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Passeggiate d'autore: "Claudio Tolomei, umanista del Cinquecento"
Andrea de Rosa
Il presidente della Repubblica nella Sala delle Pale
Claudio Marazzini e Vittorio Sakaki

Punto fermo seguito da Il quale


Quesito: 

Alice Vergnaghi chiede se sia corretto far seguire il punto fermo da un pronome relativo e allega alla sua richiesta i seguenti due brani di prosa giornalistica (tratti da «Repubblica») in cui ha rilevato tale uso: "non serve a niente se non entrerà in campo un vettore internazionale di prima grandezza. Il quale: 1. Per ora non c'è. 2. Se spunterà..." (E. Scalfari, 9 giugno 2008); "Avati combina [...] un assortimento comprendente Ezio Greggio e Silvio Orlando. Il quale c'azzecca poco con il mondo appartato..." (P. D'Agostino, 29 maggio 2008).

Punto fermo seguito da Il quale

Soffermarsi ad analizzare fenomeni di punteggiatura significa intraprendere un cammino scivoloso e pieno di incontri inaspettati. Quello dei segni interpuntivi è infatti un territorio di confine: una delle poche certezze su cui possiamo contare è che la punteggiatura è propria della pagina scritta, ne costituisce la "segnaletica", è la mappa grafica che guida il lettore nella sintassi, nel significato e nella struttura del testo. A queste diverse funzioni che i segni di interpunzione possono svolgere nel testo, si aggiunge quella, sempre richiamata nella tradizione di trattati e manuali dedicati all'argomento, di rendere graficamente le pause e l'intonazione dell'oralità.

Oltre che da questa estensione nelle funzioni, le difficoltà nel dare indicazioni precise in merito all'uso della punteggiatura derivano anche da una generale scarsità di regole e da una grande variabilità negli usi, soprattutto nella scrittura creativa e letteraria in cui le scelte interpuntive sono fatte rientrare nei tratti che contraddistinguono lo stile personale del singolo scrittore. Per quanto riguarda le regole, la riflessione grammaticale e l'insegnamento scolastico si sono orientati prevalentemente nella direzione di un approccio in negativo: sulla punteggiatura si danno più facilmente indicazioni mirate a quello che non bisogna fare, agli errori più "gravi" da evitare, mentre è più difficile trovare indicazioni certe sugli usi corretti. Fa parte dell'esperienza comune aver ricevuto l'insegnamento, che naturalmente resta del tutto corretto, che la virgola non può stare tra soggetto e verbo o tra verbo e oggetto, così come non si possono ripetere i due punti per più volte all'interno dello stesso periodo. La scrittura creativa e, in particolare, le scelte di alcuni scrittori o di alcune correnti letterarie (si pensi ad esempio al futurismo) modellano le funzioni dei segni interpuntivi a fini connotativi ed espressionistici, scavalcando, talvolta totalmente trascurando, anche quelle poche norme certe in materia di punteggiatura.

Nel caso specifico (per questioni generali relative alla punteggiatura si rimanda alla scheda già pubblicata nel nostro sito), la nostra lettrice chiede chiarimenti su un uso particolare del punto fermo che ha attratto la sua attenzione leggendo alcuni articoli di giornale. Siamo quindi nell'ambito della prosa giornalistica, un genere a sé stante, certo non comparabile con la scrittura letteraria, ma spesso autonomo anche rispetto alla prosa saggistica e sicuramente molto diversificato al suo interno a seconda del giornalista e della testata presi in esame. Gli esempi riportati nel quesito hanno richiamato l'attenzione della nostra lettrice (ma sicuramente anche quella di molti altri lettori) forse anche perché riguardano il punto fermo, il più antico segno interpuntivo e, per molti aspetti, quello apparentemente meno complesso e arbitrario nel suo valore fondamentale di indicare una chiusura, la fine di qualcosa. Di questa superficiale "semplicità" della funzione del punto fermo possiamo trovare conferma anche nel modo in cui il segno viene descritto e spiegato in molte grammatiche e manuali: se la virgola e il punto e virgola, ad esempio, sono spesso oggetto di lunghe trattazioni e di molti distinguo, motivati anche dai cambiamenti negli usi di questi segni nel corso della storia dell'italiano, del punto fermo si rileva, oltre al significato immediato e poco ambiguo di interruzione, tutt'al più la sua differenza rispetto al punto e accapo (con quest'ultimo, oltre al periodo, si conclude semanticamente un argomento). Proprio perché il punto fermo ha come funzione primaria quella di articolare il testo in unità comunicative autonome, stupisce trovarlo seguito da un pronome relativo, un connettivo cioè che serve a collegare, tenere unite, parti diverse del periodo. L'accostamento di punto fermo e pronome relativo determina, si potrebbe dire, un cortocircuito semantico: si dà il segnale di una chiusura con il punto fermo, ma lo si contraddice immediatamente dopo inserendo un elemento di forte legame e continuità con quanto inserito prima nel testo e questo contrasto attira l'attenzione del lettore.

Ma il valore del punto fermo è, come abbiamo precisato prima, apparentemente semplice: se si va poco oltre i confini della sintassi e lo si analizza in prospettiva testuale esso può aggiungere alla sua funzione di divisione, soprattutto nella sovraestensione del suo utilizzo e quindi in esempi di prosa fortemente sincopata, anche quella di messa in rilievo di una pausa, di una sospensione che induce il lettore a ricercare una qualche conclusione in quello che segue o, più spesso, nel non detto. In questi casi si determina in realtà una forte connessione non solo tra ciò che viene prima del punto e ciò che lo segue, ma anche con tutto ciò che è implicito, dal punto di vista semantico o pragmatico, tra chi scrive e chi legge. Un utilizzo di questo genere del punto fermo (ma anche di altri segni interpuntivi meno "forti"), sfruttato ampiamente nella comunicazione pubblicitaria, è diventato negli ultimi anni segno di riconoscimento della prosa di noti giornalisti e opinionisti (ad esempio sono state oggetto di analisi linguistica la prosa di Ilvo Diamanti e di Beniamino Placido per cui si rimanda a Bice Mortara Garavelli, Prontuario di punteggiatura, Bari, Laterza, 2003, pp. 59-67; Angela Ferrari, Le ragioni del testo, Firenze, Accademia della Crusca, 2002, pp. 55-78; Francesco Sabatini, L'ipotassi "paratattizzata", in Generi, architetture e forme testuali, Atti del VII Convegno SILFI (Roma 1-5 ottobre 2002) a cura di P. D'Achille, Firenze, Cesati, 2004, pp. 61-71).

L'estensione del punto fermo quindi, come strategia di frammentazione del testo, permette di mettere in rilievo e di riconoscere autonomia a segmenti di testo altrimenti non isolabili: un pronome relativo appunto all'inizio di una frase, ma anche un aggettivo, un avverbio, tutti elementi che solitamente stabiliscono legami forti con altre parti del discorso. Del tutto legittimo, in questa prospettiva, l'uso del punto fermo prima di pronome relativo, un uso, tra l'altro, attestato anche nella scrittura letteraria. Attraverso una ricerca all'interno della banca dati testuale della LIZ (Letteratura Italiana Zanichelli, a cura di P. Stoppelli e E. Picchi, Bologna, 2001) è stato possibile rintracciare la  sequenza punto fermo + Il quale nelle novelle di Boccaccio ("[...] e lui menarono. Il quale, giunto nella camera dove ser Ciappelletto giacea...", Decameron, giorn. 1, nov. 1) e di Sacchetti, nella prosa dello Zibaldone di Leopardi ("voglio dire il disprezzo e quasi odio degli stranieri. Il quale non può tornar loro a nessuna lode", Zibaldone, 10 giugno 1820) e dei Promessi Sposi di Manzoni ("se vogliam credere al Tadino. Il quale anche afferma che, per le diligenze...", I promessi sposi ed. 1840, cap. 32.15), passando anche da Bembo ("e del medesimo Boccaccio sopra tutti. Il quale ancor più oltre passò di questa guisa", Prose della volgar lingua, libro 3, 54.1) e dalla prosa scientifica di Galileo ("Caviamo d'errore almanco il signor Simplicio. Il quale, vedendo le stelle nel nascere alzarsi...", Dialogo sopra i due massimi sistemi, giorn. 2. 744).

 

A cura di Raffaella Setti
Redazione Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca

5 September 2008