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Saluto di Sabatini Indirizzo di saluto del Presidente dell’Accademia della Crusca, Francesco Sabatini, al Presidente della Repubblica Italiana, Carlo Azeglio Ciampi. Firenze, 9 aprile 2002
Signor Presidente,
l’Accademia della Crusca riceve oggi dalla Sua presenza l’onore più alto e il più valido sostegno a cui potesse aspirare dall’epoca della sua fondazione, avvenuta 420 anni or sono. Alla fine del Cinquecento la nostra lingua era già pienamente formata ed esprimeva i contenuti di una civiltà ormai trisecolare, cresciuta sull’intero territorio italiano. Ma il suo popolo non era costituito in nazione. E l’Accademia che si fece decisamente vessillo di questa lingua, e del suo valore simbolicamente nazionale, per lungo tempo non poté esibire per questa impresa altro avallo se non quello del potere locale, pur se allora tanto illustre e benemerito, del Granduca di Toscana. Più tardi l’Accademia ebbe l’appoggio di Napoleone I; ma quel favore non era certo espressione di un’autonoma volontà italiana. Raggiunta la nostra unità politica, l’Accademia fu pronta nel dedicare finalmente a un sovrano italiano la nuova, quinta edizione del suo Vocabolario, definito ora apertamente «il gran Libro della Nazione». Le complesse vicende politiche dei successivi 140 anni della nostra storia non permisero però di portare mai tra le mura dell’Accademia un capo della Nazione italiana, vale a dire l’esponente più alto del popolo dei parlanti di questa lingua. Oggi questo evento, con tutto il significato che gli deriva da tali antefatti, si compie. I compiti dell’Accademia della Crusca non sono mai stati facili. Nel quadro geopolitico d’Italia, rimasto infranto per quattordici secoli dopo la fine del dominio di Roma, è stata ardua l’impresa di far affermare una tradizione linguistica unificante che permettesse alla popolazione italiana di inserirsi con voce propria nella famiglia dei più robusti popoli dell’Europa moderna. A questa impresa, dopo la fortissima spinta data dalla civiltà fiorentina del Trecento, ha contribuito in larga misura l’Accademia della Crusca. La quale, pur di salvare l’unità della lingua, si tenne, com’è noto, molto dalla parte della conservazione. Ma non così a lungo e chiusamente come talvolta si crede. Furono suoi membri attivi, tra gli altri, Galileo e altri grandi scienziati, e ne fecero parte anche Magalotti, Muratori, Voltaire, Gioberti, Rosmini, Manzoni, Leopardi …. Durante il dibattito risorgimentale, nell’Accademia riversarono una parte notevole del loro operato uomini come Giovan Battista Niccolini, Gino Capponi, Niccolò Tommaseo, Marco Tabarrini, spiriti liberi e ferventi patrioti, sensibili, tra l’altro, allo scossone manzoniano. Quel Capponi che nel 1869, a unità politica ormai quasi compiuta, dubitò della stabilità di taluni canoni linguistici precostituiti ed ebbe il coraggio di affermare: «la lingua in Italia sarà quello che sapranno essere gli Italiani». Quel Tabarrini che, nello stesso anno, concluse una sua orazione accademica da Presidente in questo modo: «Le mutate sorti d’Italia gioveranno senza fallo ad estendere l’uso della lingua comune; e questo rimescolarsi d’italiani dalle Alpi all’Etna, che si guardano in viso per la prima volta, e si stringono la mano col sentimento d’appartenere ad una sola nazione» sarà un «gran fatto», dal quale «si voglia o non si voglia, la lingua uscirà notabilmente modificata. Né io mi dorrò di questi mutamenti, perché il trasformarsi è legge universale delle cose viventi». L’italiano è diventato ormai, senza alcun dubbio, lingua vivamente parlata dalla maggioranza del nostro popolo, e convive armoniosamente con la molteplicità degli idiomi locali, sulla base di una ben chiara distinzione di funzioni. Cerca tuttavia ancora un assetto più definito e condiviso, e ha davanti a sé anche un confronto più serrato con le altre lingue d’Europa: una prospettiva, questa, in cui si vedono messe in gioco, per la verità, le sorti di tutte le lingue e le civiltà del continente. L’Accademia della Crusca, ricca della sua secolare esperienza e alimentata dagli intensi rapporti con il mondo scientifico internazionale, collegata in particolare con le Accademie e gli Istituti affini degli altri Paesi dell’Unione Europea, dedica da tempo tutte le proprie energie e risorse allo studio di questa complessa nostra situazione linguistica, di questo oggi più esteso, vivente e direi affascinante affresco che offre la nostra lingua, a specchio della vita dell’intera società italiana. *** La Sua visita, Signor Presidente, ha dato motivo per far incontrare oggi qui, con Lei e con noi, una moltitudine di esponenti e componenti della società e del mondo degli studi, e tanti, tanti giovani studiosi, studenti e nostri collaboratori. Desidero ringraziare tutti, non potendo soffermarmi sui nomi, per questa testimonianza di forte adesione al sentimento dell’unità nazionale intorno alla lingua. Siamo qui uniti in una sorta di “Festa della lingua italiana”, uniti nel proposito non di coltivare un mito nazionalistico della nostra lingua, ma di far sì che essa, portatrice sempre di valori d’arte, di pensiero, di scienza, di progresso civile, continui a diffondere tali frutti nell’intera comunità nazionale e in una sempre più vasta comunità di suoi alumni sparsi nel mondo. __________________________________
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