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Gianni Fochi (Scuola Normale Superiore, Pisa) Espressioni scientifiche arbitrarie nel linguaggio comune
Gl’italiani sanno che l’ambiente materiale e culturale in cui vivono è in trasformazione continua e rapidissima; sono assai meno consapevoli, invece, del fatto che il mutamento è in buona parte sospinto dalla scienza e della tecnica. O meglio: a parte l’informatica, di cui fa un gran parlare, dell’influsso tecnico-scientifico percepiscono alcuni aspetti negativi (o presunti tali: uranio impoverito, organismi transgenici, ecc.). Una prova? Basta citare lo spaventoso calo di matricole scientifiche in molti atenei. Dal torrente vorticoso, dunque, la nostra società è trascinata passivamente: la mancanza di consapevolezza le nega gli strumenti per imbrigliarlo e guidarlo. Molte espressioni tratte dal gergo tecnico-scientifico fanno parte del linguaggio quotidiano, ma alla loro diffusione non deve essere attribuito un valore sostanziale: già quando avevo meno d’un terzo degli anni che ho ora, mio padre paragonava la lingua moderna a una città allagata, in cui tutto si ritrova dappertutto, in settori assai lontani da quelli originari (Franco Fochi, Lingua in rivoluzione, Feltrinelli, 1966, pag. 18). Molte parole o concetti d’origine scientifica (osmosi, catalizzare…) vengono usati da persone affatto digiune di scienza, e quindi a sproposito: sono dunque spesso spia d’incomprensione — piuttosto che d’avvicinamento — fra la scienza e quei settori della cultura che tengono più contatti con la gente comune (per esempi direttamente collegati con l’informazione scientifica popolare, v. http://www.sns.it/~Fochi/PirelliAward/fochi.html). Responsabilità del divulgatore è dunque anche affrontare il termine scientifico, spiegandone bene il significato. Al contrario, fra coloro che per mestiere comunicano la scienza ai profani, molti sostengono l’opportunità d’evitare i “paroloni”. Finiscono così inevitabilmente con lo scansare le idee e comunicare solo notizie: anche questo è importante, ma non basta.
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