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N. La Fauci
[ Elenco dei Partecipanti ]

Nunzio La Fauci (Università di Zurigo)
Modelli sintattico-testuali della prosa scientifica italiana: il caso Fermi

„Professor Fermi,
la Reale Accademia Svedese delle Scienze ha assegnato a Voi il premio Nobel per la Fisica Millenovecentotrentotto, per la Vostra scoperta di nuove sostanze radioattive appartenenti all’intero campo degli elementi e per la scoperta, da Voi fatta nel corso di tali studi, del potere selettivo dei neutroni lenti.
Vi presentiamo le nostre congratulazioni e Vi esprimiamo la più viva ammirazione per le Vostre geniali ricerche, che gettano nuova luce sulla costituzione dei nuclei atomici ed aprono nuovi orizzonti all’ulteriore sviluppo delle indagini atomiche.
Vi prego ora di ricevere il Premio Nobel dalle mani di Sua Maestà il Re“.
H. Pleijel concludeva così il discorso ufficiale per il conferimento del Premio Nobel a Enrico Fermi, se non il maggiore, certo il più noto scienziato italiano del secolo scorso. Una curiosità, forse, ma d’utile fascinazione, come l’arme d’un casato decaduto. Fermi scrisse di fisica in italiano (oltre che nelle maggiori lingue della cultura scientifica occidentale) ed è interessante chiedersi come, prendendolo a campione per una concisa indagine linguistica (e non troppo velatamente archeologica) sui modelli sintattico-testuali della prosa scientifica italiana (forme della predicazione; gerarchie argomentali; articolazione tempo-aspettuale del discorso; strategie argomentative e così via).  
L’esame si limiterà, ovviamente, agli scritti di Enrico Fermi più discorsivi e almeno vagamente comprensibili dall’analista, che del loro contenuto specifico non intuisce più di quel che non gli consenta una molto generica consapevolezza delle problematiche della fisica novecentesca. Questa limitazione non si deve al fatto che si impone al linguista di padroneggiare il senso di quel che prova a descrivere con gli strumenti del mestiere. Se questa imposizione esistesse, non avrebbe mai neppure potuto essere progettata una larga fetta della ricerca linguistica, letteralmente insensata, compiuta invece e con gran successo nei due ultimi secoli. E non si darà la colpa al paradigma, anzi bisognerebbe darla alle sue attuali perversioni, se solo pochi tra coloro che si occupano oggi del linguaggio sanno che il senso di quel che si studia è eventuale conquista e punto d‘arrivo e non punto di partenza della ricerca.



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