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Sulle finalità e modalità di realizzazione di questo progetto di ricerca
abbiamo intervistato Raffaella Setti (Accademia della Crusca) e Sara Mele (IRPET).
Proponiamo una parte dell'intervista a Raffaella Setti, coordinatrice
dell’indagine diretta per l’Accademia della Crusca.
Dott.ssa Setti, come è nata l’idea di questo progetto?
«Il progetto è nato su iniziativa della Regione Toscana, che ha incaricato l’IRPET
di svolgere una ricerca finalizzata a valutare nuove forme di analfabetismo,
inteso nel senso più ampio di “analfabetismo funzionale”, quale incapacità di
muoversi nella società contemporanea, nel contesto lavorativo e nella vita
quotidiana. L’IRPET ha poi delegato una parte della ricerca all’Accademia della
Crusca, che si è occupata di approfondire l’aspetto linguistico, esaminando in
particolare il livello di competenza lessicale degli studenti toscani».
Come sono state condotte le indagini e quale è stata, in generale, la
reazione dei ragazzi intervistati?
«È stato formulato un questionario con tre modalità di test, che abbiamo
distribuito agli studenti iscritti al primo anno di corso in varie facoltà della
Toscana. Una parte è stata inoltre sottoposta a ragazzi dell’ultimo anno di
varie scuole o istituti di secondo grado. In genere, gli intervistati si sono
dimostrati disponibili e hanno risposto volentieri ai quesiti».
In base a quale criterio sono state selezionate le parole per il
questionario?
«Le parole sono state scelte all’interno del lessico marcato come “comune”
nel Grande Dizionario Italiano dell’Uso di Tullio De Mauro. In
particolare, sono stati selezionati termini di ambito politico, economico,
informatico e della comunicazione, con qualche incursione di forestierismi e,
inoltre, toscanismi, per verificarne la resistenza del lessico tradizionale
nelle nuove generazioni».
Sono emersi fenomeni a cui è possibile attribuire le cause dell’impoverimento
linguistico, della tendenza alla semplificazione strutturale e lessicale
rilevati negli ultimi anni?
«È emersa una scarsa conoscenza dei termini tecnici, dei forestierismi e
della terminologia informatica. Nel test a scelta multipla sono state date
definizioni errate dei termini, attribuibili sostanzialmente a una
banalizzazione del loro significato. Gli intervistati si sono confusi anche nel
test a completamento, in cui la scelta delle parole da inserire era deducibile
dal contesto. Da ciò si può ricavare l’abitudine o la tendenza a “vedere” più
che a leggere attentamente».
C’è un rapporto diretto tra generi d’informazione o programmi culturali e
competenza lessicale?
«Per alcuni termini questo rapporto sembra sussistere, ma in effetti non è
così. Spesso si danno infatti per scontate molte parole che ricorrono di
frequente in vari programmi o generi culturali e d’informazione, mentre in
realtà il loro significato non è chiaro. Nel test a scelta multipla, ad esempio,
il termine “reazionario” è stato spesso interpretato nel senso di
“rivoluzionario”».
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