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Maria Luisa Altieri Biagi (Università di Bologna) Le scienze e le funzioni cognitive del linguaggio
…La relazione sviluppa tre temi, all'interno di un problema generale: quello dell' idoneità di una lingua naturale a funzionare (nonostante i suoi ampi margini di ambiguità e di ridondanza) come strumento euristico e comunicativo nell'ambito delle scienze.
Il PRIMO TEMA constata l'utilizzazione effettiva di una lingua naturale (o, se si preferisce - di una lingua storica) da parte di scienziati del passato che -non avendo ancora sviluppato linguaggi formali- hanno dovuto operare all' interno della propria lingua una serie di scelte per adeguare quella lingua alla loro forma mentis e alle loro esigenze comunicative. L'aspetto finora più studiato è stato quello lessicale: senz'altro il più vistoso e quindi il più facile da individuare, anche se oggi distinguiamo una raccolta meccanica (sempre utile, se non altro a sanare le lacune terminologiche dei vocabolari storici) da una storia più complessa e più fine, capace di individuare l'evoluzione semantica di parole che possono anche rimanere formalmente intatte nei secoli e nei millenni. Solo il secondo tipo di ricerca può mettere in luce la storia delle idee sottesa a quella delle parole. L'analisi lessicale, comunque, pur se allargata a storia semantica e culturale, non è sufficiente, perché non esce dall'equivoco che definisce i linguaggi della scienza “sottocodici”, caratterizzati quindi - nei confronti del codice/lingua - da vocaboli aggiuntivi o da nuove accezioni semantiche di parole già esistenti. Certamente i linguaggi scientifici aspirano alla biunivocità, all'oggettività, alla neutralità emozionale, alla stabilità; ma questi sono “idoli”, perché la scienza moderna si avvale dell'immaginazione e si muove secondo una sua estetica, per non parlare della “passione” conoscitiva e di altre forme di soggettività di cui gli stessi scienziati sottolineano l'esistenza. Lo studio della lingua scientifica si sta dunque estendendo ad abbracciare non solo la morfosintassi, ma anche l' organizzazione testuale dei vari "generi" e gli aspetti pragmatici della comunicazione, nella convinzione che esista uno “stile di pensiero” e una strategia di diffusione delle idee che via via caratterizzano e determinano le scelte dei singoli scienziati nei vari periodi.
Il SECONDO TEMA riguarda lo sviluppo di linguaggi formali dalla lingua naturale, a partire dal Settecento: forme "stenografiche" della lingua comune, all'inizio, che poi si autonomizzano fortemente da quella lingua, a cui devono però sempre ricorrere, sia nella fase didattica (l'evoluzione della scienza non può prescindere dalla trasmissione del sapere attraverso le generazioni), sia nel caso di crisi dei nuovi codici, quando sia necessario correggere un errore o, più in generale, restaurare una funzionalità che solo la lingua è in grado di ripristinare, essendo il solo sistema comunicativo provvisto di funzione metalinguistica. Oltre alla nota alternanza fra fasi di “scienza normale” e di “scienza rivoluzionaria” (che determinano l'abbandono dei linguaggi speciali e il ritorno alla lingua naturale) vanno dunque considerate anche oscillazioni più frequenti e meno drammatiche, tendenti a riequilibrare la tendenza centrifuga dei vari linguaggi specialistici, a contrastarne la diaspora, recuperando possibilità di comunicazione fra gruppi di scienziati e restituendo alla società civile forme di consapevolezza e di controllo.
Il TERZO TEMA è quello più aderente al titolo della relazione, e anche quello su cui è opportuno insistere, pensando ai suoi risvolti educativi e sociali. Gli aspetti cognitivi della lingua sono stati attentamente studiati dalla psicolinguistica, e valorizzati in rapporto agli aspetti pragmatici della comunicazione. Meno diffusa è forse la consapevolezza del ruolo che la lingua naturale svolge in rapporto allo sviluppo del pensiero logico del bambino, fin dai primi mesi di vita, abilitandolo a compiere operazioni logiche fondamentali da cui dipende lo sviluppo della sua mente e quindi la sua capacità di interpretare l' ambiente e di stabilire relazioni significative con gli altri individui; ma potremmo anche dire che da questo tipo di educazione dipende la stessa sopravvivenza dell'individuo: se il bambino, per esempio, non sarà rapidamente in grado di categorizzare come “pericolosi” oggetti e fenomeni fra loro molto diversi come la pentola che bolle, la presa di corrente, un attraversamento stradale, ecc. difficilmente riuscirà a difendersi dalle insidie che lo minacciano quotidianamente. Prima ancora che la logica matematica svolga lo stesso compito in modo più rigoroso, la lingua naturale attiva operazioni mentali fondamentali quali la categorizzazione, la classificazione o partizione, la seriazione, la generalizzazione e la degeneralizzazione, l'astrazione , l'istituzione di relazioni, ecc. Lo fa in forma più intuitiva, meno ardua di quella logico-matematica, ma proprio per questo precocemente accessibile. Bambini che abbiano un accesso difficile alla matematica (si sente ancora oggi dire che sono “negati per la matematica”) sono quasi sempre bambini che non hanno ricevuto l'opportuna iniziazione linguistica al discorso logico-matematico, con tutte le conseguenze che ciò comporta per i singoli e per la società.
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