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Hans Goebl, Bruno Moretti, Gaetano Berruto
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Le responsabili social dell'Accademia a "Pazza idea" 2015
Claudio Marazzini, Ludovica Maconi, Vittorio Coletti, Maria Agostina Cabiddu

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Luca Passani

Dagli autorevoli interventi (inclusa la discussione che ne è seguita, con particolare riferimento all’intervento del Prof. Sgroi) emergono alcuni aspetti significativi che riassumo:

  1. Il qual’è apostrofato ha alcune buone ragioni dalla sua che nessuno contesta.
  2. Alcuni illustri linguisti (Sgroi, Fochi) hanno sostenuto in passato e sostengono oggi che la regola per la scelta dell’apocope condurrebbe più facilmente alla scelta dell’elisione (qual’è apostrofato) dal momento che davanti a tutte le forme del verbo essere che inizino con consonante si usa “quale” (e non "qual").
  3. Se la grafia “quale è” è pienamente legittima (come confermato dal Prof. D’Achille), diventa difficile escludere l’applicazione dell’elisione che è una regola generale dell’italiano.
  4. Non sono certo rare in italiano le grafie alternative per una medesima espressione. Non ci sarebbe quindi un grosso problema nell’ammettere entrambe la forme come corrette.

Riporto qui anche l'opinione del Prof. Sgroi (peraltro ribadita in modo più esteso con il suo commento in calce all’intervento del Prof. D’Achille):

"Nel domenicale del “Sole 24 ore” del 17 febbraio, Giuseppe Antonelli, bravo storico della lingua nonché romanziere e brillante giornalista, ha ricordato che «qualche anno fa, a Roberto Saviano sfuggì - twittando - un apostrofo di troppo: “Qual’è il peso specifico della libertà di parola? ”». Capita, può capitare, specie quando si scrive rapidamente su una tastierina piccola come quella di un telefono. Ma Saviano non volle ammettere l’errore e, rispondendo alle critiche, scrisse «Ho deciso: -) continuerò a scrivere ‘qual’è’ con l’apostrofo come Pirandello, Landolfi”». «Non è così che funziona» è stato il giudizio netto (puristico) di Antonelli. Da cui però dissentiamo in toto, in nome di una “Grammatica laica”. Dando piena ragione a Saviano per la sua scelta. Per motivi diversi. In primo luogo non si tratta affatto di un “errore”. Poi si tratta anche di un uso “codificato”, cioè riconosciuto come corretto da grammatici, per di più puristi. Ancora. Lungi dall’essere un uso sgrammaticato, il “qual’è” è invece un uso dettato da una precisa regola grammaticale di grande vitalità. Per essere considerato un “uso errato”, il “qual’è” (con l’apostrofo) dovrebbe essere prerogativa delle scritture degli incolti. Ma non è affatto così. Saviano giustamente ricordava di trovarsi in compagnia con autori quali Pirandello e Landolfi. Ma la schiera di scriventi doc del ‘900 è facilmente arricchibile. Se si dà un’occhiata al “Primo tesoro della lingua letteraria italiana del Novecento”, nel Cd-Rom curato da Tullio De Mauro (Utet 2007), costituito da 100 testi del Premio Strega apparsi nel cinquantennio 1947-2003, si scopre la presenza di “qual’è/qual’era” in autori come G. Berto 1947, A. Palazzeschi 1948, C. Malaparte 1950, A. Moravia 1952, I. Calvino 1952, E. Morante 1957, M. Tobino 1962, G. Arpino 1964, G. Parise 1965. Si potrebbe continuare con altre banche dati. E si tratta anche di un uso “codificato”. Un esempio appare ne “La grammatica degl’Italiani” di Trabalza Allodoli (1934 e 1952), dove si trova scritto: “l’interpunzione, qual’è stata stabilita” (p. 332). Tale uso è poi difeso a spada tratta da un purista come Franco Fochi fin dal 1964. Nel suo delizioso “L’italiano facile” Fochi ritiene «giusta, aggiornata, legittima soltanto la grafia qual’è». Infine, la grafia “qual’è” (con l’apostrofo) si spiega in quanto elisione di “quale” dinanzi a vocale. Davanti a consonante nell’italiano d’oggi “quale” non va soggetto ad alcun troncamento. Si dice infatti «quale partito votare? » e non già «*qual partito votare? », «quale lavoro cercare? » e non già «*qual lavoro cercare», ecc. Il troncamento di “quale” dinanzi a consonante è un residuo dell’italiano antico, rimasto in espressioni fossilizzate, come “nel qual caso”, “una certa qual fretta”, “qual piuma al vento”. La grafia “qual’è” riflette quindi la pronuncia dell’italiano moderno, quella senza apostrofo rimane legata all’italiano del tempo che fu."

Di contro, capisco la praticità per chi insegni italiano di avere il “qual è” come utile cartina tornasole per valutare la conoscenza delle norme ortografiche da parte degli studenti. Rimane però il fatto che, nella situazione attuale, si fa un torto a chi, come nel caso del sottoscritto, intenda usare un italiano moderno (almeno secondo la sua sensibilità) ed evitare il desueto “qual” nei suoi scritti, ma si trovi costantemente costretto a discutere ad nauseam con i molti che hanno interiorizzato in tenera età la regola prescrittiva.

Alla luce di questo, mi permetto di suggerire una revisione del parere del 2002 che, pur senza intaccarne la struttura e il messaggio fondamentale dell'Accademia, rifletta le considerazioni del Prof. D’Achille e del Prof. Sgroi.

Suggerisco questo:

«Secondo una convenzione adottata da tempo nelle scuole italiane, la grafia di qual è non prevede l'apostrofo in quanto apocope vocalica, che si produce anche davanti a consonante (qual buon vento vi porta?) e non di un'elisione che invece si produce soltanto prima di una vocale (e l'apostrofo è il segno grafico che resta proprio nel caso dell'elisione).
Come qual ci sono altri aggettivi soggetti allo stesso trattamento: tal, buon, pover (solo nell'italiano antico), ecc.
Tale logica è però contestata da alcuni linguisti (Sgroi, Fochi) che rilevano come quale (e non qual) sia l’unica parola realmente vitale nell’italiano contemporaneo davanti a tutte le forme del verbo essere che inizino con consonante.
Occorre inoltre osservare che la grafia qual'è, sebbene minoritaria, vanti parecchi esempi letterari e sia diffusa e ricorrente anche nella stampa, sul web e sui social media.
In virtù di queste osservazioni, è consigliabile continuare a scrivere qual è senza apostrofo, pur non arrivando l’Accademia ad indicare come errata la grafia con apostrofo.»

È mia opinione che questo aggiornamento salverebbe i proverbiali capra e cavoli, evitando di stravolgere la convenzione adottata per anni, ma rendendo giustizia a coloro che ritengano corretto adottare la grafia apostrofata senza costringerli, in mancanza di altre prove, a difendersi dalle accuse di scarsa conoscenza dell’ortografia.

Cordiali saluti

Luca Passani

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