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G. Fanello Marcucci, C. Marazzini, G. Di Leo e N. Maraschio
Il presidente Claudio Marazzini con Claudia Arletti e Mario Calabresi
Da sinistra: Benedetti, Givone, Benintende, Maraschio, Ravenni, Lavia
XII Convegno ASLI

Titoli di studio, formazione linguistica e accessi alla Pubblica Amministrazione


Settembre 2015

Francesco Sabatini

 

Nella legge di riforma della Pubblica Amministrazione (legge delega al governo, approvata definitivamente da Camera e Senato il 4 agosto del corrente anno, alla quale seguiranno i decreti attuativi) si incontrano enunciazioni che riguardano i requisiti culturali dei futuri aspiranti ai posti statali. Nell’art. 17, il comma d) stabilisce la «soppressione del requisito del voto minimo di laurea per la partecipazione ai concorsi»; il comma e) istituisce la «previsione dell’accertamento della conoscenza della lingua inglese e di altre lingue, quale requisito di partecipazione al concorso o titolo di merito valutabile dalle commissioni giudicatrici, secondo modalità definite dal bando anche in relazione ai posti da coprire».

Le considerazioni che seguono non vogliono affatto essere una semplice, ennesima tirata contro l’imposizione della lingua inglese. Qui intendiamo: rilevare gli effetti che produce l’accoppiamento delle due enunciazioni; segnalare altre garanzie che invece vengono del tutto ignorate; far conoscere scenari retrostanti a talune prescrizioni.

Annullando il «requisito del voto minimo di laurea» lo Stato disconosce tutto il lavoro che compiono la Scuola e l’Università, in Italia massicciamente di Stato. Sappiamo che entrambe le istituzioni funzionano, qua e là, piuttosto male e che le valutazioni in esse compiute possono essere poco attendibili: ma cancellarne del tutto il peso è un pessimo segnale, che va contro tutte le proclamazioni di impegno dei governi nel “migliorare la Scuola e l’Università”. Vi sono Paesi  (Gran Bretagna; USA) in cui i titoli di studio sono rilasciati da istituzioni scolastiche di varia matrice e per questo hanno di per sé scarso valore legale; perciò in tali Paesi funziona una rete di “agenzie di accreditamento” che tarano il valore dei titoli. Ma in Italia i titoli di studio sono rilasciati, dallo Stato o da istituzioni riconosciute dallo Stato, “in nome della Repubblica Italiana”. Per giunta, sta entrando sempre più in vigore la pratica della “valutazione” di tutto il nostro sistema d’istruzione e di ricerca. Come si fa a disdire tutto ciò e a prefigurare un sistema dell’altro tipo?

E comunque, se  s’intendesse introdurre un meccanismo del genere nei concorsi per entrare nella nostra Pubblica Amministrazione, la competenza primaria da sottoporre a verifica, e quindi da enunciare chiaramente fin dalla legge delega, dovrebbe essere la padronanza della lingua italiana, orale e scritta, nella misura adeguata al grado del posto a cui si aspira. Non solo come principio che s’impone automaticamente, ma come risposta alle ormai inveterate denunce del caos linguistico che pervade l’intero nostro apparato amministrativo e forense-giudiziario (le denunce vengono proprio dagli Ordini professionali e dalla Magistratura). Ebbene, di questo grave problema nessuna traccia nella freschissima legge di riforma della nostra PA. Eppure, il 21 gennaio 2010 fu consegnato al Presidente del Senato (allora Renato Schifani) un documento di giuristi e linguisti che illustrava anche questa specifica esigenza (documento pubblicato in varie sedi e anche nella “Crusca per voi”, num. 38, aprile 2009, pp. 1-8).

Va da sé che anche la conoscenza dell’inglese, di cui non vogliamo contestare affatto l’opportunità negli ambienti della Pubblica Amministrazione (con opportune gradazioni secondo i posti occupati), dovrebbe far parte del pacchetto di competenze assicurate dalla scuola e risultare nei certificati del curricolo scolastico: altrimenti, perché tanto sfoggio di prescrizioni ministeriali per allargare e potenziare questo studio in ogni ordine e grado di scuola e nelle Università?

È qui che affiora un dubbio, ispirato da altre situazioni analoghe. Non è un mistero il fatto che, accanto alle prescrizioni o martellanti suggestioni di dover correre a imparare sempre meglio l’inglese per far carriera, fiorisce una selva di corsi, di ogni tipo, che si propongono di far raggiungere questo scopo. Fenomeno fisiologico, certo, ma che diventa altro quando emerge la richiesta di una competenza “certificata” con attestati e diplomi di alta garanzia. È ben noto che le certificazioni costano molto, tanto più se vengono collegate alle garanzie che offrono i principi rigorosi delle grandi centrali estere e se comprendono soggiorni all’estero. È qui che ci si chiede: con le nuove norme per accedere ai posti di dipendente pubblico, lo Stato italiano toglie valore ai propri “certificati” (i diplomi scolastici e le lauree) per lasciare campo libero al mercato privato delle lingue, finendo per sottostare anche ai criteri di valutazione di centri di studio di altri Paesi? Si diventerà impiegato al catasto o alle ASL solo con il beneplacito di Cambridge? E, naturalmente, solo se avrai abbastanza soldi per pagarti “quel” corso e “quel” soggiorno all’estero. In tal caso, si tratta di una vera tassa, un’imposta indiretta (o “accisa”) accollata ai cittadini che non hanno mezzi finanziari di famiglia.

Per arginare le distorsioni sopra indicate, occorre dunque vigilare, ora, sui decreti attuativi della legge delega. Sia chiaro: l’insegnamento dell’inglese generalizzato è oggi una necessità nella nostra come in altre società. Ma non è l’unica misura da prendere: si ottimizzi l’istruzione scolastica su tutti i fronti disciplinari e sia data precedenza assoluta a una salda padronanza dell’italiano, ancor più se si è dipendenti dello Stato e se si esercitano professioni di largo interesse pubblico; si lasci spazio per lo studio di altre lingue oltre all’inglese, forse altrettanto utili agli individui in svariati casi (francese, tedesco, sloveno per territori di confine e aree bilingui; altre per i rapporti con comunità di lingua orientale ben presenti tra noi); per il miglioramento successivo di alcune competenze siano valorizzati comunque i servizi (meno costosi) dello Stato o interni alle istituzioni interessate.

Poiché l’eliminazione del requisito del voto minimo di laurea è indicazione vincolante già inserita nella legge delega, per rimediare al guasto già prodotto restano solo le strade ora indicate: battersi in tutti i modi per migliorare i percorsi di istruzione pubblica preuniversitaria e universitaria, per non trovarsi di fronte a una frana del sistema educativo istituzionale (senza illusioni su un più ampio ricorso a un presunto, e comunque costoso, miglior sistema privato); vigilare su leggi e decreti per non demandare (senza accorgersene) parti sempre maggiori di formazione a sistemi successivi di integrazione, con sempre nuove accise a carico del cittadino non abbiente.

 

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Intervento conclusivo di Francesco Sabatini

Ringrazio i 18 frequentatori del sito della nostra Accademia che sono intervenuti (fino al giorno 21 settembre) con commenti sull’argomento della legge delega del 4.8.2015, che nulla dice dei requisiti dei futuri dipendenti dello Stato in fatto di competenze linguistiche in italiano e prevede invece accertamenti della loro conoscenza dell’inglese. In larga maggioranza i loro commenti sono di pieno consenso alla mia critica di questo testo legislativo: un commento è di sostanziale dissenso, qualche altro sposta la questione su un altro piano.
Tra i pareri concordi ne distinguo subito due. Michele Gazzola dà forte rilievo a tutta la questione e insiste sul “cattivo esempio” offerto da quelle nostre istituzioni scolastiche e universitarie (peraltro private) che puntano a un’anglificazione integrale e rapida di tutti i corsi: in mancanza di una direttiva di politica linguistica a livello governativo, tali iniziative non possono che creare disparità sociali e confusione sul funzionamento della lingua nazionale. Questa disamina di Gazzola trova conferma puntuale nel commento di Marisa, «dipendente pubblica», che testimonia della grande sregolatezza linguistica delle carte che passano sotto i suoi occhi in ufficio, provenienti dall’interno o da uffici anche ministeriali, con la conseguente «immane fatica» per interpretarli e si dice anche disorientata dal parlato. Aggiungo io che le testimonianze del genere emergono dappertutto e per questo una legge che ci passa sopra tranquillamente va considerata una cattiva legge.
Fanno corona a questi due commenti altri 10 – di Massimo, Maria Carolina Campone, Aldo, Marco, Giancarlo, Tonia, Teresa (che in primo momento aveva frainteso il senso del mio titolo ironico), Serena, Agostino Venturini, Maria – che appoggiano il loro consenso anche a considerazioni su una generale tendenza al disordine nella nostra società e nella scuola. Massimo fa presente, in particolare, che in Messico, dove si trova da due anni, l’amministrazione pubblica pretende che il cittadino le si rivolga in spagnolo e non fa concessioni ad altre lingue. Serena segnala le condizioni particolarmente critiche della Campania, dove l’italiano a volte non sembra nemmeno una L2 (ma nel contempo Serena ritiene che si debba dare risalto ai dialetti).
Un commento di linea diversa è quello di Daniele Serra, che condivide «alcuni spunti» del mio commento e riconosce che il dipendente pubblico deve conoscere bene l’italiano, e andrebbe perciò esaminato in materia; ma sostiene che la correlazione con l’eliminazione del voto minimo di laurea non sussiste e che il conoscere bene l’inglese è un fattore decisivo: come si evince dalla situazione di un Paese come la Svezia (dove egli vive) nel quale l’inglese entra un po’ dappertutto e arricchisce la comunicazione. Si oppone direttamente a questa parte delle sue tesi Marco (di Trento), che ritiene improponibile il confronto tra l’Italia e la Svezia, per le dimensioni diverse dei due Paesi, e comunque ritiene in decadenza, per effetto della penetrazione dell’inglese, la lingua svedese (come accadrebbe anche in Olanda per l’olandese). Per parte mia osservo che il caso di Paesi con molto minore numero di abitanti (rispetto a noi), le cui lingue sono pochissimo note fuori del territorio nazionale, non è direttamente comparabile con il caso italiano e che, comunque, proprio in quei Paesi il livello di istruzione, e di padronanza della lingua nazionale, è ben più elevato che da noi. In sintesi, noi dobbiamo ancora far bene affermare l’italiano in casa! Questo, però, non vuol dire che non si debba promuovere al più presto in Italia anche una buona conoscenza dell’inglese. A questo proposito, il commentatore propone che, per evitare sperequazioni tra chi ha mezzi e chi non li ha per studiare ulteriormente l’inglese, lo Stato dovrebbe predisporre molte forme di aiuto diretto. Osservo subito che di un aiuto del genere ci sarebbe bisogno altrettanto … per l’italiano (vedi anche l’osservazione di Serena Vultaggio, di cui più avanti).
Quanto alla correlazione tra la conoscenza dell’italiano e il voto di laurea (ritenuta incongrua da Daniele e svalutata anche da Antonio), nonostante l’evidente (e già da me segnalata) poca affidabilità dei voti di laurea attribuiti dalle nostre Università, osservo che il principio di massima di riconoscere una qualche differenza tra chi prende il minimo e chi è parecchio più su nel voto di laurea non dovrebbe essere cancellato e basta, altrimenti demotiviamo sempre più in generale lo studente a perseguire una buona preparazione complessiva. E poi, visto che anche l’inglese è materia lungamente presente nel curricolo scolastico, perché non dare per scontato anche che il laureato “sa l’inglese” (quanto l’italiano) senza chiedergli un certificato aggiuntivo? Resta il dubbio che proprio questo sia uno scopo del comma della citata legge.
Valga, sull’ultimo aspetto, l’opinione di Serena Vultaggio, docente d’inglese, che afferma coraggiosamente che chi non conosce l’italiano, conosce male anche l’inglese; sicché, dice lei, «l’approssimazione viaggia su entrambi i fronti».
Segnalo, infine, una posizione che porta in altra direzione. Domenico sostiene che le carenze linguistiche delle nuove generazioni dipendono dal mancato studio del latino, e non da una revisione del curricolo d’italiano, come io personalmente (mi cita specificamente) vado affermando quando illustro gli apporti della linguistica moderna e in particolare della “grammatica valenziale”: un modello, questo, che, secondo lui, insieme con «le competenze e la certificazione delle competenze» favorirebbe «la materialità delle cose … il pragmatismo … l’atto pratico … il capitalismo sfrenato …» e « la meta del cellulare ultimo modello» o della «vacanza in posti esotici». Che l’ombra dell’aziendalismo gravi pesantemente, da una ventina d’anni, sulla nostra scuola, è purtroppo vero. Ma per quanto riguarda la “grammatica valenziale” devo segnalare al gentile visitatore del nostro sito che tale modello è nato sulla base della didattica del latino e si ritiene lo strumento principe per studiare proprio la grammatica del latino, come di ogni altra lingua (a cominciare dall’italiano), se si riconosce importanza a questo tipo di studio. Circa le competenze, non rappresentano affatto un traguardo fuorviante: tutto dipende dai percorsi di studio che si compiono per raggiungerle.
A conclusione di questo dibattito così serrato, credo che si riconosca da parte di tutti che il punto grave di questa nuova legge non è l’apertura all’inglese, ma l’omissione totale di ogni riferimento esplicito alla necessità di ottenere e verificare la buona padronanza dell’italiano nei dipendenti pubblici. Di qui la necessità di impegnarsi a porre rimedio a questa omissione in qualsiasi modo e momento possibile.
Francesco Sabatini

Gentile Professore, parole pienamente condivisibili le Sue, alle quali aggiungerei un dato di fatto, che e' anche un argomento di riflessione che dovrebbe coinvolgere l'Accademia della Crusca.
Mi occupo di insegnamento di Italiano come Lingua straniera, faccio corsi soprattutto per il personale delle aziende straniere presenti in Italia e di tanto in tanto,autonomamente, organizzo e tengo corsi di Lingua Italiana all'estero, in varie capitali europee, con un interesse altissimo, che lascia increduli e stupiti solo gli italiani.
Io parlo Inglese da piu' di 15 anni e non sento il mio italiano "minacciato", perche' la mia Lingua Madre e' solida. Una Lingua di un popolo, in generale, puo' accogliere e gestire qualsiasi Lingua straniera quando e' " in forma", senza rischiare di essere assoggettata.
La Lingua Italiana ha tutte le carte in regola per imporsi nel nuovo contesto storico, a patto che anche le Accademie, gli Istituti accettino la sfida e accettino di riconoscere e rappresentare non solo se stesse, ma anche la vasta schiera di Insegnanti che opera attivamemte nel settore, sul campo, in modo del tutto anonimo.
La Lingua Italiana non deve diventare un prodotto che si vende un tanto al chilo, ma ancor meno deve ridursi a Lingua per pochi che cita se stessa, ingabbiata in un purismo che presume di proteggerla. L' Italiano deve muoversi, non aspettare, deve proporsi e imporsi, non solo attirare staticamente.

L’articolo affronta un problema cruciale. La progressiva anglificazione delle università italiane e ora della pubblica amministrazione stanno creando forse le precondizioni per una graduale anglificazione dei licei? La risposta sembra positiva. Il liceo statale Tito Livio di Milano, secondo un articolo di Tiziana De Giorgio su "La Repubblica" del 1 settembre, intende procedere verso una massiccia anglificazione dell'insegnamento. Stando a De Giorgio, il piano prevede che "tutte le materie - dal latino alla matematica - vengano spiegate in lingua inglese. Il modello di riferimento è quello del Politecnico". Così ha deciso la preside, Amanda Ferrario, e non dubito che molti vedranno nel Tito Livio un "apripista", esattamente come molti hanno giudicato “visionaria” la politica linguistica di anglificazione totale dei percorsi di studio a livello di master e dottorati portata avanti dal rettore del Politecnico di Milano, Prof. Azzone. Non vi è nulla di cui stupirsi. Lo dice chiaramente la preside Ferrario nell’intervista: "Abbiamo capito che il futuro è lì". Se le università passano all'inglese, presto o tardi anche i licei passeranno all'inglese. Prima si sceglierà un sistema "bilingue", poi probabilmente, per contenere i costi, un sistema sempre più monolingue (esattamente come successo al Politecnico). Non è un caso isolato. A Treviso il collegio internazionale Pio X passerà presto all'inglese come lingua di insegnamento. Riccardo Donadon, secondo "La Tribuna di Treviso" del 25 agosto, mira a creare "una sorta di «superscuola» in lingua inglese, dalla materna all’università, che formi la classe dirigente del mondo globalizzato del terzo millennio".
Si tratta di rappresentazioni della realtà molto ingenue, visto che la globalizzazione sta incrementando l'importanza di altre lingue. Non a caso il Regno Unito l’anno scorso ha reintrodotto l’insegnamento obbligatorio delle lingue straniere abolito nel 2004. Ma si tratta di rappresentazioni radicate nella provincia italiana che stanno sortendo effetti reali nel sistema pubblico di istruzione, a tutti i livelli. Siamo di fronte all'inizio di un "effetto a cascata"? Troppo presto per dirlo. Ma emerge in modo acuto il problema della mancanza di una vera politica linguistica in Italia. La quale non può che essere centralizzata. Essendo la lingua un bene pubblico nel senso economico del termine, la sua promozione non può essere lasciata alla buona volontà delle "autonomie", tanto meno quelle universitarie, perché il rischio di comportamenti opportunistici è troppo alto (così come se l’illuminazione pubblica delle strade fosse pagata dai cittadini su base volontaria invece che tramite la tassazione obbligatoria, molti eviterebbero per opportunismo di pagare sperando che gli altri si facciano carico dei costi; il risultato, sub-ottimale, è che i costi per l’illuminazione pubblica non verrebbero coperti. La stessa cosa accade per il canone radiotelevisivo).
Se non si stabiliscono dei limiti dell'anglificazione del sistema italiano di trasmissione del sapere, senza paura di essere definiti “puristi” o “retrogradi”, si finisce dritti verso un pericoloso piano inclinato caratterizzato da effetti perversi sulla vitalità della lingua italiana (fra cui il lessico) e verso inaccettabili diseguaglianze sociali (quelle sì retrograde). Chi ha i mezzi per frequentare scuole o università bilingui sono i più abbienti, tutti lo sanno. In Sudafrica, in India e in altri paesi africani l'istruzione tramite inglese o francese ha accresciuto (e non diminuito) le diseguaglianze sociali.
Aggiungo soltanto che le politiche linguistiche adottate da Azzone (ingegnere), Donadon (imprenditore) e Ferrario (insegnante di lettere) sono ispirate da molta ideologia e da pochissima conoscenza della ricerca in pianificazione linguistica e/o istruzione bilingue. Secondo quanto riportato da De Giorgio, al Tito Livio “i docenti di greco e di storia dell'arte, di filosofia e di scienze dovranno raggiungere come minimo una certificazione di livello B1 per poter far parte del nuovo programma di lezioni”. Insegnare storia in inglese con un livello B1 significa rovinare la formazione dei ragazzi. Nel Quadro comune europeo di riferimento per la conoscenza delle lingue, un livello B1 corrisponde a un livello “Livello intermedio o di soglia”, ed è descritto come segue: il parlante “comprende i punti chiave di argomenti familiari che riguardano la scuola, il tempo libero ecc. Sa muoversi con disinvoltura in situazioni che possono verificarsi mentre viaggia nel Paese di cui parla la lingua. È in grado di produrre un testo semplice relativo ad argomenti che siano familiari o di interesse personale. È in grado di esprimere esperienze ed avvenimenti, sogni, speranze e ambizioni e di spiegare brevemente le ragioni delle sue opinioni e dei suoi progetti.” Secondo certi decisori pubblici questo dovrebbe essere già un livello sufficiente per “insegnare” al liceo o all’università. Ogni ulteriore commento è superfluo.

Il prof. Sabatini piuttosto che la grammatica valenziale doveva valorizzare lo studio della "gramatica" per antonomasia, cioè il latino. La grammatica valenziale, le competenze e la certificazione delle competenze sono le forme di una scuola-azienda, propria dei Paesi anglosassoni e lontana dal nostro modello di scuola. Il deterioramento e la messa al bando del liceo classico è indice di un'inversione di rotta: la materialità delle cose al posto dell'astrattezza della filosofia, il pragmatismo al posto della riflessione, l'atto pratico in vece del pensiero. Il tutto è perfettamente in linea con la "moda" mondiale del capitalismo sfrenato, dell'elasticità che sconfina nell'Usa e getta, dell'arrivismo la cui meta è il cellulare ultimo modello o la vacanza in posti esotici. L'inglese non come lingua franca, ma addirittura come sostituta dell'italiano sarà una convenzione dettata dal mercato così come l'italiano è stata una convenzione letteraria. Purtroppo, allentando la disciplina e la rigidità secondo il detto "per aspera ad astra" con la convinzione che ci sono strade più facili e meno faticose per raggiungere le stelle, l'immediata conseguenza è l'imbarbarimento dei costumi, poiché "il peggio" è sempre più facile da seguire.

L'eliminazione del voto di laurea mi sembra una cosa corretta, in quanto prende atto di un dato di fatto: le votazioni di università e scuole superiori sono una farsa. Per quanto sia triste a dirsi è sufficiente guardare una qualsiasi statistica per rendersi conto della distribuzione del tutto assurda delle valutazioni (che invece dovrebbero seguire almeno grossolanamente una Normale di Gauss). Detto questo sarebbe giustissimo che in qualsiasi concorso pubblico si valutasse, insieme alle competenze specifiche richieste dalla mansione, la capacità di esprimersi correttamente in lingua italiana.

Vivo da due anni in Messico e all'inizio, quando andavo negli uffici pubblici, non pretendevo che gli impiegati parlassero inglese, sono io che ho dovuto imparare lo spagnolo per comunicare. E lo stesso accade in altri paesi come testimoniano molti interventi nei forum degli italiani all'estero! Puoi essere fortunato ogni tanto ma non è un obbligo.

"Annullando il «requisito del voto minimo di laurea» lo Stato disconosce tutto il lavoro che compiono la Scuola e l’Università, in Italia massicciamente di Stato"...Ha ragione Prof. Sabatini. Purtroppo il disconoscimento è iniziato da tanto tempo ed è andato di pari passo con una svalutazione della figura professionale del docente, accettato dai docenti stessi, per motivi che esulano dall'oggetto del suo intervento. Nel contempo, sono in crisi i valori stessi su cui si fonda lo Stato italiano, valori di cui la lingua è parte e portatrice. Una recente indagine di "Save the children" mostra come i bambini italiani siano 'svantaggiati' e 'deprivati' culturalmente: pochissimi leggono, quasi nessuno di loro visita musei o biblioteche, una sparuta minoransa pratica sport. A mio modesto avviso, la questione è quindi molto più complessa e non si riduce solo all'uso dell'italiano nella P.A., ma va estesa alla mancanza di un chiaro progetto politico culturale nel nostro Paese. Colgo l'occasione per salutarla e ringraziarla per tutte le sollecitazioni che offre e per l'impegno che profonde a difesa della nostra lingua e del nostro sistema culturale .

Semplicemente, si presuppone che la conoscenza della lingua italiana sia assodata da, almeno, 13 anni di pubblica istruzione obbligatoria. Se un dipendente pubblico non conosce la propria lingua dopo 13 anni di studio, evidentemente il problema non è che gli sia richiesta la conoscenza di una seconda lingua, ma una scuola che non sa insegnare neppure una lingua con cui ha a che fare fin dall'infanzia.

Gentile prof. Sabatini,
ho letto con attenzione la Sua riflessione, e condivido alcuni spunti. Ma non posso non notare come ci siano delle carenze nel discorso che Lei propone.
Mi trovo, per esempio, in pieno accordo con Lei quando dice che è necessaria una conoscenza della lingua italiana commisurata alla mansione che ci si troverà a svolgere. E devo dire che anche per l'inglese credo si possa dire lo stesso.
Lei solleva il problema dell'abolizione del voto minimo di laurea, invero materia interessante per un dibattito, ma che in nessun modo si correla con la conoscenza della lingua italiana: molte lauree italiane prevedono addirittura tutti i corsi in lingua inglese. Quindi davvero non colgo come si possa affiancare questo discorso a una carenza nella conoscenza della lingua italiana. Sono due discorsi ben distinti e come tali devono essere trattati. La Sua analisi pecca di superficialità, mi permetta, laddove cerca di accoppiare queste due tematiche. Non troverei nulla di sbagliato nell'istituzione di un controllo della conoscenza della lingua italiana per l'amministrazione pubblica. Tuttavia, occorre secondo me ricordare che lo scopo di un impiegato non è certo quello di scrivere trattati, ma di esprimersi in maniera tale da farsi intendere dal proprio interlocutore o lettore. E a questo scopo occorre attenersi.
Proprio a questo fine, la conoscenza della lingua inglese non è meno importante! Molte persone si potrebbero trovare in condizione di interfacciarsi con impiegati pubblici senza conoscere sufficientemente la lingua italiana. Le persone che vivono in Italia lo fanno per i motivi più disparati, e perfino gente che possiede la cittadinanza italiana può non essere tenuta a sapere la nostra lingua. Io momentaneamente vivo in Svezia, dove la conoscenza dell'inglese è prerogativa indispensabile probabilmente anche per lavorare al supermercato. Questo ha creato un ambiente internazionale e ricco, che è lungi dall'essere uno svantaggio. Allo stesso tempo, non distoglie gli immigrati, né men che meno i locali, dal desiderio di imparare e parlare lo svedese, per essere partecipi della vita e della cultura della nazione.
Se poi il problema è andare a riempire le casse delle istituzioni che rilasciano certificati di lingua inglese, o gravare eccessivamente sulle tasche dell'aspirante al posto, occorre fare alcune precisazioni.
In prima battuta, occorre dire che le istituzioni che rilasciano le certificazioni sono spesso degne di massimo rispetto (università o addirittura organizzazioni no-profit, come l'ETS). In secondo luogo, non è obbligatorio - e questo mi permetto di proporlo come spunto di riflessione - appoggiarsi a tali istituzioni per certificare la conoscenza dell'inglese, oppure lo si può fare a tariffe agevolate. Infine, occorre dire che avere una conoscenza di base della lingua inglese può tranquillamente ritenersi un dovere civico, perlomeno per coloro che si affacciano al mondo del lavoro. Se una persona che partecipa ad un concorso per la pubblica amministrazione, specialmente giovane, non ha almeno una conoscenza di base della lingua inglese, forse questa persona può cedere il proprio posto ad altri più preparati. Oggi conoscere l'inglese non è difficile: esistono centinaia di strumenti, anche sul web e molti dei quali gratuiti, che permettono a chi ne ha la volontà di imparare la lingua più usata al mondo in moltissimi disparati ambiti. Non si venga a dire che, dopo l'educazione scolastica di base non si possa studiare l'inglese, anche per conto proprio e senza dover ricorrere a costosi corsi e soggiorni all'estero, perché non è vero.
Si dia piuttosto lo spunto - l'ennesimo, forse - per migliorare il livello dell'educazione italiana nello studio di ambedue le lingue. Questo, sì, è essenziale per dare ai giovani gli strumenti per inserirsi adeguatamente nel mondo del lavoro.
Ma non sia questo il pretesto per sollevare una polemica dal sapore un po' arcaico sull'uso della lingua italiana. Questa è davvero un patrimonio da salvaguardare e riscoprire, ma non risente di alcuna minaccia dal mondo esterno, sia chiaro. Si permetta, al contempo, una diffusione capillare della lingua inglese per garantire a ciascuno l'accesso ai servizi a cui ha diritto.

Non sono d'accordo con quanto scritto dal sig. Serra. Egli sostiene che "molte persone si potrebbero trovare in condizione di interfacciarsi con impiegati pubblici senza conoscere sufficientemente la lingua italiana. Le persone che vivono in Italia lo fanno per i motivi più disparati, e perfino gente che possiede la cittadinanza italiana può non essere tenuta a sapere la nostra lingua". Come no? E in che lingua dovrebbero interfacciarsi con l'amministrazione pubblica? In inglese? L'inglese non è lingua ufficiale della Repubblica, anzitutto. E non è ammissibile che un cittadino britannico si trovi in un rapporto di forza con un impiegato pubblico italiano perché il primo può usare la sua lingua. Poi dobbiamo chiarire: l'inglese è una lingua sconosciuta alla maggioranza delle persone. Secondo voi la badante ucraina, il muratore romeno e il camionista albanese sanno l'inglese? Siamo seri!
La Svezia è in tal senso un cattivo esempio. Il caso svedese mostra che salvaguardia della lingua nazionale e promozione dell'inglese sono il larga misura incompatibili. Diffondere in modo capillare l'inglese crea le pre-condizioni per un graduale abbandono della lingua nazionale, come in Svezia e Olanda, appunto, dove le università, le grandi aziende e perfino alcuni uffici pubblici (come quello brevettuale) hanno da tempo rinunciato allo svedese per passare interamente all'inglese. Il modello svedese ha fallito perché ha creato di fatto un paese linguisticamente subordinato alla cultura anglosassone (perfino nella musica gruppi come gli Abba e i Roxette hanno abbandonato lo svedese), nel quale ormai la lingua locale è destinata a diventare un idioma buono per le conversazioni fra amici e parenti e per rappresentazioni folkloristiche della cultura locale. Paesi come la Svizzera, la Germania e la Francia, sono altrettanto ricchi e internazionali, hanno saputo mantenere saldamente la barra dritta integrando linguisticamente gli stranieri. L'esempio svedese quindi è un cattivo esempio, che ricorda le antiquate politiche coloniali degli imperi europei in Africa, e che quindi dovremmo ben guardarci dal seguire.

Tutto bene. Ma una postilla mi sia permessa sul confronto con la Svezia paese "esemplare" perché la gente parla l'inglese anche al supermecato. Non dimentiachiamo che la Svezia ha 9.600.000 abitanti ca., l'Italia circa 60.000.000. Sei volte di più.
Se poi volessimo sapere qualche cosa sulla storia della letteratura svedese, potremmo cominciare dalla relativa voce di Wikepia (vedi Wiki), o dal sito Treccani.
Provate a fare il paragone con l'Italia, se ne avete voglia e se conoscete la storia della nostra tradizione culturale. Questo non certo per istituire gerarchie "politicamente scorrette", ma per affermare con forza che il raffronto, nel caso dell'Italia, sarebbe meglio proporlo con nazioni un po' più grandi, come Francia, Spagna, Germania.

Le sue considerazioni sono giustissime e le condivido completamente. Purtroppo i mezzi di comunicazione odierni ci fanno comprendere sempre più le grandi lacune che i nostri concittadini hanno nei confronti della Lingua Italiana. Sarebbe quindi opportuno che almeno lo Stato operi per incentivarne e salvaguardarne la conoscenza e l'uso.
La saluto e vista l'occasione ne approfitto per esternare la mia stima verso di Lei.

Che bell'argomento !!!!
Sono una dipendente pubblica, lavoro in una segreteria scolastica e mi occupo delle risorse umane, volgarmene detto "ufficio personale".
Vi posso garantire che me ne capitano di tutti i colori, a cominciare dai docenti che nel 90% dei casi vanno in panne quando si tratta di inoltrare un'istanza al Dirigente Scolastico: non sanno da dove cominciare e rare volte riescono da soli a concretizzare le loro richieste su un foglio di carta.
Non parliamo poi del dialogo! Ho coniato un motto "l'italiano è un optional". Molte volte non si capisce, nel discorso, chi sia il soggetto e la chiarezza è dono raro, quanto mai prezioso.
Non mi meraviglia: è un'immane fatica anche interpretare le circolari ministeriali, per fortuna che dopo 15 anni si riesce ad individuare la chiave di lettura e il labirinto si dipana.
Forse si legge poco? Molto probabilmente si e ce accorgiamo facilmente perchè l'uso corretto del congiuntivo e del condizionale è prerogativa di pochi.
Credo che l'italiano, inteso proprio come linguaggio, non sia poi tenuto così tanto in considerazione e non venga spinto di più, nelle scuole, l'appropondimento delle parole per esempio. Se ciascuno di noi elevasse la media di conoscenza pro-capite di vocaboli forse ne gioverebbe tutto il nostro Bel Paese. Grazie dell'attenzione ricevuta.

Condivido pienamente professor Sabatini. Per entrare nella nostra Pubblica Amministrazione competenza primaria dovrebbe essere la padronanza della lingua italiana, orale e scritta, nella misura adeguata al grado del posto a cui si aspira.

Avrei una sola curiosita:come mai per la lingua italiana pone il verbo "usare",mentre per la lingua albionica pone il verbo "sapere"?Anche perchè il verbo trovo nel verbo sapere qualcosa di molto filosofico...partendo dalla sua etimologia...è un verbo che non andrebbe usato a casaccio..sbaglio?

Se conosco bene l'inglese devo conoscere bene l'italiano, se no non conosco nessuno dei due! Mi sa che l'approssimazione viaggi su entrambi i fronti!

Docente di inglese

Stavo per avere un mancamento, poi ho letto tutto il testo e mi sono riavuta!

Cito testualmente: "si ottimizzi l’istruzione scolastica su tutti i fronti disciplinari e sia data precedenza assoluta a una salda padronanza dell’italiano". Parole sante!!!! Viviamo in un'Italia in cui sono presenti innumerevoli, bellissimi e vari dialetti che spesso vengono utilizzati come L1 e influenzano ancora negativamente l'uso della lingua italiana. Specialmente in certe regioni come, ad esempio, la Campania, la nostra amata lingua non è molto utilizzata fra i più, c'è un'enorme difficoltà di espressione e, in taluni casi non poco diffusi, non è nemmeno presente nel linguaggio come L2. Solo ponendo fine a questo scempio linguistico imparando tutti e bene a parlare l'italiano (salvaguardando sempre i nostri dialetti, patrimonio indiscusso della nostra cultura) potremo iniziare a imparare l'inglese fluentemente come accade in molti altri Paesi.

Caro Professor Sabatini, ho letto quanto da lei scritto , e, per quel che vale il mio parere, voglio dirle che lo condivido completamente. Purtroppo anche questo è parte integrante dello sfacelo italiano, a tutti i livelli e in tutte le pieghe della società, partendo da quella parte che dovrebbe governare e non lo fa. Ma lasciamo perdere la politica, altrimenti finiamo fuori argomento, e il mio intervento verrebbe valutato negativamente, come si usava ai miei tempi coi temi a scuola. Chi lavora per lo stato dovrebbe essere comunque un esempio per i cittadini, ad iniziare dal modo di esprimersi, di comportarsi e di vivere, poiché dovrebbe rendersi conto che, specie in questo periodo storico, usufruisce di una posizione garantita al di sopra di tutti gli altri suoi concittadini. Ma il merito oggigiorno non esiste più, lei lo sa altrettanto bene quanto me, quel che importa è l’appoggio di qualcuno che “conta”. Queste nuove regole non fanno altro che rendere sempre più necessaria la raccomandazione, proprio perché, non giudicando per merito, ogni scelta è aleatoria. Mi fermo, non voglio approfittare di più della sua pazienza e della sua cortesia nell’ascoltare cose che lei conosce benissimo. La saluto cordialmente e l’aspetto alla domenica mattina sulla RAI.

Se poi si considera che ben difficilmente puoi studiare e imparare dignitosamente una qualsiasi lingua straniera, se ignori la tua propria, non è difficile immaginare la confusione babelica cui stiamo andando incontro giulivamente. Ma, se a fare le leggi sono deputati quelli che sempre più spesso vediamo ciarlare in tv, nessuna meraviglia per ciò che ci accade.

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