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Claudio Marazzini, Ludovica Maconi, Vittorio Coletti, Maria Agostina Cabiddu
Firenze Libro Aperto 2017, Il "Vocabolario del Fiorentino contemporaneo"

Natalino Irti ricorda Giovanni Nencioni


Natalino Irti ricorda la figura di Giovanni Nencioni
[da Il Corriere della Sera, 24 ottobre 2008]

Elzeviro

Un ricordo di Giovanni Nencioni

 

Lingua e diritto: le vie parallele

Il presidente della Crusca si laureò con Piero Calamandrei.

La ristampa anastatica della prima edizione (Venezia, 1612) del Vocabolario degli Accademici della Crusca è dedicata, su autorevole iniziativa di Francesco Sabatini, al grande studioso Giovanni Nencioni (1911-2008), che per quasi trent' anni tenne con alto prestigio la presidenza di quell' antico e celebre sodalizio. Anche un giurista ha qualche titolo per discorrere di Nencioni, e ricordarne la nobile e generosa figura. Già per le pagine, da lui riservate, nel fondamentale saggio del 1946 (Idealismo e realismo nella scienza del linguaggio), all' intima affinità tra diritto e lingua: istituzioni, ambedue, che si muovono nella dialettica fra oggettività e soggettività, fra norme e concreta applicazione.

Come nella lingua il singolo parlante attinge elementi dal «vocabolario», custode di modi e forme dell' esprimersi e del dialogare, e si fa obbediente alla costante oggettività dei significati e alle regole della grammatica; così nel diritto il singolo atto (negozio giuridico, testamento, o sentenza) trae la propria validità dall' adeguarsi alla legge, dall' essere quale la legge vuole che sia. In ambedue i campi, l' uomo deve negare se stesso per essere veramente se stesso, perdersi come individuo per riconoscersi nella socialità del dire e del fare: alla lingua come codice del parlare corrisponde il diritto come grammatica dell' agire. E in ambedue, anche gli atti «illeciti», gli atti di disobbedienza e di rivolta, giovano alla vita dell' istituzione e ne stimolano lo sviluppo. E questo dà ragione all'odierna crisi, che travolge lingua e diritto, e entrambi piega al frammentismo e all' occasionalismo. Non più la pagina e il periodo stretti nel vincolo della coerenza linguistica e della proprietà espressiva; non più, dall' altra parte, le leggi raccolte in organiche e razionali unità. Comune il destino delle due istituzioni, che sarebbero chiamate a garantire i rapporti del convivere: uomini che parlino e s' intendano fra loro; e uomini che agiscano l' uno verso l' altro secondo misure costanti e predefinite.

Crisi della lingua e crisi del diritto sono profili della medesima realtà, e insieme si riconducono alla crisi della parola, che vediamo surrogata da segni telematici, gerghi tecnici, nomenclature convenzionali. C'è poi un, più personale e biografico, legame fra Nencioni e il mondo giuridico. Giacché egli seguì studî di legge nell' Università fiorentina, e fu allievo («discepolo infedele», amò definirsi) di Piero Calamandrei, laureandosi il 1933 con una tesi su un grave e oscuro argomento di diritto processuale civile (l'intervento volontario litisconsorziale!). La tesi, giudicata degna di stampa, segnò l' esordio pubblico di Nencioni, sicché i suoi studî linguistici mossero, quasi a prova della profonda contiguità dei due àmbiti, dalle aride rive del diritto. Il formalismo del processo civile educava, nel suo oggettivo rigore, all' analisi e all' istituzionalità della lingua. La vita del diritto è, a ben vedere, vita di parole: applicare norme non si può se non interpretando parole; comandare non si può se non dicendo parole.

L'autore di questo elzeviro ama ricordare che nel 1997, avendo inviato a Nencioni un suo libro sull' interpretazione dell' atto giuridico, ne ebbe in risposta una lettera di densa e commossa sincerità. Dove egli evoca l' «amato e ammirato maestro Piero Calamandrei» e - se è lecito cedere alla lusinga dell' elogio - si compiace che un giurista «con forte vocazione speculativa porti un nuovo consenso e sostegno alla mia concezione istituzionale della lingua». Elogio generoso, perché l' autore del libro entro quella concezione aveva svolto la propria indagine, e ad essa era rimasto strettamente e pienamente fedele. Così Nencioni non cancellava dalla propria storia la pagina giuridica, ma anzi trovava in essa il fondamento e la ragione dell' ulteriore cammino. Studî giuridici e studî linguistici apparivano in intrinseca continuità, fraterni nel riconoscere la capacità unificatrice e costruttiva della parola.

 

Natalino Irti

Pagina 57 - Corriere della Sera
(24 ottobre 2008)

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