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Nicoletta Maraschio professoressa emerita dell'Università di Firenze
I partecipanti alla tavola rotonda
Max Pfister e Massimo Fanfani
29/09 C. Marazzini e B. Albanese

Lingua inglese all'Università?


Novembre 2012
 

Nicoletta Maraschio (Presidente dell’Accademia della Crusca)

Nei mesi scorsi si è aperto sui giornali un vivace dibattito sull’uso dell’inglese come lingua esclusiva dell’insegnamento universitario in Italia. L’occasione è stata data dall’annuncio del rettore del Politecnico di Milano, Giovanni Azzone, di voler avviare dal 2013-2014 i corsi magistrali e dottorali solo in inglese, escludendo quindi l’italiano dalla formazione superiore di ingegneri e architetti. L’Accademia della Crusca ha deciso di intervenire in tale dibattito per favorire una riflessione il più possibile articolata e approfondita intorno a una questione linguistica di grande attualità e complessità – non certo specifica del nostro Paese – che a molti appare rilevante anche da altre prospettive: politiche, giuridiche, culturali e sociali. E l’ha fatto proponendosi innanzi tutto come luogo di un confronto aperto di idee diverse. Perché è apparso immediatamente chiaro il rischio da evitare: quello che su un tema tanto delicato e in un momento significativo di svolta (che parte dall’università ma non si limita certo a essa) si determinasse una contrapposizione netta, quasi manichea, tra fautori e oppositori dell’anglicizzazione, tra chi cioè vede nella scelta dell’inglese come lingua veicolare dell’insegnamento il modo migliore, più semplice ed economico per i nostri atenei di aprirsi al mondo e chi invece difende ad oltranza la lingua italiana, appellandosi alla forza e all’autorevolezza della tradizione nazionale. Inglese contro italiano, insomma, in una visione semplificante e fuorviante. È possibile invece, crediamo, trarre dall’episodio specifico, che tanta eco mediatica ha suscitato, l’opportunità di riportare l’attenzione di un pubblico vasto sulle questioni linguistiche, per dare ad esse quella centralità che di fatto hanno nel mondo contemporaneo (ma che solo raramente è riconosciuta) e per riflettere intorno alla nostra politica linguistica e ai molti modi di internazionalizzare l’università.
È utile e opportuno adottare il monolinguismo inglese nei nostri corsi di laurea?
 

Intervento conclusivo di Nicoletta Maraschio

Desidero prima di tutto ringraziare tutti quelli che sono intervenuti sul tema che abbiamo proposto. Abbiamo deciso di prolungare la discussione oltre il limite definito del mese, non solo perché continuano ad arrivare al nostro sito pareri e testimonianze molto interessanti che ci sembra arricchiscano il quadro complessivo, ma anche perché nelle scorse settimane è uscito presso l’editore Laterza (in collaborazione con l’Accademia della Crusca) il volume Fuori l’italiano dall’università? Inglese, internazionalizzazione, politica linguistica che affronta lo stesso tema da angolature molto diverse, grazie alla voce di oltre cento linguisti, giuristi scienziati letterati e scrittori non solo italiani. Lo potete trovare nella sezione del sito riservata alle “Edizioni di Crusca”. Del libro, curato da me e da Domenico De Martino, si è parlato di recente a Napoli (Collegio di Napoli L'italiano, l'inglese e le altre lingue) e a Milano (Lingua, cultura libertà) grazie all’iniziativa rispettivamente di Rita Librandi e di Agostina Cabiddu. Nella sezione “Eventi” del sito potete troverete informazioni più precise su entrambi gli incontri.

Non è mio compito fare in questo momento consuntivi di sorta, perché il dibattito è ancora del tutto aperto. Permettetemi invece, insieme al mio grazie, di esprimere il compiacimento per un obiettivo raggiunto. L’Accademia della Crusca, come ho detto e scritto in diverse occasioni, desiderava innanzi tutto stimolare una riflessione articolata e approfondita intorno a una questione di politica linguistica giudicata importante: quella dell’esclusione dell’italiano dai corsi magistrali e dottorali di una Università pubblica prestigiosa come il Politecnico di Milano. Mi pare che la quantità e qualità degli interventi che si sono succeduti in diverse sedi e anche in questo spazio di discussione confermino l’opportunità e il successo della nostra iniziativa. Il caso milanese ha permesso di allargare molto lo sguardo ad altri problemi concernenti ad esempio la didattica universitaria, i diritti linguistici delle persone, il rapporto tra lingue e culture nel mondo attuale. E allora vorrei indicare almeno un elemento che mi sembra accomunare la maggior parte dei pareri espressi: le lingue non sono strumenti neutri chiamati a svolgere una semplice funzione comunicativa, le lingue sono sistemi complessi, fatti di tante varietà e rispondenti a tante funzioni diverse. Può essere estremamente rischioso rinunciare ad usarle nella loro interezza!

Prima di scrivere la mia opinione permettete che mi presenti.
Sono una studentessa di ingegneria meccanica della Sapienza, indirizzo veicoli.

Il quesito posto dal tema mi ha fatto sorridere un po' amaramente. Per quanto possa apparire soggettivo non posso fare a meno di notare come la maggior parte di noi studenti di materie scientifiche, non possieda assolutamente una padronanza degna della lingua italiana e quindi mi chiedo:
Ha veramente senso voler promuovere così tanto una lingua straniera facile, di immediata comprensione soprattutto nel campo scientifico e intuitiva?
Ha senso promuoverla pur avendo una conoscenza povera di lessico e peggio ancora di grammatica della propria lingua?

Anche volendo ipotizzare che la gran parte della popolazione di studenti universitari possegga una buona padronanza della propria lingua, continuo a credere che quella inglese sia, come nel caso in questione, un tantino idealizzata.
A titolo di esempio pensate che questa lingua veicolare è così sacra che in una qualunque azienda tedesca e sottolineo _qualunque_ per fare carriera, si richiede di possedere una buonissima conoscenza della lingua
tedesca.
Perché? Forse poiché nell'ambito dell'ingegneria meccanica e in particolare dei veicoli da competizione, la Germania pullula di ottimi ingegneri con ottime competenze tecniche; eppure non si può dire che l'Italia non abbia avuto (e in parte continui ad avere) una realtà automobilistica forte che il mondo ci invidia.

Quello che noi studenti desideriamo non è un foglio che ci permetta più facilmente di entrare nel mercato, già abbastanza spalancato, estero.
Noi vorremmo poter lavorare nel nostro paese perché sappiamo benissimo quanto valga - anche solo per certi aspetti - l'Italia.
Sappiamo quanta storia c'è dietro la nostra lingua.
Anche il più ignorante di noi sa quanto il nostro Paese da solo sia ricco e colmo di cultura.

"Profitèri": dichiarare pubblicamente, insegnare; parliamo di professori col compito di trasmettere scienza, cultura indipendentemente dal mezzo usato: la lingua.
Una volta che un concetto, di qualunque natura esso sia, venga recepito e compreso, lo si può riformulare in una miriade di modi diversi e di versi.
Quella dell'adozione di una lingua straniera nei corsi di laurea, ai miei occhi, è una sterile maschera da indossare davanti ai nostri vicini europei e non. L'ennesima presa in giro per loro ma soprattutto per noi.

Salve,sono una potenziale conduttrice radiofonica.
L'uso della Lingua Italiana,è essenziale,
insostituibile.Rifiuto,anche solo
l'ipotesi che~per
quanto ciò,sia
preso in esame,
in
determinati
contesti,che si possa
usare una monolingua nn appartenente alla
Patria.

Io non credo che il punto della questione sia il presunto "ripudio" della lingua italiana; che piaccia o no, infatti, il nostro mondo globalizzato sta cambiando e l'Italia purtroppo non fa altrettanto. In Cina già da tempo si usa l'inglese come lingua primaria per gli scambi commerciali, anche tra madrelingua, così come altre aziende tra cui Nokia, Samsung e Toshiba usano l'inglese come lingua nei loro progetti e nelle comunicazioni ufficiali. Anche gli aeroporti di tutto il mondo comunicano in inglese. Dunque sono molti i settori lavorativi in cui l'inglese è la lingua primaria:
oserei paragonare l'inglese di oggi al "sermo doctus" dei romani. Non credo si tratti dunque di una sfida tra lingua madre e lingua straniera, bensì di una semplice e pratica necessità: l'inglese, infatti, essendo una lingua molto più elastica e diretta dell'italiano, ed essendo utilizzata da un pubblico più ampio, è più adatta allo studio di materie scientifiche e tecniche.

Io sono a contatto con studenti di oltre 80 nazionalità diverse. La maggior parte di loro sostengono gli esami universitari in inglese. Studiano ugualmente la nostra lingua perchè piace loro per tutto quello che rappresenta. Quello però che è successo questa settimana mi fa riflettere. Uno studente tedesco ha sostenuto gli esami in inglese, lingua che lui conosce bene avendo studiato per un anno in Inghilterra. Il professore era italiano. Il professore parlava in inglese praticamente come si scrive. Non vi dico l'ilarità e le risate degli altri studenti sentendo il racconto. Allora, se vogliamo eliminare l'italiano, i professori imparino prima bene l'inglese (compresa la pronuncia) per evitare figuracce internazionali.

L'idea di avviare corsi magistrali e dottorali solamente in lingua inglese è assolutamente improponibile. Qua si fa riferimento a corsi di specializzazione superiore. Si tratta di trasmettere ex catedra "sapere formativo". Ed eventualmente di dare la possibilità di poter interagire criticamente, in interscambio anche immediato e critico, dal banco verso e con la cattedra. In altre parole non è l'inglese che forma, piuttosto è il metodo che è formativo. E il metodo è davvero più facilmente trasmissibile attraverso una non lingua madre? Non sarebbe piuttosto utile prevedere a latere o in itinere del percorso formativo universitario e postuniversitario degli "stage" all'estero?? o si ha forse la pretesa che i Signori Professori italiani, docenti di architettura e di ingegneria, possano anche insegnare l'inglese meglio dei Professori inglesi? scegliete voi, ne vale proprio la pena: meglio un bravo architetto italiano che ha ben capito quello che si insegna e si impara nelle aule o un discutibile professionista che ha fatto il possibile per capire quello che si diceva in aula in inglese e che per giunta si esprima in un mediocre inglese??

L'italiano nasce dalle ceneri del latino (e quindi del greco). Può esserci lingua al mondo più adatta dell'italiano ai fini di un lessico scientifico? Secondo me no, ma l'idea dell'italiano come lingua egemone in campo scientifico oltre che utopica è allo stesso tempo terrificante (provo ad immaginare un articolo scientifico scritto in italiano da un cinese o da un russo e mi vengono i brividi al pensiero della violenza che subirebbe la grammatica); penso altresì che parlare/scrivere/comprendere l'inglese sia il minimo che un laureato in qualsiasi settore debba saper fare oggi e si potrebbe discutere, dunque, su quanto le lauree vengano elargite facilmente senza un'accurata verifica dell'effettivo bagaglio culturale dei nostri laureati. Non trovo quindi necessaria la sostituzione dell' italiano nelle università a favore di una qualsiasi altra lingua, in fondo l'istituzione universitaria dovrebbe avere l'implicito compito di rendere onore al paese che la sostenta e ripudiare la lingua madre non è proprio il miglior modo di ringraziare.

Pur essendo assolutamente d'accordo con la prima parte del suo commento, arrivo a una conclusione opposta.
La sostituzione dell'italiano con l'inglese sarebbe infatti non necessaria se vista solo come un mezzo per favorire l'apprendimento della lingua inglese da parte degli studenti italiani. Ritengo tuttavia che il punto sia un altro: l'apertura del mondo accademico italiano ai "mercati" esteri.
Si tratta cioè di mettere il sistema universitario italiano in condizione di attirare talenti e di stringere relazioni con università estere, più che mai importanti considerando i cambiamenti a cui stiamo andando incontro; e ciò è chiaramente ostacolato dal problema da lei citato (la difficoltà della grammatica italiana, almeno per chi non parla una lingua neolatina come lingua madre) e dalla scarsa utilità che uno straniero potrebbe rilevare nell'apprendimento di una lingua che è parlata solo in un paese.

Infatti la soluzione migliore non è rappresentata dallo straniero che impara l'italiano (opzione utopica e terrificante), ma dall'italiano che si prodiga nello studio della lingua straniera (quale che sia, ma in particolar modo l'inglese) tenendo conto del linguaggio specifico concernente il proprio indirizzo di studi. Intendo dire non solo che bisognerebbe inasprire ed aumentare le prove di lingua straniera nelle università, che, per esperienza, sono davvero delle formalità più che delle vere e proprie prove, ma che è necessario far specializzare gli studenti nell'apprendere i termini (giuridici, scientifici, economici, a seconda dell'interesse) che più si confanno ai fini lavorativi in ambito internazionale; in realtà penso che i percorsi di laurea triennale non permettano tanta cura dello studente, perciò ci sono così tanti laureati sempre meno competenti. Senza fare troppe generalizzazioni credo che non ci sia un effettivo interesse dei professori (i cosiddetti "tecnici") perchè gli studenti conoscano gli argomenti che gli dovrebbero competere. Per come sta cambiando il mondo non si dovrebbe permettere a nessuno di laurearsi senza conoscere almeno una lingua straniera (o, perchè no, senza conoscere proprio l'inglese): formeremmo un laureato incompleto. Rischio d'esser preso per un fiero conservatore, che non sono del tutto, ma resto convinto che addirittura cambiare lingua nelle università sarebbe una grandissima perdita d' identità per l'Italia, per gli italiani che amano l'italiano e per la lingua stessa.

P.S.= Tra l'altro, prima ancora di assicurarci che gli italiani sappiano parlare una lingua straniera, bisognerebbe esser certi che riescano a parlare la lingua madre, cosa di cui assai dubito!

L'uso dell'inglese, come lingua esclusiva dell'insegnamento universitario, avrebbe un senso solo se l'italiano fosse una lingua primitiva, lessicalmente povera e, quindi, inidonea a esprimere concetti tecnico scientifici, ovvero se la scienza italiana fosse talmente arretrata rispetto agli standard raggiunti nei paesi anglofoni, da non possedere un patrimonio lessicale proprio, in grado di divulgare, con rigore e precisione, gli ultimi ritrovati della ricerca scientifica e le problematiche che ne derivano. Ma l'italiano non ha nulla da invidiare all'inglese (e a nessun altra lingua) quanto a capacità di rappresentare le più svariate e sottili sfumature del pensiero, sia esso scientifico, tecnico o umanistico.
La decisione adottata dal Rettore è ispirata al preconcetto che la lingua italiana, per la sua genesi umanistico letteraria, sia inadatta all'nsegnamento tecnico scientifico. Si tratta di un pregiudizio: basti guardare all'apporto dato dagli scienziati italiani nei diversi campi dello scibile e alla correlativa bibliografia scritta ovviamente nella lingua di Dante.
Ma forse a questa criticabile decisione non è estraneo un certo provincialismo snobistico di ispirazione pseudo anglofona.

Hai perfettamente ragione. Si tratta di un fenomeno, tema di una fiaba di Andersen:
http://www.pinu.it/vestito%20imperatore.htm

Io, invece, direi che da almeno 50 anni l’italiano ha già smesso di essere utilizzato come lingua per il linguaggio tecnico-scientifico, per essere relegato solo al comparto umanistico, e nemmeno contemporaneo, ma solo del passato. In questo caso, la decisione del Rettore riprende soltanto un processo di demolizione linguistica iniziato dagli stessi italiani, e tutto questo sia per il profondo disamore identitario del nostro popolo, sia per la colpevole mancanza di una politica di protezione linguistica, che in altre lingue, invece, è stata adottata (ma qua da noi guai a proporla, che subito si levano accuse di essere nostalgici del Ventennio che fu).

è una vergogna!
La lingua inglese e in particolare l'americano, già ci ruba vocaboli della nostra lingua con un plurale impossibile ed altrettanto impossibile pronuncia.
Parleremo per acronimi? (gli acrostici non esisteranno più, dato che già oggi non sanno cosa siano).
Che tristezza, saremo sempre più ignoranti!

Io penso che un paese che perde l'uso della propria lingua è un paese che ha smarrito la propria storia, cultura e di conseguenza la propria identità. Se questo è vero (escludendo pericolosi fenomeni nazionalistici) allora è bene o male smarrire la nostra identità italiana?

Non solo accettare l' egemonia linguistica anglosassone, ma addirittura bandire la lingua italiana dall' università ?? Questo rasenta la follia. Solo da un "tecnico" del Politecnico poteva nascere una tale proposta indecente. Infatti i meno inclini ad imparare la lingua italiana sono proprio i cosidetti tecnici e cioé architetti ed ingegneri. Forse questi con l' inglese avranno più successo. A parte l'ironia, dovuta allo sdegno, é vero che in Italia si imparano e si conoscono poco le lingue straniere. E questo non é un bene. Le lingue straniere bisogna studiarle , e non solo l' inglese. BIsogna conoscere per giudicare. E veniamo a questa lingua inglese . Chi l' ha detto che questa sia ormai una realtà irreversibile ed immutabile? Basta ricordare che prima di essa, come lingua internazionale o lingua-ponte, c'é stata quella greca, poi quella latina (cioé lingua italica) , poi quella francese e solo dopo la II guerra mondiale quella anglo-americana. Nessuna di queste é durata in eterno. L' egemonia linguistica dipende dai sistemi economici, politici, etnografici e anche dalla moda. Non é da escludere che nei prossimi decenni si imporrà la lingua cinese ; speriamo di no, ma é possibile. Studiare si la lingua inglese , non se ne può fare a meno attualmente, ma non accettare essa come un dogma , come un fatto irreversibile ed immutabile. Io direi di più: l' egemonia linguistica dell' inglese ( e di ogni altra lingua nazionale) va combattuta, invece che accettata. Altro che bandire l' italiano nell' università italiana !

Mi fa piacere che lei abbia citato la lingua latina; non è forse vero che i romani, per le comunicazioni importanti e per la letteratura, usassero una lingua (sermo doctus), mentre per tutti gli altri sconi ne usassero un'altra (s. Vulgaris)?
Credo che la strada da intraprendere sia proprio questa: quella di adottare si l'inglese come lingua secondaria, ma di limitarlo ai campi in cui effettivamente può portare vantaggi. Nella fattispecie, nelle materie tecnico-scientifiche, c'è l'esigenza specifica di una lingua estremamente versatile e diretta, ed è proprio questa la caratteristica più bella della lingua inglese. Mi creda se le dico che è molto più facile insegnare un linguaggio di programmazione in inglese piuttosto che in italiano, perchè l'inglese ha una sintassi più essenziale che evita molti "giri di parole" e periodi confusionari.
Ovviamente per quanto riguarda la letteratura, l'italiano è una lingua molto più bella, ricca di termini e più descrittiva, regolare nella pronuncia.
Riguardo al cinese, non penso avverrà mai ciò che lei ha detto per il semplice fatto che imparare almeno 5000 caratteri di pronuncia irregolare e tonale, non è cosa da tutti, e ci vorrebbe troppo tempo e troppo studio. Oggi vanno di moda le cose "fast-food": veloci e pronte ad essere adoperate!

L' abuso dei termini anglo-americani aumenta ogni giorno, timer, computer, WC, pass, tikets ed il neonato spendig review, anche nelle leggi e decreti italiani, ma la legge per essere uguale per tutti dovrebbe essere comprensibile a tutti. La Repubblica Italiana "emana" facendo largo uso di vocaboli falso-tecnici non aiuta affatto la chiarezza.
Enzo Mesesnell

Gli italiani conoscono poco l'inglese e più in generale le lingue straniere non solo a causa di una scuola che non prepara, il che si traduce spesso in una scuola formata da docenti che non sono in grado di motivare gli studenti a sufficienza.
C'è una sostanziale differenza tra il nostro approccio alla lingua inglese e quello ad esempio degli scandinavi. Inglese e lingue scandinave (finlandese escluso) sono strette parenti, molto più semplice per loro quindi impararle. A migliorare le cose c'è il fatto che i film sono tutti in edizione originale con sottotitoli per cui sono abituati fin da bambini a sentire parlare inglese. In Italia invece viene tutto doppiato. Mi è addirittura capitato di vedere La Dolce Vita sulla YLE, la Tv di Stato finlandese in versione originale italiana (ovviamente sottotitolata).

Credo in un futuro in cui tutti gli stati attuali della Terra ne formino uno soltanto, per cui sono favorevole ad un linguaggio universale anche se gli idiomi devono restare vivi.

Certamente la colpa è nostra. Si tratta di un esperimento e lo stiamo quindi perfezionando: perdonateci.
L'idea del tema del mese è questa: un accademico, o un altro studioso di lingua, propone un tema, apre la discussione per un mese e poi la chiude tirando le conclusioni.
Particolarmente importante, quindi, è che si rimanga aderenti al tema, magari articolando e motivando.

Qui non si è proposto di discutere se l'Accademia promuova l'italiano o no: tutto questo sito, l'attività in collegamento con la scuola, con i ministeri competenti, con le istituzioni, e poi l'attività di ricerca, le pubblicazioni e via e via (e persino le poche iniziative citate come correlati a questa pagina) dimostrano che lo promuove. Tuttavia è legittimo che qualcuno la pensi diversamente, ma non è questo il luogo per affrontare la questione: magari apriremo una sezione in cui raccoglieremo critiche e insulti all'Accademia, ma non è corretto farlo nello spazio che abbiamo voluto creare per discutere con voi di un problema fondamentale per la nostra lingua come questo. L'Accademia ha fatto la sua parte sulla questione dell'inglese nelle università fin da subito organizzando l'incontro di aprile (si veda il relativo correlato; e per organizzare un incontro del genere ci vuole tempo, quindi ci ha pensato proprio subito); e a quell'incontro seguirà un volume che sarà presto pubblicato e che vedrà raccolte varie riflessioni sul tema.

Del resto non è che, se sul nostro sito si ritrovano termini inglesi dell'informatica legati al sistema usato dall'azienda che lo ha realizzato, allora l'Accademia non ha a cuore la lingua italiana. Il punto è proprio questo: i sistemi informatici usano l'inglese perché la cultura scientifica è da anni pressoché esclusivamente anglofona, e corsi monolingui inglesi secondo molti non fanno che accentuare questa deriva. La nostra lingua va consolidata e promossa: ma bisogna avere anche uno sguardo lungo e intervenire sui processi di base, quelli a monte, e non solo su quelli a valle (anche se persino sul breve qualche correttivo potremo certamente ottenerlo, anche nella lingua tecnica del sistema informatico che gestisce il sito).

Tornando alla discussione, il punto essenziale è però questo: i ripetuti fuori tema costringeranno prima o poi a intervenire (non pubblicandoli), per non allontanare chi davvero è interessato a discutere. Questo porterà alle accuse di censura, e poi progressivamente ci costringerà a chiudere, secondo un percorso già sperimentato anni fa con il forum di discussione.
Vi prego quindi di frequentare questo angolo di discussione con la maggiore educazione comunicativa possibile.
Grazie fin d'ora.
Marco Biffi
Responsabile del sito www.accademiadellacrusca.it

Credo che gli studenti italiani conoscano poco l'inglese perchè non hanno avuto una preparazione adeguata durante il loro corso di studi. Imparano bene una seconda lingua coloro che fin dall'infanzia fanno un'esperienza di bilinguismo nel contesto di vita quotidiana, a casa e a scuola. Non essendo ovviamente possibile per tutti occorrerebbe che il sistema pubblico educativo provvedesse con strumenti e docenti preparati ad assolvere a questo compito. La tendenza invece è opposta, infatti nella scuola primaria si richiede agli insegnanti di classe di svolgere questa disciplina. In quell'ordine di scuola sarebbe necessario che operassero docenti con un'alta specializzazione, possibilmente di lingua madre per favorire il dialogo e l'acquisizione di competenze. Proporre corsi all'università in inglese significherebbe discriminare ingiustamente gli studenti sulla base delle loro origini e storia personale. Occorre dare di più a tutti e non a pochi.

Sono critiche che non capisco, non se mosse ad un politecnico: il suo compito non è quello di difendere la lingua italiana. Questo è compito che spetta ad altre istituzioni, in primis la Crusca; ma questa concretamente che fa? La scorsa settimana Camilleri, alla consegna della sua laura honoris causa, ha tenuto un condivisibile discorso, e quali sono stati i titoli su tutti ii giorni? “Camilleri: stop agli anglicismi” e “Standing ovation per Camilleri”, titoli che riferiti al suo discorso contro l’abuso di anglicismi nella lingua italiana stanno tra la beffa e lo sfottò. Ma il bello è che nessuno si è scandalizzato per questo ennesimo insulto alla lingua e allo scrittore, né c’è stata un’analisi critica o un richiamo su ciò.
Insomma perché dovrebbe interessare a un istituto tecnico la difesa della lingua se non interessa alla politica e alla stessa Crusca?

In un paese dove tanti sanno poco, si sa poco.
E' vero: solitamente la divulgazione corrisponde all'estrema semplificazione ma, da laureata con lode presso il Politecnico di Milano e da dottoranda in discipline urbanistiche presso lo stesso, spero che il guadagno e i numeri non dettino sempre legge. L'alta formazione, ovvero una scelta piena di stimoli, motivazione ed energie, non può corrispondere ad anni di apprendimento mediante il solo utilizzo di un inglese povero e, spesso, scorretto, per non parlare del conseguente abbandono di ricchissime bibliografie nostrane. Internazionalizzazione significa tendenza e apertura verso un'altra cultura, non totale immersione in essa.
E cosa dire, poi, di coloro che arrivano da altri paesi con un grande sogno linguistico, avendo frequentato istituti italiani?
Dunque, che i giovani possano continuare a scegliere se ambire una laurea tricolore o un master's degree "a pois".

Probabilmente, prima di sottoporre gli studenti a una rivoluzione del genere, bisognerebbe fare in modo che essi possano affrontarla. Parliamo in uno stato in cui all'interno di diversi istituti primari si insegna ancora il francese, e anche l'inglese, dove disponibile, é spesso lasciato in mano a individui che forse sarebbe meglio se facessero dell'altro.
Trovo non abbia senso passare da un estremo all'altro e auspicherei un processo di internazionalizzazione graduale che, per il momento, si limiti a rendere disponibile dei corsi o degli incontri in lingua, purché BEN FATTI, per chi volesse e fosse in grado di seguirli. Di seguito si potrebbe pensare a iniziare un insegnamento SERIO dell'inglese sin dalle scuole primarie, come accade in parecchi stati, e quindi, una volta giunti all'università, tutti potrebbero potenzialmente partecipare a simili situazioni senza che ciò possa creare loro pregiudizio e diventare motivo di emarginazione. Tendo a sottolineare che quest'ultima dovrebbe essere un'opportunità, non una costrizione, in quanto trovo assurdo che un italiano in Italia debba studiare Renzo Piano su una monografia in italiano... per poi esporla in inglese a dei docenti probabilmente italiani!
Cito Raffaella, "Internazionalizzazione significa tendenza e apertura verso un'altra cultura, non totale immersione in essa": parole sacrosante! Parlo tre lingue, mi piacerebbe impararne di nuove, ma provo disgusto davanti a connazionali che pugnalano senza pietà la nostra lingua (non si pretende che tutti usino figure retoriche particolari... ma un congiuntivo ogni tanto sarebbe auspicabile), finendola a colpi di anglicismi talvolta quasi necessari, altre decisamente fuori luogo. Se una parola proviene dall'inglese e non è mai stata tradotta oppure la traduzione della stessa è estremamente disusata, si è autorizzati ad adoperarla; se la si utilizza perché non ne si conosce la traduzione in italiano, esistono apposta i vocabolari; se, infine (purtroppo, la soluzione più ricorrente), si utilizza la versione inglese di parecchie parole solo perché é "trandy" e "cool"...che l'italiano riposi in pace.

concordo

Il testo di Nicoletta Maraschio mi è piaciuto tantissimo anche perché partecipo all'UFBA (sono la coordinatrice di italiano) di un programma di lingue straniere per la comunità universitaria (professori, funzionari e alunni) che oggi offre gratuitamente corsi di inglese, spagnolo, francese, tedesco e italiano per più di 500 persone.

Il 22 agosto ultimo ho presentato all'Università dello Stato di Santa Catarina (UFSC) una comunicazione intitolata: "A internacionalização da Universidade e o ensino do italiano" dove ho difeso esattamente l'importanza dell'insegnamento di diverse lingue (oltre l'inglese) per la preparazione degli alunni ai programmi di studio (laurea e pós-laurea) all'estero.

Io avrei una semplice proposta, aprire maggiormente le università ai professori stranieri (ovviamente meritevoli e possibilmente di prestigio) come già avviene nelle grandi università di mezzo mondo e lasciar che insegnino in inglese, mentre per quanto riguarda gli altri, che si insegni in italiano!
Perché optare per una scelta drastica quando si possono avere entrambe le cose ed evitare che l'italiano diventi una lingua morta in ambito tecnico scientifico? Già ora la situazione è quanto meno imbarazzante, fioccano termini in inglese per ogni cosa, anche quando esiste ed è ampiamente usato il corrispondente italiano. Il che poi è comico, in quanto ci ritroviamo a fare un uso esagerato di anglicismi per poi essere tra i meno preparati nell'uso della lingua inglese. Molto meglio il bilinguismo!

Più che il monolinguismo, sarebbe utile il bilinguismo.
Introdurre dei corsi che utilizzano la sola lingua inglese è un'ottima idea, ma solo affianco ad altri di lingua italiana. In questo modo si creano delle opportunità sia per chi vuole formarsi mirando al mercato estero, sia per chi dall'estero vuole studiare in Italia, senza dimenticare gli altri.
Prima di arrivare ad un monolinguismo inglese in Italia, mi chiedo se non sia necessario inserire nel piano di studi di ogni singolo corso un esame di lingua italiana, indipendentemente dall'area di studio, piuttosto che sfornare laureati che non sanno scrivere correttamente nella lingua madre.

Penso che sia inutile, in quanto tutte le facoltà hanno come priorità l'insegnamento delle materie connesse all'indirizzo che lo stdente sceglie e l' utilizzo sclusivo della lingua inglese rappresenterebbe un'autentica dispersione delle conoscenze da acquisire nel corso di laurea.
Infatti è di assoluta gravità ed ingenuità(per non dire altro) che si pensi di adoperare la lingua inglese all'Università, invece di pensare al rafforzamento dello studio delle lingue straniere nelle sua sede naturale e cioè scuole elementari, medie e medie superiori.
E' altresì ovvio che l'uso esclusivo di quella che è e rimane una lingua straniera all'università rappresenterebbe una violenza ai danni della cultura italiana che non ha precedenti.
Nei film e serie televisive americane si nota un uso sempre più dffuso delle citazioni latine e addirittura di frasi o parole in lingua italiana.
Ciò considerato l'utilizzo esclusivo della lingua inglese all'università potrebbe ben definirsi anche anacronistico ed ottuso.

Concordo pienamente con Giampaolo, soprattutto per quanto riguarda l'aspetto che sottolinea: parlare in una lingua significa adottare la prospettiva di quella lingua, descrivere il mondo esteriore e interiore da un'ottica particolare. Adottare il monolinguismo, qualsiasi sia la lingua prescelta, significa quindi ridurre la visuale, e proprio in un momento storico in cui sarebbe necessario ampliarla il più possibile.
Non c'è alcun bisogno di corsi di laurea esclusivamente in inglese, soprattutto se, a causa della scarsa competenza linguistica, questo si riduce a una sorta di jargon privo di riferimenti culturali in senso proprio.

Una contro proposta: perché invece non puntiamo sul bilinguismo perfetto, come accade tra l'altro in maniera positiva da anni in molte altre nazioni europee??? Inoltre, non si può trascurare una lingua ( l'Italiano) che antropologicamente, storicamente e filologicamente detiene i segreti linguistici alla base di svariati altri idiomi del pianeta. Si dovrebbe fare un passo avanti e non due indietro, la sola conoscenza dell'inglese nei frangenti tecnici e nella scienza può risultare un'arma a doppio taglio e poi, io credo che sapendo esprimersi correttamente con la nostra lingua ed avendone una piena padronanza sia più facile acquisire conoscenze specifiche con altri linguaggi ed anzi aiuti ad assere più elastici ed intuitivi con una sorta di 'dare e avere' costruttivo.
Il senso è solo questo, usiamo l'Italiano per pensare e l'Inglese per fare e farci capire da chi non conosce e/o non vuole conoscere.
Il mio pensiero di sempre resta comunque uno ed unicamente che sarebbe molto meglio avere padronanza totale della propria lingua e poi tutto il resto, a conferma di ciò che dico basterebbe tendere l'orecchio a molti programmi televisivi o leggere qualche diario sulla rete per capire quanto si stia svalutando l'italiano. La scuola pubblica primaria e secondaria hanno di certo una buona percentuale di colpe...

Bacchettare il PoliMi perché segue la tendenza di tutte le altre ,aggiore università europee, ma che dire del sito della più importante istituzione della lingua italiana che trabocca di anglicismi (e-mail, homepage, link), tutti sostiuibili con parole italiane?
Se la Crusca stessa fa poco o nulla per difendere l'integrità dell'italiano dall'anglomorfizzazione, come si può pretendere che lo faccio altre istituzione che non l'hanno come loro missione (o mission?)?

Concordo. Oltre a e-mail (‹posta elettronica›), homepage (‹pagina iniziale›, ma, nella casella qui sopra, vedrei meglio un semplice ‹sito›) e link (‹collegamento›), ci sono anche web (‹rete›; come apposizione va bene il nome ufficiale ‹internet›, quindi ‹sito internet›) e on line, con le varie scrizioni on-line e online (‹in linea›).

Una critica a questo provvedimento insensato che si basi solamente sulla difesa del prestigio della tradizione nazionale sarebbe fragile e non coglierebbe del tutto nel segno.

Il pericolo d’insegnare solo in inglese, infatti, tocca molteplici aspetti. In primo luogo, l’apprendimento – e la perfetta padronanza – d’una lingua straniera richiede tempo e soldi: risorse che uno studente lavoratore, magari proveniente da una famiglia povera, potrebbe non avere. Peraltro, se forniamo a un futuro ingegnere o architetto strumenti linguistici soltanto inglesi, ciò significa che diamo per scontato che questi, laureatosi, se ne vada a lavorare all’estero. E poi ci lamentiamo della fuga di cervelli!

In secondo luogo, e qui mi affido a quanto ha già detto al riguardo il professor Sabatini, c’è la questione di chi dovrà tenere questi corsi. Un docente italiano difficilmente potrà avere una conoscenza abbastanza approfondita di una lingua straniera da essere in grado d’insegnare: far lezione, infatti, significa ragionare momento per momento su ciò che si dice. Per farlo, occorre prendere tanta familiarità con l’inglese quanta se ne ha con l’italiano. E, se cercassimo d’attirare professori stranieri, verrebbero in Italia i migliori o quelli che non riescono a far carriera nel loro Paese?

Da ultimo, sí, non va dimenticato che esiste in effetti il problema della perdita di prestigio nazionale. E, a ben vedere, non è problema da poco. S’insinua che l’italiano non sia una lingua adeguata alla scienza, assegnandogli cosí lo statuto di dialetto. Di conseguenza, chi parla (solo) italiano sarà inferiore a un (italo)anglofono, con tanti saluti all’articolo 3 della nostra già malconcia Costituzione.

Che cosa si vuol proporre, allora? L’isolamento? L’autarchia linguistica? Naturalmente – nemmeno lo dovrei dire – no. Sarebbe follia non riconoscere l’egemonia dell’inglese e della cultura anglosassone. Ma sarebbe – anzi, purtroppo, è – ugualmente folle bandire l’italiano. Non solo perché esistono numerosi studi scientifici che dimostrano i benefici del bilinguismo; ma anche per un fatto piú generale: ogni lingua porta un suo proprio sguardo sul mondo e rappresenta un peculiare modo di pensare. Ecco: se eliminiamo l’italiano dall’istruzione universitaria, insieme alla messe sterminata di contributi italiani all’ingegneria e all’architettura, eliminiamo uno sguardo sul mondo. Anzi, eliminiamo un mondo. Il nostro.

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