valutativi, come dire che il diario, la cronaca, qualsiasi scritto di carattere personale dovrebbe essere visto dal ragazzo come un angolo di libertà non vigilata, a differenza di altre prove meno personalmente coinvolgenti e più strutturate, come possono essere le relazioni, le descrizioni di un oggetto o di un fenomeno, i riassunti, le attività di rielaborazione e di commento di testi scritti da altri, ecc. Ed è evidente che la competenza linguistica e metalinguistica acquisite in queste seconde forme di esercizio scritto rifluirebbero anche nell'attività di scrittura libera, potenziandola senza snaturarla e senza inibirne gli aspetti creativi. Un ragazzo dovrebbe essere addirittura informato del fatto che, essendo particolarmente importante il momento della scrittura autonoma, può concentrarsi su di essa senza preoccuparsi di una "correzione" e di una "valutazione" che possono tranquillamente essere trasferite ad altri tipi di produzione scritta.

Naturalmente una soluzione come questa metterebbe definitivamente in crisi la prassi dl "tema in classe", come periodico accertamento fiscale; sarebbe un ulteriore vantaggio, se a quella prassi si sostituisse la consuetudine e il piacere della scrittura: quello che si raggiunge quando si è "imparato" a scrivere, cioè quando abbiamo avuto qualcuno a fianco (familiare o maestro) che - pur rispettando le nostre idee - ci ha aiutati a tradurle in parole, a organizzarle lucidamente in sintassi, possibilmente a filtrarle in una lingua dotata - come voleva Calvino - di "leggerezza","rapidità", "esattezza"».

Maria Luisa Altieri Biagi

 

15 novembre 2002