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Maria Luisa Villa e Claudio Marazzini
Il presidente Marazzini a Siena per le "Passeggiate d'autore"
Il vincitore Frans De Waal
C. A. Ciampi accademico della Crusca

Rispondi al commento

Gentile Presidente,

accennando a quelli che Lei chiama "dialetti" volevo solo segnalare che l'universo mondo li considera, e non da ieri, lingue. Si parla di lingua piemontese (codice ISO 639-3 pms), veneta (vec), siciliana (scn), ecc. Si possono consultare i repertori linguistici internazionali, o gli atlanti di lingue (non dialetti) in pericolo. O semplicemente le riviste di linguistica. E' vero che è quasi tutto in inglese... (che poi tutto questo sia o non sia recepito dal legislatore è ovviamente altra storia).
Come parlante nativo di una di queste "entità" vedo la mia lingua (e il mio bilinguismo) da sempre negati; da ciò mi viene anche un certo imbarazzo nell'ascoltare peana a favore dell'italianità e della "lingua nazionale".
Ma tutto questo mi sembra poco rilevante nella discussione in oggetto, che riguarda piuttosto l'uso di una lingua internazionale per la comunicazione scientifica.
I nostri studenti già studiano su materiale per lo più in inglese, e spesso richiedono a gran voce di poter seguire in quella lingua corsi di laurea o singoli insegnamenti; leggono (e se sono bravi un giorno scrivono) su riviste internazionali. E' ovvio che al termine della giornata pensino, letteralmente, in inglese, e non cerchino di tradurre "floating tone" nella lingua di Dante.
Mi rendo conto che questo non vale per alcuni settori umanistici, come l'italianistica – settori che hanno tutto il diritto, e la necessità, di continuare a esprimersi in italiano.
Non vale però, mi creda, né per tutte le discipline umanistiche né, ovviamente, per le "scienze dure".
Forse lasciare la possibilità di redigere e sottoporre progetti in italiano per alcuni, limitati, settori disciplinari potrebbe essere la soluzione. Non certo quella di imporre l'italiano a tutto il mondo scientifico.
Con immutata stima e viva cordialità.

Risposta

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