Siamo qui… a rispondervi


Quesito: 

Diversi lettori, tra cui Sara P. da Milano, Chiara M. da Ferrara e Giovanni T. da Torino, ci scrivono per avere delucidazioni sulla correttezza e la legittimità della costruzione siamo/sono a chiedervi, di ampia diffusione nella corrispondenza formale di aziende e uffici.

 

Siamo qui… a rispondervi

 

La costruzione sono a chiedervi rientra nella tipologia sintagmatica [verbo+ a + infinito], che risulta diffusa in tutte le fasi della storia dell’italiano, sin dai documenti più antichi, come illustrato da Emidio De Felice nel suo studio dedicato alla storia e agli usi della preposizione a.

 

All’interno di tale costruzione, l’infinito retto da a (che costituisce una frase subordinata di tipo implicito, formata cioè con un verbo di modo non finito) assume generalmente valore finale: coerentemente con il significato locale e direzionale della preposizione, l’infinitiva indica infatti di norma la direzione e quindi lo scopo, il fine verso cui si orienta l’azione espressa dal verbo reggente (come in vado a chiamare il dottore; ti invito a venire da me; l’ho mandato ad accompagnarvi).

 

Pur costruendosi di preferenza con i verbi di moto, il costrutto a + infinito è tuttavia possibile anche con verbi di stato come essere o stare: in tal caso il sintagma descrive la situazione in cui si trova il soggetto o l’azione in cui è occupato, la sua permanenza in un’attività, esprimendo quindi l’aspetto durativo dell’azione (per esempio siamo qui ad aspettare il loro arrivo; eravamo tutti a vedere la partita;Lucia e Maria sono state tutto il tempo a parlare; anche, se pure con un significato particolare, non ti sto a dire quanti tempo mi ci è voluto). Il costrutto è d’altra parte attestato già nell’italiano antico e la sua diffusione nella lingua letteraria è ampiamente documentata, tra gli altri, da Rohlfs 1969, Salvi-Renzi 2010 e dal GDLI, che riporta s.v. essere la costruzione essere a fare qualcosa proprio nel significato di ‘trovarsi occupato, impegnato’: vi troviamo per esempio “Altre [anime] sono a giacere; altre stanno erte” Dante, Inf. XXXIV, 13; “Io mi credo che le suore sien tutte a dormire” Boccaccio, Decameron; “l'oste era a sedere sur una piccola panca” Manzoni, Promessi Sposi. Per quanto non manchino esempi in cui la connotazione finale emerge in maniera più netta ed evidente (come in “Questi sono a te ubbidireNovellino; o “La padrona sarà or ora a servirle” Goldoni, La locandiera), nella maggior parte dei casi il valore finale delle proposizioni, seppure presente, risulta tuttavia attenuato e l’infinitiva tende ad assumere un valore più marcatamente locativo o temporale. Se per esempio confrontiamo la frase “Ero qua un momento fa a bere un bicchiere d’acqua” con “Ero qua un momento fa per bere un bicchiere d’acqua”, notiamo come le due proposizioni, pur condividendo il significato di massima, si distinguono per la differente sfumatura semantica attribuibile all’enunciato: nel primo esempio, dove l’infinitiva è introdotta da a, viene messo maggiormente in rilievo l’aspetto durativo dell’azione, ossia il fatto che il soggetto si trova in un luogo, impegnato in una determinata attività per un certo periodo di tempo; mentre nel secondo, in cui l’infinitiva è introdotta dalla preposizione per (che non a caso secondo Giuliana Grego Bolli accentuerebbe la componente finalistica dell’azione e quindi il valore finale complessivo della proposizione), si avverte più chiaramente la volontà del soggetto di trovarsi in quel luogo in vista del conseguimento di un fine preciso.

 

Quale che sia la sfumatura semantica prevalente, è comunque innegabile la presenza simultanea in tali frasi di un valore finale e di uno temporale-locativo, e una simile compresenza può essere riconosciuta anche nella nostra costruzione sono a chiedervi (insieme alle varianti sono a domandare / richiedere / sollecitare, ecc.): in essa l’uso del verbo di stato (essere) nella frase reggente esprime la presenza del soggetto in un determinato luogo (che però non sempre viene esplicitato), appunto finalizzata al conseguimento di un fine, che è in questo caso la formulazione di una domanda o di una richiesta. È infatti probabile che in origine la costruzione venisse impiegata in contesti di effettiva comunicazione ‘in presenza’, in cui il soggetto giustificava il fatto di trovarsi o di essersi recato in un luogo col fine di rivolgere, in forma rispettosa e deferente, una richiesta a un ente, un’autorità o una persona di grado più elevato. Ne sono prova le diverse attestazioni del costrutto riscontrate all’interno di dialoghi di opere teatrali e libretti d’opera tra Sette e Ottocento, per esempio:

 

LELIO: È permesso, ch’io possa dedicar a loro l’umilissima servitù mia?

Beatrice ed Eleonora lo salutano colla testa senza parlare.

LELIO: (Sono sdegnate). Sono a chiedere scusa a lor signore, se sono partito un poco alterato.

(Carlo Goldoni, I pettegolezzi delle donne, 1751)

 

OTTAVIO: Buon giorno, nipote.

LELIO: Sono a domandarvi un piacere per parte di mia madre.

(Carlo Goldoni, I puntigli domestici, 1752)

 

BERTRANDO: Ebbene, ov’è il disegno?

TARABOTTO: Altezza, io sono a chiederle una grazia.

(Gioachino Rossini, L’inganno felice, libretto di Giuseppe Maria Foppa, 1812)

 

ARTURO: Adesso signor Conte, sono a domandarle di potere esser destinato a ricoprire il posto dell’avvocato Riccardo a Palermo.

CONTE: Abbiate pazienza, caro Cavaliere, ma questo non me lo aspettava. […]

(Virginio Pallavicini, Protezioni, 1872)

 

La formula compare anche nell’edizione del 1840 dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni (ma è in realtà già nell’edizione del 1827 e ancor prima nella versione del Fermo e Lucia, nella variante son qui a domandare), impiegata da Gertrude, la futura monaca di Monza, che spiega di essersi recata in convento per richiedere di essere ammessa come novizia ed entrare a far parte dell’ordine religioso. In questo caso la compresenza del valore finale e di quello temporale-locativo pare sottolineata dalla presenza dell’avverbio di luogo qui:

 

«Son qui…» cominciò Gertrude, ma, al punto di proferir le parole che dovevano decider quasi irrevocabilmente del suo destino, esitò un momento, e rimase con gli occhi fissi sulla folla che le stava davanti. […] «son qui a chiedere d’esser ammessa a vestir l’abito religioso, in questo monastero, dove sono stata allevata così amorevolmente» (Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, 1840)

 

Dalla comunicazione orale, la costruzione passa poi all’uso scritto epistolare, soprattutto in lettere e documenti di tono formale, dove viene impiegata come formula di cortesia, probabilmente anche per evitare le forme del presente le chiedo / le domando, ecc., considerate troppo dirette. Ma se ancora a inizio Novecento il costrutto continua a essere normalmente utilizzato anche nella corrispondenza privata di chi si voglia rivolgere in modo rispettoso a una persona cara (per esempio “Alessandra, amica buona, ancora una volta sono a chiederle scusa per il male che le ho fatto, e che le faccio”, Fulcieri Paulucci di Calboli, Lettere e scritti, 1911-1919; o “L’ostinatissimo silenzio suo e di Piacentini mi riesce sospettosissimo, ed io, per ciò, sono qui a richiederle, a mani giunte, che non mi nasconda, no, più oltre il vero!”, Umberto Zanotti Bianco, Carteggio, 1919-1928), nell’uso scritto contemporaneo appare invece di sapore antiquato, oltre che fortemente connotato in direzione burocratica. È infatti nelle scritture di ambito burocratico che la costruzione sono a chiedervi continua a essere largamente impiegata: non sarà un caso se nelle opere dello scrittore siciliano Camilleri la forma ricorre con particolare frequenza, a parodiare il linguaggio di funzionari, prefetti e questori, spesso infarcito di arcaismi, strutture pleonastiche e fraseologie ridondanti e stereotipiche, che sono appunto proprie della lingua della burocrazia (e che da questa, non di rado, passano all’italiano dei semicolti). Si veda, per esempio, il seguente passo, tratto dal romanzo La scomparsa di Patò (2000):

 

Da questa sua domanda di autorizzazione, risalente al dì 20 del corrente mese, ho appreso con una tal qual meraviglia che il Ciaramiddaro, proprio il giorno avanti la scomparsa del ragioniere Patò, aveva secolui altercato sì violentemente che era stato necessario richiedere il suo intervento. Lei aggiunge che il Ciaramiddaro ha profferito continue minacce di morte avverso il Direttore, colpevole solo di esigere dal Ciaramiddaro la restituzione di un prestito concessogli dalla filiale di Vigàta dalla Banca di Trinacria. Non capisco allora le sue oscitanze e sono a domandarle: perché il Ciaramiddaro non è stato inquisito formalmente per la scomparsa del Patò?

 

Concludendo, sarà forse consigliabile evitare, anche in lettere di tono formale, l’uso del costrutto, che potrebbe comportare spiacevoli effetti di parodia involontaria, ricorrendo in alternativa alle più usuali, ma ugualmente rispettose, vi chiedo la cortesia / la gentilezza di o vi scrivo per richiedere o alle forme del condizionale vorrei sapere e simili.

 

 

Per approfondimenti:

  • Emidio De Felice, La preposizione italiana «a», “Studi di filologia italiana”, XVIII, 1960, pp. 169-317.
  • Giuliana Grego Bolli, La funzione della finale nell’italiano scritto contemporaneo, «Annali dell’Università per Stranieri di Perugia», II, 1982, pp. 131-58.
  • Sergio Lubello, Il linguaggio burocratico, Roma, Carocci, 2014.
  • Michele Prandi, Gaston Gross, Cristiana De Santis, La finalità. Strutture concettuali e forme d’espressione in italiano, Firenze, Olschki, 2005.
  • Gunver Skytte, La sintassi dell’infinito in italiano moderno, Kobenhavn, Munksgaard, 1983.
  • Francesco Vagni, La proposizione finale nell’italiano contemporaneo, in Fenomeni morfologici e sintattici nell’italiano contemporaneo. Atti del VI Congresso internazionale di Studi della Società di Linguistica Italiana, Roma, 4-6 settembre 1971, Roma, Bulzoni, 1974, vol. I, tomo II, pp. 329-337.

 

A cura di Sara Giovine
Redazione Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca

6 luglio 2018