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Pier Marco Bertinetto (Scuola Normale Superiore, Pisa) L’inglese, la linguistica, ed il livello del colesterolo
Nulla sembra in grado di fermare l’irresistibile ascesa dell’inglese come lingua internazionale per eccellenza, e in particolare come lingua dell’interscambio scientifico. La linguistica non costituisce un’eccezione, a dispetto dell’idea vulgata, ed infondata, secondo cui i linguisti sarebbero, tutti senza eccezione, eccellenti poliglotti. E ciò resta vero anche se persistono, nell’ambito di questa disciplina, alcuni settori specialistici, volti allo studio di appartate famiglie linguistiche, in cui perdurano (ma con crescente difficoltà) tradizioni specifiche, che assegnano priorità ad altre lingue veicolari (si pensi alle lingue iberiche, per quanto riguarda gli studi dedicati alle lingue indigene dell’America Latina). Ci si potrebbe tuttavia aspettare che i linguisti fossero più attenti di altri (ossia, più rispettosi, il che non significa più “puristi”) nell’adattare all’italiano la terminologia scientifica mutuata dall’inglese. E tuttavia, non è così, anche se in generale non si raggiungono gli effetti di involontaria comicità che suscita talvolta il linguaggio degli informatici. In questa comunicazione, si forniranno tra l’altro alcuni esempi di goffi adattamenti terminologici, che denotano quanto meno un atteggiamento scarsamente sorvegliato, se non addirittura un’adesione un po’ provinciale al modello linguistico imperante. Ma ciò che soprattutto preme mettere in luce è il fatto che la coniazione improvvisata (o comunque non sorvegliata) di neologismi genera non di rado inutili e fastidiosi “doppioni” terminologici; i quali (oltre a complicare non poco la vita degli studenti che si accostano alla disciplina, il che non è cosa da trascurarsi) costituiscono talvolta un serio ostacolo alla comprensione di ciò che viene detto, rendendo meno stabili le stesse fondamenta teoriche di importanti settori della disciplina. Così, la subalternità linguistica (che è poi lo specchio, e di ciò bisogna essere consapevoli, di una subalternità culturale) finisce per tradursi in un costo valutabile, se non proprio in termini di maggior difficoltà dell’elaborazione concettuale (il che non è peraltro da escludersi), certamente in termini di maggior impaccio nello scambio informativo, ossia di rallentata propagazione della conoscenza. Le soluzioni di questo problema (non solo per la linguistica, ma per qualsivoglia disciplina) ci sarebbero, e sarebbero al tempo stesso semplici e non invasive. Quello che manca è, forse, il coraggio di adottarle.
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